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Voli cancellati e motori rotti: Natale in aereo (e non è un cinepanettone)


Savannah, 22 dicembre ore 15:30

Squilla il telefono. È un messaggio della United Airlines. Oddio, penso tra me e me. Da quando ho ricominciato a volare “dopo” il Covid, non mi è ancora andato un volo a buon fine. Stavolta deve assolutamente andare tutto liscio. Parto domani, il 23, per arrivare la sera della Vigilia di Natale in Italia. Proprio all’ultimo.

Vi avvisiamo di possibili ritardi sulla tratta Savannah – Washington D.C. per maltempo

Ca**o.

Apro l’applicazione della United e mi ripasso le tratte. Savannah (SAV) – Washington DC (DCA) – Francoforte (FRA) – Trieste (TRS). A Washington DC ho uno scalo di appena un’ora. Se mi ritardano il volo da Savannah sono finito. Cosa posso fare? Beh, per mia fortuna lavoro all’aeroporto come collaudatore. Ancora in tuta e giacca di volo corro al terminal per parlare direttamente con il personale della United.

Guardi, dottore, fossi in lei cambierei lo scalo su Chicago. Loro sanno come gestire il maltempo”. Le parole della United mi confondono. Chicago è famosa per le temperature glaciali, ritardi per neve ed altro. Vabbè, penso tra me e me. Mi fido. Cambiamo.

Ritorno in ufficio e mi siedo alla scrivania. Saluto il mio collega Bennett e gli racconto il mio nuovo piano di volo. “Ma sei fuori?” mi chiede con voce ironica. Decidiamo di guardare le carte meteorologiche che noi piloti consultiamo spesso e vediamo su Chicago l’apocalisse. Neve, ghiaccio, venti fortissimi. A Chicago sarà il finimondo.

Richiamo la United.

Per Divina grazia (poi saprò che era una maledizione), mi trovano un volo con tratta originale (cioè attraverso Washington e non Chicago), ma un’ora più tardi, con Lufthansa. Beh! Non male! Dai! Sicuramente andrà bene. Due ore di scalo saranno abbastanza. Approvato il cambio.

Savannah, 23 dicembre ore 11:15

Bè, fa freddino. Quasi quasi mi porto via la giacca. Ma va, alla fine non uscirò neanche dall’aeroporto in tutti i miei scali.”

Zaino in spalla e valigetta alla mano mi incammino verso l’Uber che mi porterà in aeroporto con addosso una maglietta e una felpa leggera. Mentre salgo, noto il furgone del corriere Ups che entra nel mio quartiere. Strano, perchè di solito arriva la sera tarda. Tra quattro settimane arriverà proprio con Ups un orologio aeronautico che avevo ordinato dalla Garmin. Se fosse arrivato oggi, però, sarei riuscito a prenderlo prima di partire.

L’aeroporto di Savannah è pieno di gente ma arrivo spedito al gate. Faccio gli auguri di Natale a tutti e mi siedo tranquillo, in partenza verso Washington D.C. aeroporto di Dulles.

Washington D.C., 23 dicembre ore 13.45

Al gate trovo un aereo bellissimo. Un Lufthansa Boeing 747-800 “Jumbo Jet”. Trovo la cosa divertente perché proprio quel giorno indossavo una maglietta dell’azienda con la famosa frase “Se non è Boeing, non ci vado” (If it’s not Boeing, I’m not going). Scrivo al mio amico Alex, pilota di 747, e scherzo con lui facendogli notare che indossavo la maglietta che proprio lui mi aveva regalato.

Maglietta Boeing 747
“If it’s not Boeing, I’m not going” – Se non è Boeing, non ci vado. Foto (e maglietta) di Tiziano Bernard

Mi arriva un messaggio. È il mio amico Bill di Garmin che mi avvisa che l’orologio è stato consegnato oggi. Ma come? Doveva arrivare a febbraio! Che sfiga. Era proprio in quel furgone che avevo notato. Ma no! Ora il pacco rimarrà per due settimane incustodito davanti alla porta di casa. Chiamo subito un altro amico che si rende disponibile ad andare a prenderlo. “Bon, go risolto” (penso in triestino).

L’aereo è pieno. Parliamo di forse 400 passeggeri. Accanto a me trovo due famiglie italiane. Eh, noi italiani all’estero ci troviamo subito. Si tratta di una funzionaria del Pentagono (Ministero della Difesa) e del corrispondente della Casa Bianca de La Stampa. Illustri passeggeri. Chiacchieriamo e, naturalmente, scherziamo. E poi, suona il tono del Public Address con cui i piloti parlano ai passeggeri.

Plin-Plon

Il comandante ci informa che siamo in ritardo. Oh no. Le temperature glaciali (circa -15 gradi centigradi) hanno causato danni ai mezzi che caricano e scaricano il cargo dall’aereo. Bisogna aspettare. Passa un’oretta.

Plin-Plon

Il comandante ci informa che uno dei motori (n.1) non funziona. Stupendo. Meraviglioso.

Plin-Plon

Il comandante ci informa che hanno dovuto chiamare tecnici per dare una mano. Vediamo infatti personale con le torce ispezionare il motore sinistro (il 747 ne ha quattro di motori). Ormai è buio. E freddo. Passano sei ore.

Plin-Plon

Il comandante ci informa che il volo è cancellato per avaria del motore. Il personale Lufthansa una volta sbarcati ci assisterà con l’albergo e ci assegnerà un nuovo piano di volo. Se tenevo il volo originale sarei già arrivato a Francoforte. Vabbè.

Washington D.C., 23 dicembre ore 23:13

Fuori dall’aereo non c’è nessuno. Ormai è quasi “domani” e il Terminal è praticamente vuoto. Non vedendo nessuno non possiamo far altro che seguire la coda di passeggeri che si incammina “in là”. Boh. Seguo anch’io. Usciamo dall’area protetta, passiamo la zona per il ritiro bagagli (che io non ho) e torniamo ai banchi check-in dove c’è del personale Lufthansa.

Aspettiamo circa tre ore in fila. C’è chi si siede per terra. C’è chi dorme. C’è chi ha sguinzagliato i figli in cerca delle valigie e c’è chi, come me, è al telefono con la Lufthansa per chiedere novità. E le novità non erano piacevoli. Avrei trascorso due notti a Washington D.C. presso un hotel vicino all’aeroporto in attesa del 25 sera, quando sarei ripartito verso la Germania e poi l’Italia. Sarei arrivato il 26. Confesso che l’idea di passare la Viglia ed il giorno di Natale in hotel non mi eccitava molto.

Washington D.C., 24 dicembre ore 02:55

Il volo del 25 è il primo disponibile. Non ci sono altri voli o compagnie aeree disponibili a farla arrivare prima del 26 in Italia. L’albergo? Ah. Se lo deve trovare lei. Il massimale è di $200 a notte. Poi manda la ricevuta via email a Lufthansa”. Le emozioni stanno bollendo… Comincio a fumare. “Dopo tre ore di fila me lo dice ora che mi devo trovare io un hotel? Alle 03:00?!

Fila Lufthansa a Washington DC
La fila presso la Lufthansa dopo circa due ore di attesa. Foto di Tiziano Bernard

Accetto il nuovo volo (perché non c’è altra opzione) e mi allontano. Poi mi viene in mente di cambiare aeroporto. Potrei arrivare a Venezia, fare uno scalo magari a Roma. Cambiare punto di partenza… insomma ci sarà un’opzione, qualcosa, un briciolo di fortuna. È Natale!

Mi viene detto di recarmi al banco del servizio clienti. Trovo una signora gentilissima, dipendente del gruppo United che mi guarda ogni combinazione possibile. Niente di niente. Ma proprio niente. Mi consiglia, però, di guardare anche per conto mio. Se mai trovassi un volo migliore, avrei potuto chiamare Lufthansa e chiedere un cambio immediato.

Mi metto purtroppo il cuore in pace. E con gli ultimi 3% di batteria nel cellulare riesco a prenotare un albergo vicino all’aeroporto. Esco quindi dall’aeroporto per cercare un taxi.

Freddo gelido tipo polo Nord. Ed io in felpa leggera. “Ma va, alla fine non uscirò neanche dall’aeroporto in tutti i miei scali.” Me l’ero detto il giorno prima a Savannah, ricordate? Mi sarebbero serviti doposci e piumino, oltre che a tricolore e tenda rossa. Almeno il taxi è riscaldato e riesce ad accompagnarmi in hotel in breve tempo.

Washington D.C., 24 dicembre ore 03:15

Non riesco a prendere sonno. La stanza era a temperature tipo frigorifero e non si era ancora scaldata ai 25 gradi che avevo impostato sul termostato (ho dovuto esagerare per il trauma di poco prima…). Decido allora di guardare voli sul mio portatile. Ce ne sono tanti! E che belli! Diretti su Trieste attraverso vari scali, ma tutti semplici e possibili! Prendo il cellulare dal comodino e chiamo il numero Lufthansa. Perdo la linea almeno tre volte con la Germania. Alla fine ci riesco e mi dicono che ho già accettato il nuovo itinerario e che non posso più cambiare. Ma come? La signora al bancone dell’aeroporto mi aveva invitato a cercare altre opzioni. Alla fine, dopo appena un’ora di attesa mi trovano un nuovo volo.

Non è bello. Anzi, è folle. Sarei dovuto recarmi all’aeroporto di Washington D.C. Reagan (DAC) con un auto o taxi per poi partire alla volta di New York LaGuardia (LGA) con Delta. A New York sarei dovuto uscire, prendere un altro taxi e raggiungere l’aeroporto di Newark, New Jersey, per volare alla volta di Roma Fiumicino (FCO) con United. Infine avrei avuto un volo ITA Airways per Trieste (TRS).

Ricapitoliamo.

Ero a Washington DC Dulles. Taxi per Washington DC Reagan. Poi, Washington DC Reagan – New York LaGuardia. Poi taxi per Newark. Newark-Roma. Roma-Trieste.

Qualsiasi mente razionale avrebbe notato la lieve, appena accentuata follia di un itinerario del genere. Ma era notte piena. Anzi mattina, ed io non dormivo da troppo tempo.

Ho accettato mentre mi stavo già togliendo il pigiama e mi mettevo l’inutile felpetta leggera.

Washington D.C., 24 dicembre ore 04:30

Bene. L’Uber sta per arrivare. In appena 30 minuti mi dovrebbe scaricare all’aeroporto Reagan. Il volo partiva alle 11, ma, con la mia sfortuna, volevo arrivare il prima possibile. Sei ore di anticipo era il minimo per la mia situazione fantozziana.

L’autista Uber è una rivelazione. Un ragazzo di Kabul, nato sotto il regime comunista, trasferitosi poi in India ed infine in America. Una cultura spaventosa. Parliamo di religione, dell’atteggiamento verso le religioni e la vera amicizia. Autista più interessante non si può avere.

All’aeroporto di Reagan trovo tutte le possibile coincidenze necessarie per arrivare a Trieste. Un volo diretto su New York (JFK), uno su Atlanta (ATL), pure uno su Newark. In teoria avrei potuto evitare LaGuardia e il trasferimento via taxi da un aeroporto all’altro. Ma per Lufthansa quei voli così perfetti non erano convenzionati.

Un nuovo problema. Il volo è stato acquistato tecnicamente dalla Lufthansa, attraverso un loro “code sharing” (volo di collaborazione), ma allo stesso tempo, con tre vettori diversi (Delta, United, ITA Airways). Quindi nessuno mi permetteva di fare il check-in perché non era un gruppo di voli dello stesso operatore. Questo significava check-in separato con ogni singolo operatore. Ok. United e Delta, facile… sono in America. E ITA? Non c’è un banco informazioni nelle vicinanze. Infatti, il check in per i primi due voli erano facili. Facilissimi. Il terzo… boh. Si vedrà.

La situazione all’aeroporto Reagan è tranquilla. Talmente tranquilla che mi sono addormentato tre volte davanti al gate. Eh no, non perdo il volo perché mi addormento. Ho cominciato a passeggiare attraverso l’intero terminal per evitare di collassare. Ho ben dormito sul volo per LaGuardia.

National Monument Washington
Il Washington Monument visto prima del decollo dall’aeroporto Reagan. Foto di Tiziano Bernard

New York LaGuardia, 24 dicembre ore 12:00

L’aereo è atterrato in perfetto orario. L’aereo per Roma da Newark sarebbe decollato alle 17:55. Considerando l’imbarco un’ora prima, avevo 5 ore per attraversare il centro di New York (Manhattan), fare la sicurezza e recarmi al gate.

Se pol far” (altra frase triestina), penso tra me e me. L’Uber stavolta è già in agguato presso l’aeroporto. Appena mi vede mi fa notare la temperatura da Himalaya e punta la mia felpetta. Vabbè, tralasciamo. Accende il riscaldamento tipo superficie solare e partiamo per Newark, nel New Jersey. Attraversiamo Manhattan e il Lincoln tunnel, passando sotto il fiume per arrivare nello stato vicino. Arrivo in orario.

Manhattan New York
Il viaggio attraverso il centro di New York con la famosa felpa. Foto di (letteralmente) Tiziano Bernard

Newark, 24 dicembre ore 13:30

Newark ha il pienone. Il cartellone mostra la notevole quantità di voli cancellati verso il settentrione e l’occidente. Si salvano solo i voli sul meridione, dove le temperature sono più docili. La tempesta è feroce. Molte città lanciano lo stato d’emergenza. Meno male che non mi trovavo a Chicago.

Newark, 24 dicembre ore 17:00

Appena arrivo al gate, tutto sembra perfetto. La gente tranquilla, le assistenti di volo preparano documenti ed infine, poco prima del boarding alle 17.00, scatta un annuncio. L’aereo è stato pulito. Ma il personale di pulizia deve scaricare il suo equipaggiamento nel furgone. Il furgone che non c’è. Perché, a quanto pare, si è perso. Ma dai! Vi do io una mano. Scarichiamo tutto sul jet bridge e facciamo imbarcare la gente (intanto mi immagino divertito dei piloti che cercano di infilare il mocio vileda nelle cappelliere).

Alla fine, con quasi mezz’ora di ritardo, imbarchiamo.

Guardo il mio volo da Roma a Trieste e noto che parte alle 09:20. Arrivando (in orario) alle 08:05 a Roma. Insomma, avevo i minuti contati. E 30 erano già bruciati. A bordo mi accomodo tranquillo, raccolgo le cuffie, mi metto bene la coperta e appena faccio un respiro profondo sento quel maledetto suono.

Plin-Plon

Oddio. Il comandante ci avvisa che la torre di controllo è stata evacuata per allagamento e il controllo traffico aereo si stava raggruppando in un’altra sede. Avremmo dovuto aspettare. Manca l’invasione dei rospi e completiamo l’Apocalisse. Partiamo alla fine con un’ora e mezza di ritardo. Non sarei riuscito a prendere la coincidenza per Trieste.

Roma, 25 dicembre ore 08:50

Annuntio vobis gaudium magnum! L’aereo per Trieste è in ritardo. Che culo! (Scusate per la volgarità, ma lo scrivo per accuratezza storica). Ciò nonostante, attraverso di fretta l’aeroporto di Roma. Arrivo al gate dove si era formata una fila di passeggeri arrabbiati. Come me, volevano tutti tornare a Trieste in tempo per il pranzo di Natale.

Io invece, mi presentavo felice e saltellante con un sorriso quasi fiabesco. Mi faccio fare il check-in dall’assistente di volo e infine montiamo sull’aereo azzurro della ITA. Appena seduto mi metto a fare gesti scaramantici finché non sento entrambi i motori accendersi (tutti e due, non si sa mai). Non sono particolarmente scaramantico, ma come dicono a Napoli “la scarmanzia è da ignoranti, ma non credere porta male”.

Arrivo a Trieste alle 11:15 circa, appena 45 minuti in ritardo rispetto al piano originale.

Epilogo

Alla fine sono riuscito a tornare in patria in tempo per il Natale. Motori rotti, torri allagate, tempo glaciale e voli cancellati non sono riusciti a tenermi lontano da casa. Certo, riflettendo sulla mia avventura non era proprio tranquilla… o saggia… ma sono fatto così. Mi piace azzardare e sfidare il destino. Insomma, Tom Cruise di Mission Impossible mi fa un baffo!

Ho viaggiato dalle 11.00 da Savannah fino alle 11:15 a Trieste. Circa 48 ore di viaggio, forse 6 ore di sonno (non contando i collassi al gate di Washington), quattro voli, sette aeroporti e quasi 9.000 chilometri. Confesso di essere anche io sbalordito. E forse un po’ divertito.

Ma ne è valsa la pena. Ora non mi resta che godermi le ferie… che poi c’è il volo di ritorno (su cui mi porterò sicuramente una giacca).

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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