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“Vigliacchi”, “Da voi rancore”. Adesso il Pd esplode

Il Pd ha definito “fisiologiche” le turbolenze che hanno caratterizzato la drammatica Direzione nazionale con cui tanti volti noti hanno appreso che la loro avventura in Parlamento finirà il 25 settembre. In realtà, di fisiologico c’è solo il fatto che i politici dem non sono più abituati alle elezioni e, con i sondaggi alla mano, si sono messi tutti a rivendicare dei posti blindati anziché mettersi a disposizione del loro partito per risollevarne le sorti.

Fuori dal Nazareno, all’una di notte, il Ministro Andrea Orlando aveva detto: “È stato un lavoro faticoso, ci sono sempre troppe esclusioni… ma credo siano liste competitive e per fare un buon risultato“. Quale dovrebbe essere nella mente dei vertici questo “buon risultato” non si sa. Ciò che è certo, invece, è che in molti hanno interpretato le scelte di Enrico Letta come delle purghe. Anche se, a ben guardare, i musi lunghi dipendono più dal distacco dei politici con la realtà che dalle decisioni di Letta. Il Pd, bisogna ricordarlo, ha suggerito ai suoi elettori di votare a favore del taglio del numero dei parlamentari (saranno 350 in meno tra Camera e Senato). E visto che pure i sondaggi sono quelli che sono, per rivendicare come futura vittoria di Pirro quella di essere il “primo partito d’Italia” è stato necessario fare alleanze con altri movimenti, come Articolo 1, che hanno rosicchiato altri posti buoni nelle liste. Così, qualcuno fuori doveva pur rimanere. Ma come sempre succede ognuno pensava che sarebbe toccato all’altro.

Con poco spirito di abnegazione, la senatrice Monica Cirinnà, ancora alle prese con il 24mila euro gate, ha deciso di rinunciare alla candidatura nel collegio uninominale Roma4. Perché avrebbe perso. Niente fiducia nel proprio programma, niente investimento nella propria visione. la Cirinnà, abituata alle battaglie “di palazzo” per i diritti LGBTQ+, il confronto con gli elettori, e con le proposte politiche degli avversari, ha deciso di rifiutarlo, parlando di “territori inidonei ai miei temi e con un forte radicamento della destra”. Bene, siccome le sue sono battaglie “universali”, sarebbe stato proprio quello il contesto in cui provare a convincere gli elettori, no? Invece no, meglio stare a casa.

Inaspettata rottura anche con marchigiana Alessia Morani: “È stata una lunga notte e finalmente sono state decise le liste dei candidati del Partito democratico per le prossime elezioni politiche – ha scritto sui suoi social – Ho saputo quale fosse la mia posizione in lista solo al momento della lettura da parte di Marco Meloni (coordinatore della segreteria nazionale del Pd, NdR) dell’elenco dei candidati. Nei posti eleggibili per le Marche sono stati designati Alberto Losacco, commissario del Pd Marche, Irene Manzi e Augusto Curti. A mia insaputa, il mio partito ha deciso di assegnarmi il collegio uninominale di Pesaro e un terzo posto nel proporzionale. Ho comunicato al mio partito che non intendo accettare queste candidature. Avrò modo in seguito di spiegare le motivazioni che mi hanno convinta della bontà di questa scelta

Tragicomico il commento del costituzionalista Stefano Ceccanti, candidato a sua insaputa: “Leggo con stupore dalle agenzie che sarei candidato numero 4 al proporzionale a Firenze Pisa. La notizia è destituita di qualsiasi fondamento come ben sa il segretario Letta“.

Ancora più profonda la spaccatura con la corrente di Base riformista, gli ex renziani capitanati dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Si sono astenuti dalla votazione finale in aperta polemica con la scelta di escludere l’ex ministro Luca Lotti, che ha parlato di “scuse vigliacche” da parte dei vertici. È anche il tema che ha spinto Matteo Renzi all’attacco: “A me pare chedalla scelta di come costruire la coalizione ai nomi delle liste – la guida di Enrico Letta si sia caratterizzata più dal rancore personale che dalla volontà di vincere“, ha scritto nella sua e-news periodica il leader di Italia Viva.

Letta invece ha ricordato a Base Riformista che quattro anni fa adottarono essi stessi un metodo più dittatoriale: “Quattro anni fa il metodo di chi faceva le liste era: faccio tutto da solo. Io ho cercato di comporre un equilibrio. Rispetto dei territori tra i criteri fondanti delle scelte“.

Tra poco più di un mese si andrà alle urne, per il Pd potrebbe essere arrivato il momento di ribattezzarci Pc, non in onore dell’eredità comunista ma del presente a dir poco confusionario: Partito del caos.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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