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“Un nuovo lockdown sarebbe insostenibile. All’Italia serve subito una strategia oltre l’emergenza”

MILANO – L’ansia del governo per la seconda ondata di contagi e le misure restrittive di nuovo in campo per arginare la pandemia riaccendono i timori sulla necessità di una chiusura radicale delle attività, come quella vista la scorsa primavera. Una opzione che il premier ha escluso, per il contraccolpo ferale che darebbe all’economia. Difficile stimare quale potrebbe essere. Lo Svimez indicò ad aprile, dopo le prime settimane di lockdown, un costo da 47 miliardi al mese. Nella Nota di aggiornamento al Def presentata al Parlamento solo la scorsa settimana, i tecnici del Mef hanno inserito un’analisi su come potrebbe variare la traiettoria del Pil in base allo scenario sanitario. Il -9% per il 2021, seguito da un recupero del 6% grazie alle misure del governo, come ha spiegato il ministro Gualtieri già incorpora un aumento dei contagi “che davamo per scontato in autunno” e quindi una crescita “minima” nel quarto trimestre, dopo il forte rimbalzo del terzo.

Ma le parole che nella Nadef descrivono lo scenario peggiore sembrano, a distanza di soli pochi giorni, molto realistiche. Un quadro che sempre Gualtieri sintetizzò il 13 ottobre con “un aumento molto molto forte” dei contagi “con delle restrizioni molto marcate in Europa, che oggi non è lo scenario più probabile”. Nel documento del governo, la descrizione recita: “Si assiste a una recrudescenza dei contagi da Covid-19 in Italia, che interesserebbe i mesi di ottobre, novembre e dicembre dell’anno in corso e il mese di gennaio del 2021. Pur non traducendosi in un secondo blocco integrale delle attività non essenziali, un marcato aumento di contagi e ricoveri ospedalieri renderebbe necessarie la restrizione di alcune forme di mobilità e la limitazione di una serie di attività”. In questo caso, la previsione sul Pil di quest’anno scenderebbe al -10,5% e la ripresa per il prossimo si fermerebbe all’1,8 per cento. Il rimbalzo sarebbe quindi rimandato al 2022 (+6,5%). Numeri in linea con quelli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, per il quale a seconda della pesantezza della seconda ondata la crescita del Pil del 2020 subirebbe un peggioramento tra circa uno e due punti percentuali e lascerebbe “un’eredità negativa notevole (tra circa tre e sei punti percentuali) sulla variazione annuale del Pil nel 2021”.

Cesare Pozzi, docente di economia industriale alla Luiss, quanto costerebbe all’Italia una nuova fermata?
In una situazione di incertezza così elevata le stime sono solo destinate a essere smentite. Purtroppo siamo in un cul de sac, un secondo lockdown, forte come il primo, sarebbe economicamente insostenibile. Ma il rischio è che misure parziali portino di nuovo i contagi ad aumentare, spaventando le persone e il risultato sarebbe economicamente simile. Il problema è che più che al costo degli interventi si dovrebbe pensare al rendimento che si potrà realizzare quando saremo usciti dalla pandemia.

Il settore dei servizi non visto la ripresa estiva che ha interessato il manifatturiero. Turismo, accoglienza, ristorazione ancora contano i danni. Una chiusura nei mesi invernali quali attività metterebbe a rischio?
Il rimbalzo della produzione manifatturiera cui abbiamo assistito potrebbe esser legato alla ricostituzione delle scorte. Il nostro problema è come siamo entrati nella pandemia, frutto di un ventennio di mancate scelte strategiche. Ci siamo progressivamente trasformati in un Paese che vende conto terzi, salvo rare eccezioni. Siamo produttori di componenti, una situazione in profonda contraddizione con la proposizione di valore che sintetizziamo nel “Made in Italy”. Abbiamo perso la capacità di fare, di comprendere quanto potrebbe valere il prodotto italiano.

Che rischi concreti ne derivano?
La maggior parte delle nostre aziende sono un pezzo all’interno delle catene globali del valore. Se il manifatturiero si dovesse fermare, magari mentre altre parti del mondo vanno avanti, rischierebbe di essere sostituito da altri fornitori di altri paesi. Il governo deve mantenere in piedi un pezzo importante del nostro Paese, nell’emergenza, ma insieme rimettere in gioco tutta la strategia industriale con l’obiettivo di essere di nuovo forti a livello internazionale. Non è che ci manchino competenze o attività di grande successo, ma non abbiamo oggi la capacità di essere arbitri del nostro destino. Dobbiamo ripensare il nostro modello di Paese per recuperare le eccellenze che abbiamo e renderle più forti.

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Come farlo, in piena emergenza?
Siamo entrati nella pandemia con un modello insediativo che stravolgeva la nostra cultura inurbando sempre più persone a Roma, Napoli Milano e in pochissime altre aree metropolitane. Le megalopoli sono enormi buchi neri: attraggono persone e generano mercati di consumo molto interessanti. Ma finiscono per distruggere valore se si modificano i sistemi di relazione economica senza avere una chiara idea del futuro del Paese. Un Paese a tradizione e vocazione manifatturiera come il nostro ha una enorme potenzialità, ma dovrebbe essere in grado di sfruttare tutto il proprio territorio. Noi abbiamo un sistema di competenze molto vario, ma non abbiamo avuto strategie. I nodi sono venuti al pettine.

Ora però torniamo a esigenze elementari quali bloccare i licenziamenti. Lo farebbe di nuovo?
Si può fare, perché i nostri sistemi in estrema sintesi si basano su produzioni e consumi di massa: senza tutela dei redditi le attività entrano in difficoltà e si innesta un circuito vizioso. Ma se si chiede un sacrificio alle singole imprese si deve anche pensare a come supportarle per gestire i cambiamenti di mercato che si produrranno. Se prima della pandemia avevamo il 10% di disoccupazione con un’economia che l’Ue ci diceva essere vicina al proprio potenziale, significa che c’è un problema strutturale. Dovremmo aver chiaro che qualunque intervento di emergenza deve essere definito in maniera coerente all’interno di un progetto strategico di lungo termine. Dobbiamo pensare a cosa sarà dell’Italia tra un anno: le pandemie si risolvono, ci insegna la storia, ma dobbiamo chiederci alla fine cosa ne resterà. Blocchiamo i licenziamenti, ma vediamo settore per settore se le imprese a cui chiediamo lo sforzo notevole di non licenziare sono in grado di rimettersi sul mercato. Ci stiamo concentrando sull’emergenza senza inquadrarla all’interno di una strategia, affidandoci alla speranza e alla fortuna.

Il Recovery fund dovrebbe proprio finanziare nuove strategie, ma con la nuova ondata la priorità torna ad esser la difesa delle famiglie, del lavoro e delle imprese…
Prima di questa nuova emergenza ho sentito solo dichiarazioni d’intenti. Ho dei dubbi che ci sia una strategia organica di cambiamento del nostro sistema in grado di affrontarne i nodi. Lo stesso Recovery fund si traduce in benefici netti per una decina di miliardi l’anno. Come può modificare un Paese? Molto più impatto avrebbe una radicale riforma della spesa pubblica complessiva, che vale un terzo dell’economia. Bisogna recuperare la capacità di non fare solo componenti di prodotti e servizi pensati da altri e, per riuscirci, dovremmo dotarci di un sistema infrastrutturale all’altezza delle nuove sfide.

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La prima ondata ha generato una risposta senza precedenti: 100 miliardi, dal Cura Italia in avanti. Il debito schizzerà al 160% del Pil. C’è spazio per replicare una simile risposta senza mettere a repentaglio al sostenibilità dei conti pubblici?
Il nostro problema è la regolamentazione complessiva. Gli italiani hanno 1.600 miliardi depositati in banca e attività complessive per 10 mila miliardi, quattro volte il debito. “Il risparmio giace ozioso nei forzieri delle banche”, direbbe Keynes. Serve una sua forte mobilitazione. Purtroppo le regole imbrigliano il ruolo che le banche possono giocare nell’indirizzarlo verso il debito pubblico che, non dimentichiamo, rappresenta un’attività per chi lo acquista. Competenze e risorse sono i due elementi per lo sviluppo: l’Italia ha un buon livello di conoscenza e risparmio elevato. Deve mettere a terra la prima usando come strumento il secondo. Per questo serve un progetto pubblico strategico trasparente. Sempre per citare Keynes, in chiusura della Teoria Generale egli spiega come l’allargamento delle funzioni di governo sia l’unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti e condizione per il funzionamento soddisfacente dell’iniziativa individuale che rappresenta il cuore del nostro modello di società.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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