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Un altro orizzonte

Politico, squisitamente politico. Capace di parlare al Paese del Paese, restituendo alla politica un compito all’altezza che pone la sfida immane che l’Italia ha di fronte. Con l’asciutto linguaggio della verità, scevro di oggi aggettivo, perché la realtà è più cruda di ogni aggettivo: il dolore, le cifre dei morti, i contagiati, la sofferenza di comunità spezzate, insomma l’analisi reale della situazione reale.

Il discorso di Mario Draghi, al Parlamento e al Paese, è, semplicemente, il discorso di un altro orizzonte, nella misura in cui chiama tutti a un nuovo paradigma: il nesso tra l’urgenza e l’idea di Paese, tra il rammendo dell’oggi e l’ideale di domani, la concretezza e le grandi idee, perché al fondo c’è il convincimento che, senza una visione di fondo, organica si sarebbe detto una volta, non si risponde neanche all’emergenza. Non la politica dei due tempi, ma la consapevolezza che il tema della ricostruzione può essere affrontato solo dentro questa tensione di un futuro che c’è prima che accada perché “la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi” non è “una lunga interruzione di corrente”, dopo la quale “la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima”. È un cambiamento della struttura materiale del paese, della sua struttura sociale, della sua stessa mentalità che si affronta né con ordinaria amministrazione né con le dinamiche del patteggiamento politico. E questo è possibile perché c’è l’Italia, questa Italia, che non è un campo di macerie ma un paese “migliore di come si racconta”, e dunque ha le forze e le energie per affrontare una ricostruzione, al tempo stesso economica, sociale e morale. L’Italia, non il paese dei guelfi e dei ghibellini, della competizione muscolare degli schieramenti, della politica come casta e dell’antipolitica come demolizione, la l’Italia che, nei momenti più complicati della sua storia, ha saputo trovare la forza di rinascere.

Cifre e ideali, numeri dei contagi e riforme della sanità, bollettino di guerra sul Pil e visione dello sviluppo industriale. La novità è nel dettaglio con cui Draghi fonda la prospettiva su una chirurgica conoscenza della macchina dello Stato. Non c’è una generica riforma della scuola, ma l’attenzione, ad esempio, agli istituti tecnici, nel raffronto con gli altri paesi europei. Non una generica riforma del fisco, ma già il possibile iter di una riforma organica, ravvisando un limite degli “interventi parziali dettati dall’urgenza del momento”. Non la generica rassicurazione del più lavoro per tutti, ma interventi che sanno immaginare il nuovo mercato del lavoro in relazione ai cambiamenti del sistema produttivo. Non le primule, ma un concreto piano d’azione sui vaccini. Non i titoli sul Recovery, la le linee guida della sua concreta implementazione che, al netto dell’omaggio retorico, riscrive il precedente. Non le quote rosa, ma la creazione di parità di condizioni competitive tra i generi. Non i giovani, come eterno luogo retorico, ma come principale obiettivo della mobilitazione del paese che chiama in causa le responsabilità dei padri e il dovere di “fare per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura”.

In questo alzare il punto di vista sul senso profondo delle cose e della realtà, e dunque agire, c’è una radicale discontinuità rispetto al passato, anzi a più passati. E il cuore politica del mandato di Draghi, che della politica recupera la sua funzione più alta e il suo senso chiamandola, implicitamente, a una rifondazione profonda. Uno dei frutti della crisi italiana è proprio la separazione tra “tecnica”, come luogo della competenza, e “politica”, come spazio di ricerca del consenso, affidata agli effetti speciali. Con la prima che arriva, sotto forma di commissariamento, quando la seconda fallisce. E poi si riparte col solito andazzo. Proprio di questa dicotomia viene proposto un superamento, perché la ricostruzione del paese, come avvenuto nel citato Dopoguerra, impone, al governo e alle forze chiamate a sostenerlo, un salto di qualità e la capacità di ritrovare il senso di una missione comune. Ecco il passaggio che, nell’archiviare le formule del politicismo – “larghe intese”, “salvezza”, “governo di emergenza” – riporta all’essenziale: “Quello che ho l’onore di presiedere è semplicemente il governo del paese”, in cui “nessuno fa un passo indietro ma un passo avanti nel rispondere alle necessità del paese”. Cavour, unico politico citato, fu un “costruttore” dello Stato e di una nazione da unire. A Draghi, spetta il compito di ricostruirla, superando quelle ataviche fragilità che il Covid ha squadernato, dall’affanno della pubblica amministrazione al gap tra garantiti e non garantiti, attraverso una nuova tensione unitaria.

L’unità, per come viene invocata, non è un orpello retorico, né un appello ai buoni sentimenti, come fosse una sorta di psicofarmaco rispetto alle consuete crisi di nervi cui è avvezzo il discorso pubblico italiano. La famosa ammucchiata, ovvero quella notte in cui le vacche sono nere, che tanto piace ai professionisti dell’antipolitica in servizio permanente effettivo. È, essa stessa, per come è prospettata, una costruzione politica che si fonda su una certa idea dell’Italia. L’idea cioè di una collocazione internazionale “irreversibile”, convintamente europeista e convintamente atlantica; l’idea della centralità della transizione ecologica; l’idea del clima mutuata anche Papa Francesco, secondo cui “le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento”. È l’idea che chi è a bordo deve essere consapevole della rotta intrapresa, anche nel metodo e nella concezione del potere, il cui tempo non può essere “sprecato nella sola preoccupazione di conservarlo”. Proprio un altro orizzonte.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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