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Tregua armata Salvini-Meloni. Ma resta la distanza su elezioni e Quirinale

Le debolezze speculari che in queste ultime 48 ore stanno riavvicinando Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno pesi specifici decisamente diversi. I due non si sopportano e sul punto c’è e ci sarà poco da fare, perché trattasi di incompatibilità non solo politica ma soprattutto umana. D’altra parte, non è un mistero che anche recentemente – nei momenti più critici – i due abbiano passato diverse settimane senza rispondersi reciprocamente a telefonate e messaggi Whatsapp. Poi sono arrivate le amministrative, che hanno certificato quello che i sondaggi già dicevano da mesi: la conflittualità all’interno della coalizione del centrodestra non fa bene a nessuno. Soprattutto se le prossime elezioni politiche – al più tardi nel 2023 – si giocheranno con l’attuale legge elettorale. Ostilità che in particolare danneggia la Lega, solo più di risulta Fratelli d’Italia. Ma entrambi i partiti, con peso diverso, ne risentono. Mentre alla fine pare non creare grandi problemi a Forza Italia. Che, anzi, si è rivitalizzata ponendosi come l’anima responsabile della coalizione. D’altra parte, non siamo più negli anni del sovranismo spinto, con Salvini e Luigi Di Maio a fare a gara a chi la sparava più grossa contro l’Europa. Anzi, lo scenario si è esattamente ribaltato, complice il Covid, una Unione europea più reattiva e l’uscita di scena di Donald Trump.

Di qui, la scelta di Salvini e Meloni di sotterrare l’ascia di guerra. Certificata pubblicamente dal faccia a faccia di lunedì scorso. Incontro a uso e consumo dei media, con tanto di comunicati e pubblica ribalta. Ancora ieri – i due sono intervenuti all’assemblea di Confesercenti insieme ad Enrico Letta e Giuseppe Conte – Salvini parlava di riunione «costruttiva» da ripetere «in settimana». Mentre Meloni gli faceva eco confermando quanto fosse andato «bene» il confronto, assolutamente «normale» tra «alleati».

Archiviate le dichiarazioni di circostanza, è sotto gli occhi di tutti il tema delle «convergenze parallele». Salvini ha preso atto del voto amministrativo e finalmente compreso che il conflitto permanente con Meloni non gli fa guadagnare voti, anzi. La leader di FdI, che continua a crescere nei sondaggi, non ha questo problema. Ma ha interesse a tenere insieme la coalizione in nome del bipolarismo. Se mai si mettesse mano alla legge elettorale in chiave proporzionale, infatti, per FdI significherebbe restare fuori dai giochi anche se arrivasse al 25%. Di qui, la decisione di ritrovarsi. Pur rimanendo le posizioni distanti e la reciproca diffidenza immutata.

Restano, infatti, le grandi divergenze. Sulla partita del Colle e sull’eventuale voto anticipato. Perché Meloni punta dritto su questo scenario, ben consapevole che i sondaggi la danno ormai stabilmente al 20%. Salvini, invece, è molto più incline a tirare fino a fine legislatura, nel 2023. Perché sa bene che i principali istituti di rilevazione – pure la Swg che lavora regolarmente con la Lega – gli attribuiscono ormai un «tendenziale» intorno al 15%. Un calo così brusco che almeno per ora – come succede nel caso di grandi scostamenti, che siano in salita o in discesa – viene corretto al rialzo tenendo conto dei sondaggi degli ultimi mesi e delle più recenti consultazioni elettorali.

Anche per questo, dunque, il leader della Lega potrebbe davvero puntare su Silvio Berlusconi al Quirinale, tenendo – anche a garanzia della legislatura – Mario Draghi a Palazzo Chigi. Il contrario della Meloni. Perché è vero – come dice Ignazio La Russa nelle sue conversazioni private – che all’interno del partito è in corso un «dibattito» su come muoversi quando si giocherà la sfida del Quirinale. Ma la leader di FdI sa bene che puntare su Draghi al Colle è per lei una soluzione win-win. A quel punto, infatti, prenderebbe seriamente piede l’ipotesi delle elezioni anticipate, la strada decisamente più gradita a Meloni. Ma così non fosse, con un altro premier FdI avrebbe comunque le mani libere per un’opposizione finalmente senza sconti. Nonostante tutto, infatti, Meloni ha costruito con Draghi un rapporto di reciproca stima e rispetto. Non è un caso che non si sia mai avventurata in polemiche scomposte o propagandistiche contro il premier. Che vede al Quirinale anche per un’altra ragione: se davvero il centrodestra uscisse vincitore dalle prossime elezioni, Draghi al Colle potrebbe essere l’ombrello istituzionale per un’eventuale premiership della Meloni. Solo lui e nessun altro, è la convinzione della leader di FdI, potrebbe fare da scudo alle inevitabili resistenze della comunità internazionale.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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