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Trame, Csm e intercettazioni. L’ultima verità di Palamara

Sassi e sassolini. Luca Palamara si concede alle Iene, in un’intervista andata in onda ieri sera su Italia1, e alza il sipario sul mercato delle nomine. È da mesi che l’ex componente del Csm spiega che nessuna poltrona importante veniva assegnata dal Consiglio superiore della magistratura senza l’accordo fra le correnti.

Ora, però, il quadro è cambiato: Palamara è appena stato radiato dalla magistratura dopo un processo lampo e non ci sta a portare sulle spalle in solitudine tutto il peso di quelle trame. Così apre nuovi fronti: non c’era solo la guerra al coltello fra le diverse cordate che, sottobanco, miravano a conquistare la procura di Roma. No, si va anche oltre: pure la scelta del vicepresidente David Ermini sarebbe stata il frutto delle solite manovre, fra colloqui, messaggi, scambi fra le diverse anime della magistratura. «Se ho orchestrato l’elezione di Ermini a vicepresidente del Csm – si chiede Palamara, oggi sotto processo a Perugia -, come può Ermini rimanere al suo posto in maniera indifferente?». Non solo: per Palamara si dovrebbe scavare anche sull’antiberlusconismo della corporazione togata: «L’allarme lanciato da Berlusconi sulla politicizzazione della magistratura non era infondato».

Certo, la sua partita sembra chiusa, la pecora nera è stata espulsa, ma lui prova a riaprirla, spiegando e rispiegando che le nomine non le faceva da solo, ma dopo estenuanti e feroci trattative in cui nemmeno un centimetro quadrato rimaneva fuori dalla grande spartizione.

«Le nomine – è l’incipit – sono il frutto di accordi associativi fra i gruppi. Ciò non significa che non portino poi ad individuare una persona meritevole, ma quella persona indubbiamente è una persona che fa parte del meccanismo delle correnti». Lui orchestrava, ma non certo solo con quei consiglieri del Csm costretti a lasciare precipitosamente lo scranno quando si è scoperto che trafficavano con lui.

Gli intrecci, secondo il dominus di quelle relazioni, non risparmiano nessuno e nessuna operazione, a meno di non voler spargere dosi massicce di ipocrisia sulla storia recente delle toghe italiane. «Quando il Csm – chiedono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti – ha nominato Pignatone procuratore capo di Roma, come si è fatto l’accordo?». La risposta è tranchant: «Assolutamente nei medesimi termini degli accordi fra le correnti». E c’è di più: Palamara lascia intendere che la marcata politicizzazione, con i partiti a bordo campo pronti a intervenire, può aver influenzato anche i processi. Compresi quelli a Silvio Berlusconi, per lunghi anni il nemico numero uno dell’Anm. «Cioè – incalzano le Iene – quando Berlusconi vi accusava di essere politicizzati…». «Allora – è la replica sorprendente – bisogna svolgere un serio momento di riflessione sulla storia politico-giudiziaria del Paese, per valutare in che modo le nomine e determinati processi abbiano poi influito». Una mezza ammissione, se non di più.

Frasi brevi, frutto di un dialogo concitato con le Iene, ma anche pesantissime. Perché danno spessore, o almeno verosimiglianza, a sospetti di interferenze e sottili manipolazioni di procedimenti giudiziari che hanno segnato la storia del Paese, spaccandolo in modo manicheo fra innocentisti e colpevolisti. Forse c’è una terra di mezzo, grigia, da esplorare e da visitare retrospettivamente alla luce di sentenze controverse.

Si arriva così alla scelta di David Ermini come vicepresidente del Csm. Le Iene vogliono sapere se abbia ringraziato per l’aiuto ricevuto. Palamara nicchia, ma in realtà conferma: «Vabbè, io su queste vicende personali non torno… Cioè sì».

Insomma, anche la carica più importante non sarebbe sfuggita a questa logica e sarebbe stata contrattata nella ragnatela delle relazioni fra le correnti di destra, centro e sinistra, con la sponda di politici autorevoli come il renziano Luca Lotti e Cosimo Ferri, oggi parlamentare del Pd.

Le Iene ripropongono quasi ossessivamente la stessa questione: Ermini dovrebbe dimettersi? Palamara nicchia: «Questo non posso dirlo, non spetta a me dirlo». Ma in realtà butta nel calderone pure lui e, già che c’è, i suoi predecessori: «Le nomine dei vicepresidenti hanno funzionato così».

E si capisce la frustrazione di un personaggio che fino a ieri godeva della stima generale, era accreditato in tutti i salotti e nelle più alte sedi istituzionali, oggi viene trattato come un appestato.

Palamara si prende le proprie responsabilità, ma non vuole portare la croce da solo. Gli accordi si facevano quasi alla luce del sole, da tempo immemorabile e tutti giocavano le proprie carte. Dunque, il tentativo di scaricabarile sul cattivo di turno gli appare un esercizio quasi incredibile, surreale, inaccettabile. Qualcosa non quadra. Ed è strano che abbia funzionato a singhiozzo, ad intermittenza, anche il trojan inserito nel suo telefonino. In occasione della riunione carbonara con Lotti e Ferri, il registratore degli investigatori ha lavorato benissimo, nel corso della cena con Giuseppe Pignatone, invece, ha fatto cilecca. Mistero. «Cosa ci siamo detti quella sera? – è la domanda maliziosa dell’ex pm di Roma – Se fosse stato trascritto, i giornali avrebbero avuto materiale per scriverci sopra».

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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