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Tra il piacione e il secchione a Torino vincerà un democristiano

TORINO – Il piacione contro il secchione, ma comunque finisca vincerà un democristiano. Tira un’aria strana sulla città, una specie di brivido bislacco: e se stavolta trionfasse la destra? Mai successo, nella storia dei bogianèn. Il fortino di Asterix è assediato da un presentabilissimo imprenditore che si chiama Paolo Damilano (il piacione) e che sarebbe stato un perfetto candidato per il centrosinistra, invece se l’è preso il centrodestra moderato (è un cavallo di Giorgetti). Il suo rivale, Stefano Lo Russo (il secchione) è un prof del Politecnico, un geologo con la faccia da animatore parrocchiale. Un bravo figliolo e un bravo assessore, “un tecnico o poco più” si dice sull’altra sponda del Po, convinta che l’assedio stia per finire.

Elezioni a Torino, Lo Russo candidato sindaco del centrosinistra imita Khaby: “Damilano? No, votate me”

L’ago della bilancia saranno quelli che non contano più niente dopo la sventurata avventura di Chiara Appendino, capace solo di aprire una miriade di cantieri stradali e di inchiodare l’anagrafe, ma che possono decidere molto. Se si andrà al ballottaggio, è probabile che non pochi 5 Stelle (la loro candidata si chiama Valentina Sganga ed è un’ex segretaria amministrativa) sceglieranno il secchione e non il piacione, però non è detto. Perché Damilano potrebbe farcela addirittura al primo turno. Difficile, non impossibile.

Conte: “Ballottaggio a Torino? I cittadini non sono pacchi postali da spostare”

Ritratti. Paolo Damilano ha 56 anni, cinque figli da due mogli, ex pilota di rally, barba brizzolata e parlantina svelta (marcato accento piemontese, come del resto Lo Russo). Occhio, perché nella vita ha saputo mescolare l’acqua col vino, dunque è capace di tutto. Re delle acque minerali e produttore di Barolo: c’è da fidarsi? «Ho sempre creato lavoro, lo farò anche per Torino». Dice di amare Mozart e gli agnolotti, non necessariamente insieme, e di ispirarsi a Bjorn Borg: «Rivoluzionò un tennis che pareva immobile». Okay, ma quello che faceva sangue era McEnroe.
Stefano Lo Russo ha 45 anni, insegna geologia, dunque è un esperto di sondaggi. Quelli che lo riguardano, dicono che dovrebbe perdere al primo turno ma vincere al secondo, anche se gli indecisi e coloro che potrebbero andare in gita (però il meteo di domenica è piovoso) superano il 40 per cento. Ex arbitro di calcio in serie D, ha fatto il volontario nell’Operazione Mato Grosso con don Aldo Rabino, storico cappellano del Toro (anche Damilano è un granata), però il suo parroco del cuore è Chiamparino: «Stefano è un secchione, sì, ma generoso, di quelli che passano il compito», dice Sergio. Ma proprio lui, e qui il romanzo si fa interessante, nel 2013 scelse Damilano per la presidenza del Museo del Cinema (il piacione è ancora presidente della Film Commission), e insomma il vecchio Chiampa ha sempre avuto l’occhio lungo. Lo diciamo? Diciamolo: se il piacione fosse il candidato sindaco del centrosinistra, il fortino di Asterix sarebbe al sicuro. E non pochi elettori rosso sbadito potrebbero comunque votare Damilano senza dirlo a nessuno.

La verità è che i due sfidanti sono turinèis garbati, mica tanto diversi tra loro, un calco della vecchia Dc, e chiunque vinca non dovrebbe fare troppi danni. Entrambi stimano e citano Draghi. Però il piacione ha commesso un paio di errori marchiani. Il primo: ipotizzare un bizzarro tunnel sotto il Po e la collina, una roba tipo la teleferica della Raggi, delirio che tuttavia non le impedì di prendersi Roma. Il secondo: disertare il Torino Pride nella città che per prima ha registrato un figlio di una coppia di donne (ecco, almeno sui diritti la vecchia giunta si è mossa in modo impeccabile). «Avevo altri impegni» ha spiegato Damilano. Autogol granata? È pur vero che invece Lo Russo sembra Pirlo prima di perdere lo scudetto.
«Non voteremo mai Damilano al secondo turno», assicura Valentina Sganga, «c’è una totale differenza di idee e valori». Però Conte non ha dato indicazioni, «gli elettori non sono pacchi che si spostano a piacimento, all’eventuale ballottaggio ognuno voti chi vuole». Ma anche se il secchione ha mosso guerra all’Appendino per anni in consiglio comunale, un bel po’ dei voti grillini dovrebbe infine pigliarli. Basteranno? Ma, soprattutto, si arriverà a quel giorno? I dubbi ci sono. Perché tra le cinque grandi città al voto, Torino è quella col pronostico più incerto e con insostenibili pesi sulle spalle: 4 miliardi di euro di debiti, 500 residenti perduti al mese, la popolazione più vecchia d’Italia dopo Genova. Un luogo stanco e malato, ferito dalla crisi e naturalmente dalla pandemia, ingrigito dopo la vertigine olimpica e la coda di cometa che il Pd non ha saputo cavalcare, visto come l’Appendino si sbarazzò di Fassino cinque anni fa.

I programmi, beh, si sa come sono, un mazzo di rose come promesse. Il piacione Damilano parla di case popolari da far ripartire, di brand o forse di brandy, di orgoglio da riconquistare, di auto via dal centro, di Barolo e tartufi («Anche per gli immigrati!») come veicolo di “acchiappo” turistico, e la butta sulla retorica: «Sento forte la responsabilità di partecipare a questo dopoguerra, perché il Covid è stato un conflitto mondiale». “Esageroma nen”. Il secchione Lo Russo vuole una città universitaria piena di studenti, la seconda linea della metro, la sanità di quartiere, «più società e meno social». Come Tortu, dice Letta, sarà lui a vincere allo sprint. Ma i leghisti delle periferie e delle fabbriche, patrimonio perduto forse per sempre dalla sinistra, potrebbero invece scegliere una bella grattatina di tartufo.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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