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Strage Nassiriya, Marco Intravaia: «I carabinieri vennero a scuola. Lì capii che mio padre era morto»

Mezzogiorno, 12 novembre 2022 – 10:56

Il figlio di Domenico Intravaia, uno dei carabinieri uccisi in Iraq 19 anni fa: «Non è stato facile riprendersi. Io, mia madre e mia sorella eravamo rimasti senza una figura di riferimento. Ho sofferto anche di anoressia»

di Emanuele Fragasso

A sinistra Domenico Intravaia, il carabiniere morto in Iraq. A destra suo figlio Marco
A sinistra Domenico Intravaia, il carabiniere morto in Iraq. A destra suo figlio Marco

Oggi, 12 novembre ricorre il 19esimo anniversario della strage di Nassiriya, in cui persero la vita 17 militari italiani che parteciparono alla missione denominata “Antica Babilonia”, in Iraq. Una delle vittime fu il vicebrigadiere Domenico Intravaia, originario di Monreale, comune in provincia di Palermo. L’amministrazione della città normanna ha voluto rendere omaggio al suo cittadino morto in Irap, organizzando una piccola celebrazione al cimitero alla quale ha preso parte anche Marco Intravaia, figlio primogenito del vicebrigadiere, da poco deputato regionale con Fratelli d’Italia.

Che ricordi ha di quel giorno?
«Come dimenticare quella giornata in cui la mia vita e quella della mia famiglia sono cambiate totalmente. Ricordo che ero a scuola, nel corso della lezione arrivò, sul cellulare di una mia compagna, la notifica che comunicava l’attentato al contingente italiano di Nassiriya e lì ebbi un terribile presentimento, confermato da lì a poco, quando poi i carabinieri mi vennero a prendere a scuola. Da quel momento fu un continuo spostarsi da Palermo a Roma, prima i funerali nella Capitale e poi in Sicilia. Da lì in avanti decine di viaggi in giro per l’Italia per cerimonie commemorative, intitolazioni di strade, piazze e scuole. Ci furono negli anni diversi incontri che ci aiutarono ad andare avanti. Grazie a quella tragedia il popolo italiano riscoprì valori che sembravano sopiti, quell’evento stravolse l’intero Paese, non solo chi come me perse il padre».


Cosa le successe dopo questa tragedia?
«Avevo pensato di arruolarmi, per seguire quelle che erano un po’ le orme di mio padre. A un certo punto, frenato dall’idea di lasciare sole mia madre e mia sorella minore, ho provato ad immaginare un percorso alternativo che mi permettesse di servire le istituzioni e il mio Paese, così ho intrapreso un percorso nel mondo politico. Ho iniziato dal basso, a 19 anni fui eletto consigliere comunale nella mia città, Monreale, ho fatto poi l’assessore comunale, il presidente del consiglio sempre nella stessa città, ho lavorato nella Commissione Regionale antimafia, ho fatto da capo alla segreteria del presidente della Regione durante il governo Musumeci, oggi sono diventato deputato regionale. La politica, se fatta bene, è la migliore cosa che si possa fare per la propria terra. A dire il vero, come diceva il generale Dalla Chiesa, i veri carabinieri sono quelli che gli alamari li sentono cuciti sulla pelle: l’Arma è la mia famiglia e ogni volta che vedo un carabiniere per strada, vedo in lui un familiare, mio padre. Questi stessi sentimenti li sto provando a trasmettere anche ai miei figli».

Com’è cambiata la sua vita e la vita dei suoi famigliari dopo l’attentato.
« Non fu assolutamente facile andare avanti. Eravamo rimasti soli, eravamo soltanto in tre. Ho avuto un crollo fisico, ho sofferto di anoressia. Ma sono riuscito a recuperare le forze, grazie anche alla forza dei tanti italiani che ci hanno mostrato il loro affetto negli anni. Merito anche del rapporto che si è venuto a creare nel tempo con i familiari delle altre vittime di quella tragedia, ci siamo fatti forza a vicenda».

Lo Stato vi ha supportati?
«Sì, lo Stato ci ha supportati e ci ha mostrato la sua vicinanza. Sono ancora in corso dopo 19 anni dei procedimenti giudiziari per stabilire quanto accaduto e per accertare delle responsabilità tra i vertici militari».

Che ricordi ha di suo padre?
«Era un padre affettuosissimo. Un simpaticone, amava scherzare, giocoso. Amava il suo lavoro, amava la divisa e fin da quand’ero piccolo mi ha insegnato l’importanza di questo lavoro, l’importanza di amare la nostra nazione e di amare lo Stato. Noi vivevamo un padre carabiniere 24 ore su 24, ma che riusciva ad essere un grande amico di tutti, questo ci viene ancora oggi confermato da molti colleghi. È stato un papà molto presente, la sua mancanza si sente ancora oggi, anche se noi (la nostra famiglia ndr), in realtà, lo sentiamo presente fra di noi ogni giorno».

12 novembre 2022 | 10:56

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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