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Strage del Mottarone: da Varese a Cosenza, il giorno del dolore. «Quelle vite stroncate dalla negligenza»

Sono figli non sopravvissuti ai propri genitori. Figli ai quali, nemmeno da morti, quei genitori hanno potuto dare l’ultima carezza, tali erano le condizioni dei corpi. Saranno quattordici in tutto e ieri sono stati celebrati i funerali delle prime tre vittime italiane della strage di Mottarone. Mille chilometri di distanza e nemmeno novant’anni a racchiudere le esistenze di Serena Cosentino, di Diamante in provincia di Cosenza, e di Silvia Malnati e Alessandro Merlo, di Varese. Le età: 27, 26 e 29 anni. Identico il percorso di avvicinamento alla funivia: una gita della domenica di coppie di fidanzati. Lo erano Silvia e Alessandro come lo erano Serena e il 23enne Mohammadreza Shahaisavandi, di origini iraniane e studente universitario a Roma.

«Vite stroncate dalla negligenza»

Nei grandi disastri siamo abituati a funerali che, svolgendosi nell’immediatezza dei fatti, nelle iniziali fasi di un’indagine fisiologicamente complessa e successiva alle prioritarie operazioni di recupero dei cadaveri sulla vasta scena del crimine, all’inenarrabile dolore della perdita, si portano dietro il mistero sulle cause del disastro stesso. Quasi che il non sapere — e l’appellarsi all’ingovernabile fatalità — possa in qualche modo contenere la rabbia. Qui, invece, è stato da subito chiaro, evidente, categorico: colpe dell’uomo per colpa della sua avidità. Monsignor Giuseppe Vegezzi è il vicario episcopale di Varese.


Nelle fasi più dure della seconda ondata della pandemia, che aveva flagellato la città e la provincia, saturando gli ospedali e obbligando gli amministratori a cercare posti in padiglioni e strutture dismesse, lui si affaticava a ripetere ai propri sacerdoti di far rispettare il sabato e la domenica i distanziamenti nelle chiese: del resto, proprio non c’era verso, perché la paura non aveva diminuito la tradizionale e forte partecipazione alle messe, anzi al contrario l’aveva ancor più elevata, in luoghi così religiosi, a immancabile appuntamento. Infatti, ma non soltanto per questo motivo, erano in duemila, all’interno e all’esterno della chiesa di Santa Maria dei poveri, nel quartiere di San Fermo. E dopo le parole del monsignore («Vite stroncate dalla negligenza»), Luca Malnati, il fratello di Silvia, è salito sull’altare con una lettera destinata a un’altra occasione, un’altra platea. Quella lettera l’aveva scritta per il giorno della laurea di Silvia senza mai consegnarla. Aspettava il momento, un momento unico e irripetibile, chissà, forse le nozze… «Ciao sorellina, il tuo brother è fiero di te… Stai diventando una donna bellissima, io sono tranquillo perché affianco a te c’è l’Ale, che ti ama alla follia».

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Giustizia e verità

Il riferimento al fidanzato, come ben sa chi ha conosciuto i due ragazzi, non è un esercizio retorico quanto il ricordo di una grande storia, confermata da una lunga convivenza in attesa per l’appunto del matrimonio e forse di figli, e da una solidità già adulta. Piangeva e soprattutto urlava la signora Enza, mamma di Silvia, e ha pianto e urlato fino a sentirsi male un’altra madre, quella di Serena, la signora Ada, che si è accasciata all’arrivo della bara nella chiesa di Gesù Buon Pastore, a Diamante. Serena, Silvia, Alessandro: nell’ordine una borsista all’Istituto di ricerca sulle acque a Verbania, una commessa in un negozio di cosmetici, un designer. Giovinezze pacifiche e responsabili, gli studi universitari completati senza pesare sui genitori, dunque lavoretti part-time, pochi soldi però da far bastare, e che bastavano. Giovinezze così comuni, così diffuse, così allineate su una parola forse anacronistica — la parola è «semplicità» — da non far più notizia, o forse sì, perché un uomo pragmatico e dentro la realtà come il sindaco di Varese, Davide Galimberti, ha detto: «In questo momento emergono sentimenti di ostilità, ma proprio ora devono prevalere i sentimenti di giustizia, i valori dello Stato: solo così si può andare a fondo e ricercare la verità… Norme e pene esemplari non sono sufficienti: serve che si rafforzi un forte senso civico nei cittadini affinché queste situazioni non si ripetano… Situazioni conseguenze di lucro e incapacità». C’è stato un colore di giornata: il giallo. Magliette gialle indossate dai famigliari di Serena. Il giallo simbolo della ricerca scientifica, nella quale lei credeva, tanto, tantissimo, la passione che diventa occupazione professionale; e il colore giallo, anche, del cedro, che dà il nome al tratto di costa calabrese di Diamante, dove Serena e Mohammadreza si regalavano passeggiate, baciati da un sole caldo come quello di domenica, lassù al Mottarone.

27 maggio 2021 (modifica il 27 maggio 2021 | 21:52)

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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