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«Stop ai tecnocrati», «Pensate a pedalare». Psicodramma alla Camera tra ribelli e governisti del M5S

Si sente l’odore di incenso che copre questo gattopardismo tecnocratico». Potere della parola, potere delle suggestioni. Quando l’organizzatore della truppa ribelle dei M5S alla Camera Pino Cabras prende la parola in dissenso dal gruppo per votare No alla fiducia al governo Draghi, sono passate da poco le otto di sera, fuori dall’Aula di Montecitorio qualcuno comincia per davvero a sentire odore di incenso. È il giorno dello psicodramma, quello vero, l’ora delle carte bollate del divorzio, il sigillo di ceralacca tra il gruppone che seguirà Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Vito Crimi al governo con Mario Draghi, da una parte; e dall’altra loro, la pattuglia dei fuoriusciti, che andranno ad aggiungersi a Lezzi, Morra e compagnia, già freschi di espulsione. Il capogruppo Davide Crippa dice che «siamo come la nazionale di ciclismo, noi abituati a pedalare», che si trovano al fianco anche di chi «preferisce sgonfiare le ruote degli altri», il riferimento è a Matteo Renzi. Fuori, e senza troppi fazzoletti ad asciugare lacrime che non si spendono, quelli che dicono no, alcuni dei quali scandiranno nel loro intervento che «l’alternativa c’è».

E così — tra otto «concluda», due «grazie», tre «colleghi, per favore» e un «fate silenzio perché c’è un rimbombo così», gli espedienti retorici usati dal presidente della Camera Roberto Fico per tentare di circoscrivere a un minuto l’intervento dei dissidenti — si celebra la rottura più annunciata degli ultimi tempi. Quelli che erano già fuori partecipano al rito dai banchi del Gruppo Misto, dove presto verranno raggiunti dai vecchi compagni. «Buone mascherine a tutti, e non di carnevale», scandisce l’ex grillino Massimiliano De Toma, lasciando l’uditorio nel dubbio se per «mascherine» intendesse il dispositivo di protezione anti-Coronavirus o altro. La no-vax Sara Cunial cita fantomatiche «transizioni scientiste affidate a dirigenti delle compagnie telefoniche».

E poi, uno dopo l’altro, arrivano i fuoriuscenti che diventano fuoriusciti. Alvise Maniero saluta i compagni M5S ricordando un cavallo di battaglia che avrebbe fatto piacere ai berlusconiani dell’epoca, quella lettera della Bce del 2011 che fu la pietra tombale sul governo del Cavaliere, chiamando il neo presidente del Consiglio in correità per il rispetto delle «regole di convergenza fiscale europea». Francesco Forciniti, nel tentativo di superare a sinistra la Giorgia Meloni della citazione di Brecht, gioca la carta di Fabrizio De Andrè e della sua «direzione ostinata e contraria». Jessica Costanzo — non si sa quanto consapevolmente, visto che il copyright s’è disperso nella notte dei tempi — usa il jolly di Enrico Berlinguer e dell’«esaurimento della spinta propulsiva», stavolta del Recovery Plan.

L’indice di capi d’accusa che spingono i ribelli M5S a negare la fiducia al governo in dissenso da Grillo fluttua tra «neoliberismo» e «liberismo» semplice, veleggia tra «tecnocrazia» ed «europeismo reale», viaggia tra «Bruxelles» e «Francoforte». L’onorevole Rosa Alba Testamento sceglie la terza via tra un libro di Le Carrè e il Jfk di Oliver Stone: «Conte è caduto per un complotto di cui Renzi è stato solo il finalizzatore». È una linea che Francesca Galizia, capogruppo in commissione Politiche Ue, contrasta ricordando che «le critiche per aver sostenuto la maggioranza Ursula von der Leyen e oggi con orgoglio affermiamo che siamo stati lungimiranti e protagonisti del nuovo corso». Fuori dal Palazzo un altro espulso eccellente, Nicola Morra consegna alla diretta tv di Enrico Mentana il suo platonico «amicus Plato sed magis amica veritas». Traduzione: Grillo mi è amico ma la «verità di più». Cartellino rosso, ceralacca sulle carte bollate, divorzio, addii.

18 febbraio 2021 (modifica il 18 febbraio 2021 | 23:48)

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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