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Sportivo italiano 2021 – Oscar OA Sport: Jacobs nell’empireo, Ganna doma tempo, Tamberi ispirante. La rimonta di Tortu…

Il 2021 è stato un anno semplicemente trionfale per lo sport italiano. Abbiamo vissuto una stagione indimenticabile, condita da una sfilza di successi e di risultati sbalorditivi che hanno stravolto il panorama tricolore. Una serie di record, imprese, gesta memorabili che hanno scaldato il cuore di tutti gli appassionati e che hanno avuto una vasta eco. I dodici mesi che ci stiamo per lasciare alle spalle hanno rappresentato davvero l’apice del movimento nazionale e resteranno per sempre indelebili nella mente di chi è vicino all’universo sportivo.

Le 40 medaglie conquistate ai Giochi con alcune chicche straordinarie rappresentano l’apice insieme ai sigilli ottenuti agli Europei di calcio e di volley. La redazione di OA Sport conferisce i premi e gli onori ai migliori sportivi italiani di questa stagione. Per l’occasione, visto l’anno speciale, abbiamo allargato gli orizzonti a una top-15, premiando chi si è maggiormente messo in luce tra tante eccellenze che ha vissuto e ammirato tantissimi successi. Specifichiamo chiaramente che si tratta di singole individualità (o massimo di coppie che gareggiano insieme), mentre per le squadre abbiamo pensato a una classifica apposita.

In una stagione così speciale sarebbe servita una top-50 per includere davvero tutti gli azzurri capaci di ottenere risultati di assoluto rilievo. La scelta è stata durissima e non hanno trovato spazio atleti di grande spicco tra cui Gregorio Paltrinieri (tre ori agli Europei in lunga, due medaglie alle Olimpiadi), Antonino Pizzolato (campione d’Europa e bronzo olimpico nel sollevamento pesi), Aaron March (vincitore della Coppa del Mondo di snowboard), Michael Magnesi (Campione del Mondo IBO nella boxe), Martina Fidanza (Campionessa del Mondo nello scratch), Vanessa Ferrari (argento olimpico e bronzo europeo, ma per la ginnasta ci sarà un riconoscimento speciale). Una lista di esclusioni eccellenti e che tra l’altro non è nemmeno esaustiva (ci perdonerà chi non è stato menzionato, il 2021 è stato semplicemente trionfale). Di seguito l’Oscar OA Sport per il miglior sportivo italiano e la nostra classifica.

OSCAR OA SPORT 2021, MIGLIOR SPORTIVO ITALIANO:

PRIMO POSTO – MARCELL JACOBS: 

Aedo di un verbo mai pronunciato. Rapsodo di gesta mai balenate in menti umane. Cantore di epopee divine, divenute solennemente terrene in un giorno consegnato alla leggenda. Il Pelide Marcell da Desenzano del Garda, l’uomo che ha riscritto l’epica dello sport tricolore e l’ha magicamente fatta sublimare in qualcosa di “oltre”, di impensabile, di inimmaginabile. Il mito dell’uomo più veloce della Terra si tramanda da millenni, il nostro genere è nato con la necessità di correre per sopravvivere e siamo cresciuti in quell’alveo. 

Il seme si è incarnato in San Jacobs, che dalle sponde di un lago si è issato fino in cima all’Olimpo. Un italiano è padrone dei 100 metri: la gara più iconica, seguita, prestigiosa, storica di tutti i Giochi. Quella più mediatica, quella che incolla davanti al televisore circa tre miliardi di spettatori in ogni angolo del globo, quella che consacra all’immortalità, quella di cui tutti parlano inevitabilmente il giorno dopo. Quella che è tutto o niente, quella che riporta ai bisogni ancestrali del genere umano e la rende così sentita, così avvincente, così vibrante, così amata. 

Marcell Jacobs si è laureato Campione Olimpico, fornendo una prestazione semplicemente stellare e migliorandosi costantemente turno dopo turno, fino al roboante 9.80 con cui ha conquistato la medaglia d’oro. Nuovo record europeo, primato italiano stracciato, apoteosi totale ed Eroe indiscusso della Patria, conosciuto davvero da chiunque: dai più piccoli ai più grandi, dai nipoti ai nonni, dagli appassionati di sport a chi non segue le vicende di questo ambito. Simbolo perché ha dimostrato, in maniera perentoria, che l’impossibile è soltanto qualcosa di possibile di cui però si vedono soltanto i limiti. 

Domenica 1° agosto resta saldamente, e lo sarà per i decenni a venire, lo zenit dello sport italiano. Marcell Jacobs si è consacrato dopo aver già vinto il titolo europeo sui 60 metri indoor e dopo aver dimostrato in molte occasioni il suo valore. Non è finita lì perché poi ha trascinato la staffetta a un trionfo apocalittico: la 4×100 azzurra si issa sul trono a cinque cerchi, la velocità tricolore è la più forte dell’intero Pianeta. Chi l’avrebbe mai detto di toccare gli apici di USA, Giamaica e compagnia. Le infamanti accuse dei mesi seguenti non meritano considerazione, come la vergognosa scelta di World Athletics di non inserirlo nemmeno tra i migliori dieci atleti dell’anno. Se ne facessero una ragione: l’uomo più veloce della Terra è italiano. 

SECONDO POSTO – FILIPPO GANNA: 

Un missile terra-aria. Un tornado. Una caccia-bombardiere. Un automa nato per generare potenza ed energia a suon di pedalate. Un colosso titanico in grado di fendere l’aria. Un dardo imperniato dal fuoco sacro dal talento, capace di oltrepassare oltre ogni limite e di riscrivere le leggi della fisica. Una locomotiva azionata da muscoli umani, in moto simbiotico e sincronizzato, con destinazione paradiso. Filippo Ganna è un fuoriclasse assoluto del ciclismo, che ci viene invidiato in ogni parte del globo e che viene apprezzato non soltanto per le sue doti tecniche, ma anche per la sua disponibilità e per la generosità profusa nei confronti di compagni di squadra, colleghi di gruppo, amici. 

Il ribattezzato TopGun è un uomo in grado di fare la differenza in ogni contesto, è l’incarnazione del Dio del Tempo, è la sublimazione di Crono sceso in terra. Il padrone indiscusso e acclarato dell’orologio, l’umano che ha osato sfidare le lancette e ne ha fatto una ragione di vita. Il piemontese si è reso protagonista di una memorabile stagione, in cui spicca la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi col quartetto nell’inseguimento a squadre. Proprio in quell’occasione abbiamo assistito allo strapotere di questo ragazzone alto 193 centimetri: ha preso il comando del treno nella parte conclusiva, ha lanciato la rimonta nei confronti della Danimarca e l’Italia ha trionfato sul filo di lana. 

Un recupero al fulmicotone che ha consacrato questa squadra, spinta dal suo immarcescibile capitano. Come se non bastasse, il 25enne ha ribadito il suo ruolo di leader firmando il bis con i compagni in occasione dei Mondiali a Roubaix: un’altra apoteosi dorata, questa volta giunta in maniera netta sulle biciclette celebrative del trionfo nel Sol Levante. Filippo Ganna si è confermato Campione del Mondo a cronometro, difendendo splendidamente il titolo conquistato lo scorso anno: da Imola alla Fiandre, questa specialità conosce soltanto un dominatore.  

Peccato per il mancato sigillo nell’inseguimento individuale ai Mondiali su pista: un primo chilometro sottotono in qualifica gli ha impedito di giocarsi il gradino più alto del podio, sarebbe stata la ciliegina sulla torta. La cronometro delle Olimpiadi è andata in scena su un tracciato troppo duro, la medaglia è sfumata per un soffio. Da non dimenticare le due tappe vinte al Giro d’Italia (entrambe a cronometro) e l’enorme apporto garantito al colombiano Egan Bernal per arrivare a Milano in maglia rosa. Intanto si inizia a pensare al Record dell’Ora… 

TERZO POSTO – GIANMARCO TAMBERI: 

L’uomo che ha incarnato lo spirito olimpico, l’amicizia, il rispetto. Fonte di ispirazione per milioni di sportivi in tutto il mondo. La stretta di mano con l’amico-rivale Mutaz Essa Barshim e l’accordo per condividere la medaglia d’oro è indubbiamente una delle immagini più rappresentative dei Giochi: in quell’abbraccio c’è tutto il cuore del ribattezzato Gimbo. È l’emblema della sofferenza patita nell’ultimo lustro: dall’infortunio alla vigilia di Rio 2016, dove si sarebbe presentato con i favori del pronostico, all’apoteosi di Tokyo 2020, dove era sì tra gli accreditati per una medaglia ma non l’atleta da battere. 

Gianmarco Tamberi non è soltanto il Campione Olimpico di salto in alto, ma è un fuoriclasse di umanità ed è una caratteristica che riesce a conquistare, ad ammaliare, ad attecchire tra il grande pubblico. Il marchigiano è estroso, simpatico, mai banale, genuino, spontaneo, sempre disponibile: ha continuato a gareggiare dopo i Giochi (e a vincere…), ma nel contempo non si è mai sottratto quando il pubblico lo invocava e, spinto da qualche caloroso appassionato, si avventurava in partite notturne di basket (ne sa qualcosa la sua Chiara, splendida fidanzata con cui convolerà a nozze nel 2022). 

Ricordiamo il 29enne a terra dopo l’infortunio di Montecarlo maturato cinque anni fa, quando realizzò il primato nazionale e poi si fece male. Ricordiamo quel gesso con su scritto “Tokyo 2020” (poi diventato 2021), portato in pedana proprio nel Sol Levante dopo il trionfo a cinque cerchi. Ricordiamo la marcia di avvicinamento, tutt’altro che semplice e irta di ostacoli e trappole. Ma ricordiamo soprattutto l’intesa con Barshim e quell’oro condiviso, già consegnato all’antologia dell’olimpismo più puro. 

Come è consegnato alla storia dello sport tricolore l’abbraccio con Marcell Jacobs in quella memorabile domenica 1° agosto, con i due trionfi nel giro di dieci minuti. Gianmarco Tamberi è un trascinatore nato, un istrione, un capobanda in grado di impartire lezioni di vita da tenere bene a mente. Come se non bastasse ha vinto anche la Diamond League (primo italiano a riuscirci) e ha chiuso l’anno da numero 1 del ranking di World Athletics, senza dimenticarsi dell’argento agli Europei Indoor. Manca un tassello per completare lo Slam: il trionfo ai Mondiali outdoor, Eugene è nel mirino… 

QUARTO POSTO – FILIPPO TORTU: 

Il velocista brianzolo è stato protagonista di uno dei momenti simbolo di tutte le Olimpiadi alle nostre latitudini. Dopo aver trascorso cinque giorni non eccellenti in seguito all’eliminazione in semifinale sui 100 metri vinti dal compagno di squadra Marcell Jacobs, l’ex primatista italiano si inventa la magia della vita proprio nel momento più difficile della sua giovane carriera. Il 23enne era stato il primo azzurro a scendere sotto i 10 secondi nel 2018, ma sembrava essersi un po’ smarrito e aveva iniziato a soffrire l’ascesa perentoria del bresciano. 

Nel momento meno previsto e prevedibile, Filippo Tortu fa saltare il banco offrendo una prestazione che trascende la prestazione ed entra nell’empireo dei più grandi sportivi italiani di tutti i tempi. La 4×100 viaggia a mille: Lorenzo Patta è impeccabile al lancio, Marcell Jacobs sembra un turbocompressore, Eseosa Desalu si inventa una pennellata antologica in curva e consegna un testimone perfetto nelle mani del nostro ultimo frazionista. L’Italia è incredibilmente in lotta per una medaglia alle Olimpiadi nella prova veloce di squadra, quella che sembrava essere un affare riservato ad altre Nazioni. 

Sciorina una cavalcata maestosa, lotta spalla a spalla con gli avversari, li fa fuori uno a uno con una cattiveria agonistica trascendentale, batte il britannico Nethaneel Mitchell-Blake per appena un centesimo e il quartetto dei sogni fa festa avvolto nelle bandiere tricolori, facendo risuonare uno degli Inni di Mameli più impensabili della storia. I meme si sprecano, quello diventato più virale e più gradito allo stesso atleta è quello che ritrae Giorgio Chiellini, capitano della Nazionale di calcio, trattenere Mitchell-Blake per la maglia (come aveva fatto con l’inglese Bukayo Saka nella finale degli Europei) e permettere così a Tortu di vincere per quel piccolo centesimo.  

Una nuova dimensione avvolge il velocista, che nel finale di stagione si è anche tolto la soddisfazione di correre i 200 metri in un impetuoso 20.11 a Nairobi, diventando il secondo italiano di sempre sulla distanza alle spalle soltanto di Pietro Mennea. Filippo Tortu ha cambiato prospettiva, per sua stessa ammissione, e ora può sognare sempre più in grande. 

QUINTO POSTO – VALENTINA RODINI e FEDERICA CESARINI: 

Le pioniere. Donne che hanno sfatato un tabù, che hanno demolito un muro e hanno costruito un ponte. Ragazze che hanno squarciato la tela e hanno dipinto un quadro futuristico. Atlete che hanno riscritto la storia della loro disciplina e si sono erte a statue di bellezza votiva, veri e propri esempi da prendere a modello. Fonti di ispirazioni per migliaia di donne, dimostrazione lampante di come non ci siano limiti e che quelli esistenti sono soltanto costrizioni mentali (auto)imposte in contesti che non sono limitati ma aperti a ogni occasione. 

Valentina Rodini e Federica Cesarini hanno poggiato la pietra miliare del canottaggio femminile alle nostre latitudini: prima del loro avvento, infatti, l’Italia non aveva mai conquistato una medaglia alle Olimpiadi con il settore rosa in questo sport. Le due azzurre si sono superate, mettendosi al collo una spettacolare medaglia d’oro nel doppio pesi leggeri.  

La coppia si è inventata una gara prodigiosa nelle acque giapponesi, interpretando una finale al fulmicotone e risoltasi soltanto sul filo di lana. Il duello con le francesi Laura Tarantola e Claire Bové è stato semplicemente epico e si è risolto per appena 14 centesimi in favore delle nostre portacolori, in grado di fare risuonare l’Inno di Mameli quasi in maniera inattesa.  

Le due lombarde, rispettivamente classe 1995 e classe 1996, non hanno mollato i remi dopo la gloria a cinque cerchi e hanno proseguito sull’onda lunga dell’entusiasmo, laureandosi Campionesse d’Europa in quel di Varese a inizio ottobre (secondo titolo continentale per Cesarini dopo quello nel singolo a Lucerna 2019). Due ragazze che meritano spazio e riconoscimenti, invocati da loro stesse con uno sfogo di fine stagione a mezzo social. 

SESTO POSTO – LUIGI BUSÀ: 

Il Nippon Budokan è uno dei grandi templi degli sport da combattimento. In questo luogo magico nell’area di Chiyoda (a Tokyo) si respira un’area diversa, che trasuda di storia e di mito. Le arti marziali sono di casa in questo impianto, dove vanno in scena svariati incontri di cartello e dove gli appassionati giapponesi si riuniscono per assistere alle gesta dei loro amati beniamini. Dal sumo (i cui atleti sono considerati alla stregua di Dei veri e propri) al kendo, dal kyudo al judo, fino al karate. Non poteva essersi luogo più adatto per celebrare la prima (e per il momento unica) apparizione del karate alle Olimpiadi. 

Il Nippon Budokan è un teatro per palati fini: è vero che i Giochi erano a porte chiuse, ma si percepiva la sacralità di quelle mura. Trionfare a queste latitudini, in una disciplina di combattimento, significa ergersi a immortali dello sport. Anche perché il karate non ritornerà presto ai Giochi e quella di quest’estate era un’occasione più unica che rara. Luigi Busà la sfrutta al meglio e scala l’Olimpo, conquistando la medaglia d’oro sognata e sperata per tutta la vita: non poteva sbagliare e ha fatto centro da autentico fuoriclasse della sua categoria di peso. 

Il Gorilla di Avola si è laureato Campione Olimpico tra i 75 kg, al termine di una cavalcata impeccabile culminata con la memorabile finale disputata contro l’azero Rafael Aghayev, il rivale di tutta una vita. Dopo le apoteosi ai Mondiali 2006 e 2012, dopo cinque titoli europei (l’ultimo nel 2019), arriva anche il titolo più importante di una carriera semplicemente magistrale.  

Il 34enne siciliano si è battuto vigorosamente il petto, facendo risuonare l’Inno di Mameli al Budokan. È come se uno straniero vincesse il Mondiale di cannoli in Sicilia… Irripetibile. Peccato per l’infortunio di fine stagione che gli ha impedito di essere protagonista anche durante la rassegna iridata, ma l’obiettivo che contava davvero è stato pienamente raggiunto. 

SETTIMO POSTO – ANTONELLA PALMISANO: 

Capelli al vento, ornati da un amorevole fiore di stoffa. Stile impeccabile e tecnica sopraffina, da autentica Regina del tacco e punta. Sorriso sulle labbra, nonostante le enormi fatiche. Genio e acume tattico fatto a persona. Grinta, caparbietà, tenacia, aggressività. Un condensato di emozioni, di cuore e testa. C’è voluto tutto questo per laurearsi Campionessa Olimpica, da sfavorita della vigilia e con qualche acciacco fisico che nelle settimane prima dei Giochi non le aveva fatto dormire dei sonni tranquilli. 

Un folletto pugliese, che avanza imperterrita sull’asfalto, divorando la strada e mangiandosi le avversarie una a una. Un turbodiesel in versione samurai, tutta sola contro la corazzata cinese che si era presentata nel Sol Levante per dominare la sempre prestigiosa 20 km di marcia. Nel giorno del suo 30mo compleanno, dopo che in primavera aveva già trionfato in Coppa Europa, Antonella Palmisano si rende protagonista di una magia imperitura e stravolge qualsiasi piano tattico di una gara storicamente sempre complicata da leggere e da costruire. 

Si marcia a Sapporo, visto il troppo caldo nella capitale Tokyo. L’azzurra sa che deve temere soprattutto il terzetto cinese composto da Liu Hong, Qieyang Shenjie e Yang Jiayu le quali potrebbero fare anche gioco di squadra. Nel corso della prova spuntano anche la colombiana Sandra Arenas e la spagnola Maria Perez. La nostra portacolori è maestosa, sciorina una tecnica impeccabile, non incappa nemmeno in una penalità (a differenza di tante altre quotate rivali), surclassa la concorrenza in maniera imperterrita e giunge al traguardo in solitaria.  

Come i fenomeni puri. Alza le braccia al cielo, arpiona lo striscione, esulta, piange. Avvolta nel tricolore. Il gradino più alto del podio è la gioia attesa per una vita intera, il migliore regalo di compleanno possibile, la torta dei sogni in formato cinque cerchi. La medaglia d’oro non si può mangiare, ma si può gustare lentamente e dolcemente… 

OTTAVO POSTO – VITO DELL’AQUILA: 

Il primo amore non si scorda mai, ma nemmeno il primo oro alle Olimpiadi. Ci pensa lui ad aprire le danze nella sala da ballo di Tokyo, con un tip-tap vibrante ed energico. Il primo sigillo a cinque cerchi per l’Italia porta la firma di questo giovane talento del taekwondo, che ha fatto saltare il banco in maniera travolgente nella giornata iniziale dei Giochi. Un antipasto gustoso e delizioso, che per praticamente una settimana ha rappresentato l’unica soddisfazione dorata per il Bel Paese. Ci eravamo arenati dopo i colpi di Vito Dell’Aquila, salvo poi scatenarsi in una seconda settimana semplicemente straripante. 

Mesagne è il Regno del Taekwondo. I grandi maestri sudcoreani hanno probabilmente designato questa località italica, nei loro tratti astrali, come patria estera di questa arte marziale. Da quel piccolo comune pugliese proviene Carlo Molfetta, oro a Londra 2012. Da quel centro in provincia di Brindisi arriva anche il Campione Olimpico della categoria fino ai 58 kg a Tokyo 2020. Il nostro portacolori era tra i favoriti della vigilia, ma imporsi in maniera così nitida e netta era tutt’altro che scontato e semplice. 

Il ragazzo della classe 2000 demolisce nell’ordine l’ungherese Omar Salim, il thailandese Ramnarong Sawekwiharee e l’argentino Lucas Guzman, staccando così il biglietto per l’atto conclusivo dove incrocia l’inatteso tunisino Mohamed Khalil Jendoubi, capace di eliminare a sorpresa il sudcoreano Jan Jun, Campione del Mondo 2019 e candidato al titolo insieme al nostro portacolori.  

Vito Delll’Aquila soffre l’avvio dirompente dell’africano, ma riesce comunque a rimanere a contatto e poi nel finale si esalta con calci e pugni, recuperando e riuscendo a meritarsi l’apoteosi. Al debutto olimpico, con fare baldanzoso e propositivo, con forza e veemenza, strutturato e concentrato per fare la differenza in certi contesti, mantenendo sempre la necessaria calma e senza ricorrere a una foga inconcludente. 

NONO POSTO – RUGGERO TITA e CATERINA BANTI: 

“Italiani popolo di santi, poeti e navigatori”. Ormai è diventato un modo di dire (tralasciamone le origini in questo contesto). Il Bel Paese, però, mancava l’appuntamento con la medaglia d’oro nella vela alle Olimpiadi addirittura da Sydney 2000 e gli ultimi allori a cinque cerchi risalivano a Pechino 2008. Un digiuno infinito per una Nazione che può lustrarsi di oltre 9000 km di costa, ma che in acqua e a bordo di un’imbarcazione faceva una tremenda fatica a imporsi nel contesto più prestigioso. 

Tutto contornato dalla maledizione della Medal Race, ovvero della regata conclusiva che definisce il podio: troppo spesso gli azzurri hanno sofferto in questa prova (con punteggio raddoppiato) e i sogni di gloria sono sovente sfumati proprio sul più bello. Ruggero Tita e Caterina Banti sono invece impeccabili attorno all’Isola di Enoshima, sparvieri inarrivabili, navigatori con la Trebisonda sempre ben in vista e con l’occhio cristallino puntato nitidamente verso l’obiettivo che conta davvero. 

Fratelli e sorelle d’Italia, da Rovereto a Roma. Scribi di una pagina di storia dello sport italiano, i primi a conquistare una medaglia olimpica in un evento misto, dove uomini e donne gareggiano insieme a coppie. Emblemi della tanto ricercata parità di genere in ambito sportivo, pionieri di qualcosa che segnerà il futuro di tutte le discipline, icone di una specialità spettacolare e che farà sicuramente proseliti. 

Dominatori dell’affascinante Nacra 17. La barca volante, una sorta di Luna Rossa da America’s Cup in miniatura, è controllata brillantemente dagli azzurri: vincono quattro regate, sono secondi in altre quattro e terzi in altre due prove, fiaccando i britannici John Gimson e Anna Burnet. L’Italia è nuovamente dorata nella vela dopo 21 anni di attesa infinita per mano di un uomo e una donna che hanno trovato l’intesa perfetta per fare la differenza. 

DECIMO POSTO – MASSIMO STANO: 

“Sayonara” è una delle prime parole che un appassionato di lingua giapponese apprende quando inizia ad avvicinarsi allo studio del difficilissimo idioma asiatico. “Addio”, per tradurla in maniera spicciola, anche se nel Sol Levante ogni vocabolo ha delle accezioni un po’ differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati in Occidente.  

“Sayonara” è il verbo, in senso lato, che Massimo Stano ha pronunciato in faccia a due giapponesi nella durissima 20 km di marcia delle Olimpiadi di Tokyo. Un pugliese, amante della cultura nipponica, ha osato mandare in crisi due idoli di casa. Li ha sfiancati col suo fare tecnico e con uno stile immarcescibile: Koki Ikeda e Toshikazu Yamanishi hanno subito la legge dello straniero, che da innamorato del Giappone è venuto a prendersi l’imperitura gloria a cinque cerchi. 

Il 29enne non era certamente andato in gita in quel di Sapporo, anche perché le condizioni climatiche gli si addicevano ed era supportato da un’ottima condizione fisica. Di sicuro non era tra i grandi favoriti della vigilia, ma da outsider di lusso è riuscito a fare la differenza con un tacco e punta magistrale, degno della scuola di Patrizio Parcesepe che ha portato al titolo olimpico anche la sua corregionale Antonella Palmisano. 

Dopo quel “Sayonara”, pronunciato negli ultimi chilometri, Massimo Stano ha tagliato il traguardo in solitaria, come si confà ai fuoriclasse, e ha ritrovato gli avversari soltanto sul gradino più alto del podio. E passare ad “Arigato”, pronunciato col suo accento pugliese che sembra non discostarsi tanto da quello dei madrelingua, è davvero un attimo: “grazie”, da Grumo Appula con furore. 

UNDICESIMO POSTO – SONNY COLBRELLI: 

Il Cobra ha morso voracemente e ha mangiato a sazietà, più di quanto era riuscito a fare in una carriera intera. In una stagione memorabile ha stritolato gli avversari in tre occasioni di primissimo piano, si è confermato un Boa Constrictor e con le sue spire è riuscito ad annientare l’intera concorrenza. Pittore di uno dei quadri più belli del ciclismo contemporaneo, sceneggiatore e attore protagonista di una delle gare più folli e divertenti degli ultimi vent’anni, regista impeccabile di un film entrato nella cineteca ristrettissima delle perle del pedale. 

Si torna a correre la Parigi-Roubaix dopo due anni. Dalla sua tradizionale collocazione primaverile trasloca eccezionalmente in ottobre. La Classica Monumento per eccellenza vive nella pioggia e nel fango. I celeberrimi tratti in pavé diventano un misto di pietre scivolose e impervie, ricoperte dalla melma e quasi invisibili sotto una coltre marrone. Il gruppo è chiamato a vivere una giornata da tregenda, degna del miglior ciclocross: tra guadi di pozzanghere, cambi saltati, ruote bucate, volti e maglie che si sporcano e che si tingono di tonalità da stalla. Diventando irriconoscibili. 

Sonny Colbrelli è alla sua prima partecipazione in quello che viene ribattezzato Inferno del Nord (e per questa edizione il soprannome è ancora più azzeccato). Quel giorno, però, non trema e corre da assoluto protagonista, con la convinzione di potersi giocare qualcosa di importante nonostante la presenza di una sfilza di fuoriclasse. Giganteggia sui tratti più iconici e impegnativi, rimane aggrappato alla stella Mathieu van der Poel, raggiunge il fuggitivo Gianni Moscon (colpito da tanta sfortuna) e poi, in una memorabile volata al Velodromo per eccellenza, batte il belga Florian Vermeersch e il già citato Mathieu van der Poel per regalarsi una gioia imperitura. 

Una maschera di fango trionfa dove si è scritta la leggenda del pedale. Alla partenza il 31enne bresciano indossava una maglia bianca, sul petto una fascia di colore blu con delle stelle gialle: è l’effige del Campione d’Europa. Al traguardo si fa fatica a capirlo, ma non bisogna mai dimenticarsi che un mesetto prima aveva fatto sua la rassegna continentale a Trento regolando in una volata a due l’altro fenomeno Remco Evenepoel. Prima ancora aveva vinto anche i Campionati Italiani. Mostruoso. 

DODICESIMO POSTO – NICOLA BARTOLINI: 

Un apripista rivoluzionario. Ha sdoganato i tatuaggi in un ambiente molto chiuso e attento all’estetica, riuscendo a fare digerire, a chi poco lo apprezzava, il suo corpo pieno di opere d’arte, espressione della sua vita e ricche di significato. Ha riportato in auge la pulizia di esecuzione, spesso dimenticata in soffitta a livello internazionale per inseguire difficoltà sempre più esasperate ed esasperanti. Soprattutto ha fatto risuonare l’Inno di Mameli a un Mondiale di ginnastica artistica come non succedeva da 24 anni (tenendo in considerazione esclusivamente il settore maschile). 

L’Italia ha avuto soltanto due uomini in grado di salire sul tetto del Pianeta nel secondo dopoguerra: il primo è un’icona indiscussa dello sport tout court alle nostre latitudini, porta il nome di Yuri Chechi e di titoli iridati ne ha messi in fila cinque consecutivi (l’ultimo nel 1997, sempre agli amati anelli); il secondo è proprio Nicola Bartolini, che ha sfatato anche il tabù del corpo libero dove un nostro connazionale non era mai riuscito a mettersi al collo la medaglia d’oro iridata. Il sardo ha semplicemente tagliato il vento, ha preso a spallate preconcetti, muri, ostacoli. Ha sbriciolato record. 

Tutto con una naturalezza, una spensieratezza e un’eleganza davvero encomiabili. Dal ragazzino testa calda che faceva fatica a sublimare il suo talento, a un uomo maturo (nonostante abbia soltanto 25 anni, è sulla cresta dell’onda da diverso tempo) che ha trovato i giusti binari da percorrere, quelli giusti per fare correre a pieno regime le sue doti ginniche, inebriando la strada di Polvere di Magnesio.  

La lucidità e la caparbietà di “Bartoleddu” si è vista soprattutto in due frangenti: è riuscito a somatizzare la delusione per la mancata partecipazione alle Olimpiadi, quando ormai sembrava fatta (cavilli regolamentari oltremodo arzigogolati lo hanno escluso a ridosso della partenza), e a scacciare le idee di un ritiro immediato dall’attività agonistica; ha avuto l’ardore di incrementare di quattro decimi la nota di partenza tra gli Europei primaverili (dove ha conquistato la medaglia di bronzo) e i Mondiali, riuscendo a fare la differenza e a mettere in crisi gli avversari con una partenza a razzo in finale. 

TREDICESIMO POSTO – MARTA BASSINO: 

Campionessa del Mondo di slalom parallelo e vincitrice della Coppa del Mondo di gigante. Questo il palmares stagionale della sciatrice piemontese, che per larghi tratti dell’annata agonistica è stata dominante. Ha vinto quattro delle prime cinque gare disputate nella sua specialità prediletta, la matrice assoluta dello sci alpino: con uno stile impeccabile, una lettura unica del tracciato e la capacità di domare le porte, la 25enne si è imposta a Soelden, a Courchevel e per due volte consecutive a Kranjska Gora.  

A quel punto soffrirà un po’ in gigante (raccogliendo comunque il terzo posto a Plan de Corones) e ai Mondiali non riuscirà a incantare tra le porte larghe. La gloria iridata è però dietro l’angolo e arriva dove meno te lo aspetti: nel nuovo slalom parallelo, format tanto discusso e che non piacerà a molti, ma che assegna medaglie pesanti. Tutto questo in casa, nella sempre affascinante Cortina d’Ampezzo (sede delle Olimpiadi Invernali 2026…). 

Marta Bassino coglie l’occasione, sfrutta i vantaggi assicurati dal tracciato non così simmetrico, riesce sempre a recuperare e in finale trionfa, a pari merito con l’austriaca Katharina Liensberger. La prima italiana a salire sul podio in ben cinque specialità differenti si coccola la Sfera di Cristallo addobbata da un alloro dorato: il massimo possibile in una stagione davvero con i fiocchi. La nuova stagione è tutta incentrata sulle Olimpiadi di Pechino, dove si cercherà il colpaccio dell’immortalità sportiva. 

QUATTORDICESIMO POSTO – ELISA BALSAMO: 

Un talento eclettico naturale e fuori dall’ordinario. Una ragazza che ha fatto della multidisciplinarietà il suo cavallo di battaglia, espressione di un ciclismo moderno sempre più completo e variegato, emblema della fusione di diversi stili e di una maturità già dilagante ad appena 23 anni. Elisa Balsamo si è laureata Campionessa del Mondo su strada, imponendosi nella prova in linea nelle Fiandre al termine di una gara interpretata in maniera intelligente e in perfetta intesa con le compagne di squadra, conclusa con una stupenda volata a ranghi ristretti in cui è riuscita a travolgere tutte le olandesi, presentatisi in formato Dream Team e tornate a casa con un pugno di mosche. 

Veloce e abile in volata, ma capace di distinguersi anche su strappi e salite di media lunghezza, tanto che potrebbe diventare a tutti gli effetti una candidata alle principali Classiche internazionali. La maglia iridata rappresenta anche un bel riscatto dopo la delusione maturata alle Olimpiadi di Tokyo 2020: si presentava tra le favorite per una medaglia nell’omnium, ma una caduta nello scratch la escluse dai giochi. La piemontese si distingue per un’encomiabile devozione al lavoro e per la capacità di migliorarsi costantemente, in strada e su pista.  

In questa memorabile stagione non ha festeggiato soltanto la casacca arcobaleno su strada, ma anche due medaglie ai Mondiali su pista (argento nell’inseguimento a squadre, bronzo nell’americana). Elisa Balsamo ha già sfoggiato la speciale maglia da Campionessa del Mondo e ha vinto l’ultima tappa del Women’s Tour in Gran Bretagna. 

QUINDICESIMO POSTO (pari merito) – MATTEO BERRETTINI: 

Giocare la Finale di Wimbledon è uno dei sogni più grandi per una tennista. Quando si inizia a imbracciare la racchetta e si tirano i primi colpi, il desiderio più ricorrente è quello di arrivare a giocare sui magici prati verdi di uno dei templi più maestosi di questa disciplina. Il “total white” imposto come “dress code”, i ciuffi d’erba misurati al millimetro e curati in maniera maniacale, il fascino dell’aplomb inglese. Semplicemente un luogo sacro e immacolato, che travalica il tempo e lo spazio. 

Matteo Berrettini avrà immaginato milioni di volte di farsi largo in quello che, di fatto, viene considerato lo Slam più prestigioso e importante al mondo. Il romano avrà fantastico ripetutamente di arrivare a giocarsi la celeberrima Coppa consegnata da un membro della famiglia reale più chiacchierata al mondo. In un 2021 memorabile per lo sport italiano, il 25enne riesce a farsi strada in maniera perentoria e si rende protagonista di un’impeccabile cavalcata che lo trascina fino all’atto conclusivo. 

L’azzurro esordisce contro l’argentino Pella concedendogli un set, poi travolge l’olandese van de Zandschulp, lo sloveno Bedene e il bielorusso Ivaska in maniera netta. Il quarto di finale contro il canadese Felix Auger-Aliassime è insidioso, proprio come la semifinale contro il polacco Hubert Hurkacz: Matteo Berrettini non trema e si garantisce il match della vita contro il serbo Novak Djokovic, riportando il tricolore in una finale di uno Slam a distanza di 45 anni dall’ultima volta (Adriano Panatta al Roland Garros 1976).  

Domenica 11 luglio 2021, Londra è tutta italiana: la Nazionale di calcio, in serata, affronterà l’Inghilterra a Wembley nella finale degli Europei; nel pomeriggio un tennista si gioca la gloria imperitura. Va in vantaggio di un set e tiene testa al numero 1 del mondo, salvo poi cedere alla distanza con l’onore delle armi. 

Questa resta la migliore prova stagionale offerta dal nostro portacolori, che è anche diventato il primo italiano a vincere il prestigiosissimo Queen’s (il celebre torneo sull’erba nella capitale britannica, alla vigilia di Wimbledon), oltre ad avere raggiunto i quarti di finale al Roland Garros e agli US Open (sempre giustiziato da Djokovic). Peccato per i troppi infortuni che lo hanno costretto a ritirarsi agli ottavi di finale degli Australian Open e durante il primo match delle ATP Finals, oltre a rinunciare alle Olimpiadi e alla Coppa Davis. Chiude l’anno da numero 7 del ranking mondiale e da icona di bellezza (basta leggere i commenti social durante la finale di Wimbledon…). 

QUINDICESIMO POSTO (pari merito) – JANNIK SINNER: 

Numero 10 del ranking ATP a fine anno, finalista del Masters 1000 di Miami, quattro tornei vinti in stagione, immarcescibile protagonista in Coppa Davis. Un’annata agonistica da assoluto protagonista per il tennista altoatesino, che ha saputo scalare perentoriamente la classifica mondiale (il 4 gennaio era al 36mo posto della graduatoria) e che è ormai diventato a tutti gli effetti un punto di riferimento a livello internazionale. 

Il 20enne ha conquistato l’ATP 500 di Washington e ben tre tornei di categoria 250 (Melbourne, Sòfia, Anversa), riuscendo anche a raggiungere l’atto conclusivo a Miami dove ha perso contro il polacco Hubert Hurkacz. Una rincorsa che per poco non gli è valsa la qualificazione alle ATP Finals, dove ha comunque preso parte in seguito all’infortunio di Matteo Berrettini e a Torino ha battuto proprio Hurkacz (rientrando in top-10) e ha perso soltanto al tie-break del terzo set contro il russo Daniil Medvedev (numero 2 e vincitore degli US Open). 

In Coppa Davis ha incamerato tre successi di spessore, tra cui quello spettacolare in rimonta contro il croato Marin Cilic, anche se purtroppo l’Italia è stata eliminata in quel quarto di finale contro i balcanici. Le partite disputate al PalaAlpitour di Torino hanno definitivamente ricucito il rapporto con il pubblico, probabilmente scottato dalla rinuncia del 20enne a disputare le Olimpiadi. Un feeling ritrovato in una manifestazione che ha dimostrato il grande attaccamento di Jannik Sinner alla maglia azzurra. 

La nostra Nazionale ha trovato definitivamente un grande talento, in grado di togliersi parecchie soddisfazioni nei prossimi anni. Il 2022 sarà un anno importante, con l’obiettivo di provare a conquistare il primo Masters 1000 della carriera e cercare di farsi strada negli Slam, dove quest’anno ha raggiunto al massimo gli ottavi di finale (al Roland Garros e agli US Open). Tra ATP Cup e Coppa Davis, col sostegno di Matteo Berrettini, si spera di poter sognare in grande. 

Foto: Lapresse

Fonte: oasport.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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