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Sport e socializzazione: binomio vincente per giovani messi alla prova

“Il senso di appartenenza ad un gruppo o ad una squadra è un bisogno evolutivo fondamentale”, sostiene la psicoterapeuta

Daniela Cursi Masella

“Mens sana in corpore sano”, recita un capoverso delle Satire di Giovenale. E oggi le neuroscienze lo confermano: svolgere attività fisica con regolarità significa fare una scelta a favore della propria salute fisica e mentale. Ed è proprio il caso di dirlo: “Lo sport ti rimette al mondo”. 

SPORT E SOCIALIZZAZIONE: PREVENZIONE NUMERO 1 DI PATOLOGIE E DISTURBI

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Praticata regolarmente fin dalla giovane età, l’attività fisica riduce i sintomi di ansia, stress, depressione e solitudine. Contribuisce altresì a prevenire l’insorgenza di patologie in età adulta. Lo ribadisce Ilaria Mulieri, psicologa clinica dell’età evolutiva e psicoterapeuta familiare: “Gli adolescenti che per caratteristiche tipiche di questa fase del ciclo vitale si vedono costretti a dover fronteggiare rapidi e consistenti cambiamenti, con inevitabili fasi di disequilibrio, trovano nello sport un valido alleato. I temi evolutivi – prosegue Mulieri – sui quali si basa la crescita di un adolescente e sui quali si può strutturare una sintomatologia disfunzionale, riguardano proprio l’accettazione dell’immagine del proprio corpo che sta cambiando”. Uno studio norvegese del 2019* ha rilevato una maggiore autostima negli adolescenti impegnati sportivamente rispetto a coloro che non praticavano alcuna attività fisica. “Lo sport – sottolinea – favorisce l’acquisizione della propria identità personale e sociale, nutrita dalle relazioni con i coetanei e dallo sviluppo del senso di appartenenza ad un gruppo”. Nella visione dello sport come collante sociale, quindi, le associazioni sportive dilettantistiche devono essere viste come hub di aggregazione. 

SPORT E RISOCIALIZZAZIONE NELLE DEVIANZE MINORILI

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Fondamentale il ruolo dello sport nell’ambito della devianza minorile e del relativo istituto della messa alla prova (art. 28 D.P.R. 448/88). Lo sport può interrompere il processo di consolidamento di una stabile identità deviante, sviluppando quelle capacità assopite nel tempo a causa di un disfunzionale contesto familiare e sociale. “Così come illustrato nella teoria di Maslow – spiega Ilaria Mulieri – il senso di appartenenza ad un gruppo o ad una squadra è un bisogno evolutivo fondamentale dell’uomo che viene subito dopo i bisogni fisiologici primari e di sicurezza. Vale per gli sport di squadra come per gli sport individuali, ove il gruppo si forma sul valore della condivisione. Nel sentirsi parte di un “gruppo” ogni individuo mette in secondo piano i propri obiettivi egoistici per mettersi al servizio della collettività con spirito di cooperazione, condivisione e mutuo aiuto”. 

SPORT E RIEDUCAZIONE NEGLI ISTITUTI PENITENZIARI

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 “Lo sport – sottolinea la psicoterapeuta – rappresenta un’attività ad alto contenuto educativo con un impatto importante sulla formazione della propria personalità, dato che favorisce valori fondamentali quali la lealtà, il rispetto di se stessi e dell’altro, il rispetto delle regole e dei divieti, elementi cardine per un’adeguata integrazione nel contesto sociale. Ne è la prova l’’articolo 27 dell’ordinamento penitenziario (L. 354/1975) che prevede che le attività sportive siano da inserirsi anche nel quadro del trattamento rieducativo con detenuti e internati perché, al pari delle attività culturali e di altre attività ricreative”. Numeri alla mano, 172 istituti penitenziari (su 189) hanno al loro interno progetti di sport attivo. Segno che, dietro a quello che può sembrare semplice allenamento, o gioco, vi sia il nemico numero 1 contro il disagio sociale. E forse il miglior alleato per chi ha diritto ad un’altra chance. (*Nord-Trondelag Health Study, studio condotto dal 2006 al 2008 su 10.464 partecipanti di età compresa tra i 13 e i 19 anni).

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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