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Sport, conto alla rovescia per la riforma Spadafora

Quelli che il ministro Vincenzo Spadafora definisce “rilievi molto circoscritti” già affrontati e che non pregiudicheranno il percorso della riforma dello sport, osteggiata dal mondo dello sport stesso e finita nel mirino del Cio che minaccia di togliere all’Italia le Olimpiadi del 2026 e di far sfilare a Tokyo i nostri atleti senza bandiera, sono in realtà un documento di 5 pagine e 20 punti che smonta pezzo per pezzo il testo unico pensato e scritto dal titolare del dicastero dello sport. Una bocciatura piena che si trasformerà in esame di riparazione da affrontare in fretta (il 29 ottobre la riforma approda in pre consiglio dei ministri) e rivedendo alla base non solo alcuni passaggi controversi, ma l’impostazione stessa del testo.

Scrivono, infatti, i tecnici del Dipartimento per gli Affari Giuridici di Palazzo Chigi che il testo mandato alla loro attenzione presenta “numerose criticità redazionali” e che a non funzionare è un po’ tutto dalla “chiarezza dei contenuti” al “linguaggio normativo”. Termini burocratici per spiegare una verità semplice: nello scrivere la sua riforma, il ministro Spadafora è andato spesso e volentieri fuori dalla traccia concessagli dalla legge delega che ha segnato l’avvio del percorso. E non si tratta di un problema meramente formale, ma del cuore della riforma che – scrivono i tecnici – va a toccare così tanti ambiti e competenze da risultare spesso in contrasto con norme esistenti. Tanto che diventa quasi obbligatorio immaginarne un passaggio al Consiglio di Stato senza il quale, è il monito, il rischio concreto è che la riforma stessa non possa reggere al cospetto della valutazione di costituzionalità.

Saranno anche rilievi molto circoscritti e assorbibili con qualche intervento, come dice il ministro, ma nelle righe dei tecnici di Palazzo Chigi pare proprio scorgersi una bocciatura di una pluralità di passaggi a cominciare da quello, centrale nel testo, che identifica nel Dipartimento con cui la politica e il Governo puntano a prendersi gestione e cassa dello sport italiano: “Suscita perplessità di coerenza con la legge delega la mole di competenze che vengono assegnate al Dipartimento… che mostra di tendere a divenire un dicastero a sé invece di restare una struttura interna alla presidenza del Consiglio dei Ministri”. Troppo potere, contrastanti alle norme attuali. Ad esempio quelle che riconoscono al solo Coni l’individuazione dei principi generali per ripartire le risorse economiche lasciando alla politica e al Governo la funzione di controllo sull’utilizzazione dei contributi pubblici. E lo stesso accade quando nella riforma si immagina di trasferire uomini e mezzi tra lo stesso Dipartimento, il Coni e la società Sport e Salute: non rientra nella delega. Punto.

Bocciatura anche alla parte che riguarda le possibilità per le associazioni senza fine di lucro di godere di una disciplina semplificata quando si muovono per costruire, ammodernare o gestire impianti sportivi. Come se, rilevano i tecnici, non svolgano comunque attività dentro un mercato complessivo del quale si rischierebbe di distorcere la concorrenza. Semaforo rosso, dunque. Un parere articolato e che piove mentre si avvicina la scadenza della delega, già prorogata a fine agosto, col rischio concreto di rendere una montagna non scalabile il percorso verso l’approvazione del testo. Spadafora minimizza, ma il dato di fatto è che il suo lavoro è riuscito a unire (contro di lui) praticamente tutte le anime dello sport italiano.

Fonte: panorama.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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