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Sport, avventura, ecologia: plogging, il primo mondiale di corsa raccogliendo spazzatura

Fabio Gonella corre gli ultimi dieci chilometri con due sacchi strapieni di lattine e bottiglie, e, legata alla vita, anche una macchina per il caffè che qualcuno ha abbandonato in montagna. Fatica ma con il sorriso sulle labbra, non solo perché lui e altri 56 concorrenti si stanno giocando il titolo di primo campione mondiale di plogging, ma anche perché sa che in questa gara vincono tutti.

Plogging è una disciplina nata da poco più di un lustro ma che sta diventando sempre più popolare. Si può tradurre in pulire i sentieri dove si corre, ed è qualcosa di più della somma di running e amore per la natura. Anche l’inventore del nome, lo svedese Erik Ahlström, che cinque anni fa fuse i termini plocka upp (raccogliere) e jogging, è qui in Val Pellice. È iscritto alla competizione, ma più che correre preferisce incoraggiare e fotografare tutti, fermandosi ormai per istinto ogni volta che vede una cicca o una carta di caramella. «Il valore del plogging è proprio questo — dice — cambiare la mentalità delle persone».

Erik ha dato un nome a quello che Roberto Cavallo, consulente ambientale e divulgatore scientifico, aveva già fatto l’anno prima correndo da Aosta a Ventimiglia e raccogliendo quello che trovava lungo il percorso. Così è nato il suo primo «Keep clean and run» che anno dopo anno l’ha portato a viaggiare (e pulire) da Nord a Sud, nelle terre delle mafie («Che hanno interesse a tenere sporco il territorio»), oppure lungo le trincee della Grande guerra («Pulire è un gesto di pace»). È stato lui a organizzare questa prima edizione del Mondiale di plogging. «Mette insieme sport e attivismo ecologico, unisce il benessere fisico a quello ambientale — spiega —. L’effetto è di aumentare la sensibilità: anche quello che prima sembrava un luogo pulito si rivela pieno di rifiuti. E ognuno di noi nel suo piccolo può fare tanto».

I concorrenti avevano otto ore per muoversi liberamente su sette comuni, partenza e arrivo da Torre Pellice. Al traguardo venivano sommati distanza percorsa, dislivello superato e rifiuti raccolti, trasformati in equivalente Co2 risparmiata. Per esempio: un mozzicone di sigaretta valeva 0,7 punti, una scatoletta di tonno 38,5, una lattina 127, una bottiglietta di vetro addirittura 225. Tabelle che però si sono dovute adeguare a decenni di inciviltà e al sorprendente agonismo degli aspiranti campioni del mondo. Soprattutto delle donne: Emilia Chinali è ritornata con una rete da letto arrugginita, Chiara Monzani con un guardrail, Donatella Boglione con la porta di un frigorifero.

Il plogging è una disciplina recente, a vedere passare gli atleti molti all’inizio non hanno capito, tutti poi hanno applaudito. Una madre è uscita di casa con il figlio portando un sacchetto di spazzatura e ha chiesto se poteva dare una mano. Cavallo, direttore della gara, ha con ironia fermato l’operazione: «No, questo sarebbe doping!». Alla 5 della sera, quando tutti i concorrenti sono passati sotto il traguardo, la piazza si è riempita di sacchi, un museo improvvisato al consumismo. «Il mio sogno — ha concluso Cavallo — è che non si possa più fare plogging, che in futuro non ci sia più niente da raccogliere». L’unica certezza, per ora, è che questa è solo la prima edizione.

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3 ottobre 2021 (modifica il 3 ottobre 2021 | 09:12)

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Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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