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Spor. Raccontare lo sport

In occasione del centenario di Luigi Meneghello, Bur Rizzoli, nella collana Contemporanea, pubblica Spor. Raccontare lo sport, tra il limite e l’assoluto. Il libro (216 pagine, 12 euro), riunisce testi, in buona parte inediti, che testimoniano il duraturo e coltivato interesse dell’autore di Libera nos a Malo e di I piccoli maestri per tutto ciò che, sbrigativamente, potremmo etichettare sotto la categoria “Sport”. Proprio così, o meglio nella sua declinazione veneta, e idiolettica, Spor, Meneghello annotò autograficamente la fascetta cartacea che raccoglieva «una corposa serie di fogli dattiloscritti […] riunita in fascicoli». Lo riporta Francesca Caputo, da anni massima esperta delle carte meneghelliane – conferite in varie donazioni e infine per lascito testamentario, al Centro manoscritti dell’Università di Pavia – e curatrice del volumetto in questione, nella sua illuminante e dettagliata introduzione alla genesi dell’operazione filologica ed editoriale. 

Così raccontava Meneghello in una nota del 1984: «Per lunghi anni ho scritto in una serie di frammenti la storia delle mie imprese e bravure sportive: la maggior parte li ho scritti e riscritti, non rileggendo i vecchi e cercando di migliorarli, ma per lo più ricominciando ogni volta per conto mio». Insomma, il “raccontare lo sport”, come recita il sottotitolo, pare proprio che sia stato un vero e proprio esercizio psico-atletico – quel ricominciare ogni volta senza rileggere il già scritto – che ha accompagnato, di pari passo, quello letterario. Con un’assiduità pratica che assomiglia a un applicato training di addestramento, alla memoria, alla scrittura e forse anche alla ricerca di qualcosa di altro, di più intrinsecamente morale, o esistenziale: «Eppure dietro alla guaina della roccia sentivo scorrere una corrente impetuosa: oltre quelle lastre di forse un piede di spessore, passava l’acqua onesta del significato, il senso sempre cercato della mia vita».

Di «bravure sportive» sono piene le pagine di Libera nos a Malo, dove a un certo punto si legge: «Le Olimpiadi dell’anteguerra si fecero in due edizioni: una a Los Angeles e a Berlino, e una nel cortile di mia nonna». Confesserà anni dopo Meneghello, nel discorso pronunciato in occasione del Premio Chiara conferitogli alla carriera (2001), che «da bambino avevo una sola aspirazione, partecipare alle Olimpiadi del 1940 e vincere tre gare da niente, i 100 metri, la maratona e il salto con l’asta. C’è stata di mezzo una guerra e non ho potuto realizzare il mio sogno». E al collega all’Università di Reading che lodava le eccezionali competenze in materia di calcio del capo di Dipartimento di Studi Italiani, pare che rispondesse ironicamente risentito – ma forse neanche tanto ironicamente – «Calcio?… e l’atletica leggera? E il tennis? E il ciclismo?». 

Risale agli anni Novanta del secolo scorso il progetto di dedicare a questa sua passione di una vita uno specifico “trattatello”, per quanto in forma frammentaria, sul tema degli sport praticati in gioventù. Era probabilmente inteso come la naturale integrazione a quella prova saggistico-autobiografica, Fiori italiani (1976), il cui fuoco era la sua formazione culturale sui banchi prima del liceo e poi universitari, tra gli anni Trenta e Quaranta. Francesca Caputo li fa emergere dalle carte inedite come «progetti non giunti a termine ma che recano i segni di una precisa volontà costruttiva, semi-lavorati, ma di pregio, che meritano di essere conosciuti per ribadire l’importanza del tema – connesso a nuclei particolarmente significativi della visione del mondo e dell’uomo di Meneghello – , sia per qualità e godibilità di molte pagine». 

E allora, a proposito di pregio e godibilità dei testi, si vadano a vedere le pagine dedicate alla montagna e all’alpinismo, a partire dall’incipit del capitolo intitolato Roccia, e un po’ di ghiaccio.

«Roccia? Tu rocciavi? “Ranpegàvito?» gli chiesi.

«Sì e no» disse S. [che, come in Fiori italiani, è la trasposizione autobiografica del soggetto] «La roccia era sempre lì, sullo sfondo della nostra vita, e ogni tanto in primo piano… Ma io, si può dire che rocciassi? O soltanto contemplavo l’idea? Resta che nel foro interno, in interiore homine, da me abitava la roccia, a quintali…».

Oppure le pagine dedicate alla «più cospicua impresa alpinistica della sua gioventù», sul gruppo dell’Adamello, per poi discendere per la Val di Genova «che era allora (almeno agli occhi di S.) la più bella delle valli possibili, solitaria, amena, lunga tanto da parere illuminata, tutta in dolce declivio, tra gli abeti e i larici, con le acque della Sarca che scendevano come scherzando, chiare e svelte tra gli alberi».

Ovviamente non possono mancare, sapendo l’attenzione dell’autore per la materia espressiva, le indagini sociolinguistiche di quell’esercizio verticale: «Allora non ci si pensava, ma c’entrava anche la lingua. La lingua che parlavamo, il vicentino. Roccia non ha la pregnanza tecnica del nostro ròcia, nel duplice senso di parete da scalare, e di arte del farlo. Ci sono due verbi, rodare e ranpegare. Entrambi connotano un certo grado di passione e di bravura, e quando Raffaele accennò la prima volta al fatto che ranpegava, la serietà e la bellezza della cosa ci parvero chiare».

È notevole come alla felicità fabulatoria, in alcuni momenti degna delle migliori pagine di Libera nos a Malo, si accompagni una meticolosa perizia nel definire e descrivere le caratteristiche tecniche del gesto sportivo. Ad esempio, nel caso della corsa veloce, si rievoca il momento in cui prese coscienza della precisa distinzione tra scatto e volata. La disillusione di avere soltanto il primo e non la seconda prerogativa venne stigmatizzata «quando da giovane adulto, nei panni bigi della naia» si trovò a confrontarsi con commilitoni che correvano molto più veloci di lui, fino all’umiliazione di sentirsi paragonato, da «quel villano di Lelio [che] gli descrisse in seguito, nel suo stile lento e puntiglioso, in quale modo negli ultimi metri aveva storto la faccia e la bocca come fa (diceva) una parte per S. allora innominabile della vacca non appena la vacca ha orinato!».

Al principio delle cospicue pagine dedicate al calcio, «grandeggia un compagno di scuola, Zanchi […] che mise serenamente in pratica l’Aspirazione Suprema di ogni calciatore: prese a pugni l’arbitro, lo fece cadere per terra e gli montò sopra coi piedi: e fu trionfalmente espulso da tutti i campi d’Italia e da tutte le scuole del Regno». Il personale momento calcisticamente più felice viene invece immortalato nella rievocazione di una partita di allenamento, quando «dalla mezzala destra saltò di netto un difensore, ne schivò un paio d’altri, ed emergendo in una zona del campo sgombra di ostacoli tra lui e il portiere avversario, percepì in modo fulmineo la natura profonda della posizione, e invece di filare direttamente verso la porta, fece un prodigioso, esaltante passaggio a Nani Mole! Questo passaggio che pochi videro e nessuno ricorda è certo la cosa più distinta nella sua carriera calcistica; tra le poche veramente decenti di tutta la sua vita. Nani Mole sciupò il passaggio, ed S. finse di arrabbiarsi, ma in realtà esultava».

Un passo che è emblematico di quello che Caputo, sempre nell’introduzione, definisce il «sorridente spirito iperbolico», tanto più comico quanto irrilevante, o per lo meno fine a se stesso, fu l’esito della “bravura”.

Non mancano le osservazioni sulla pratica del cosiddetto “Sport passivo”, come nel caso della sublime esperienza dell’andare ad aspettare il passaggio di una corsa ciclistica in cima a un monte: «I primi due o tre passarono svelti e veementi, alcuni altri dietro un po’ meno vispi, il resto sgranati e molto più malridotti che S. non potesse aspettarsi.

Non pedalavano quasi più, li spingeva a turno una catena di spettatori scamiciati, qualcuno li annaffiava: erano inebetiti, e dicevano in continuazione “spingi! spingi!”. A uno nero di capelli, spingendo S. domandò forse inopportunamente da dietro la schiena chi era, e lui tra i suoi tormenti riuscì a dire “dih… pah… koh…”. Di Paco! Il divino Di Paco… tramortito, grande, aquilino… Questo è il suo sellino, questo il suo culo».

L’invito dunque è quello di andare a cogliere gli altri, innumerevoli “Fiori sportivi” che regala questo volumetto. Come dice Giancarlo Consonni nella lucida prefazione (Lo sport come sfida esistenziale), i frammenti di Spor sono «una miniera per esplorazioni sulla condizione umana e il consesso civile» da cui «esce il ritratto di più di una generazione di un’Italia in cui lo sport, non senza contraddizioni, sapeva ancora farsi educazione alla vita e cultura popolare». 

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Fonte: doppiozero.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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