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Sovrallenamento, quando troppo sport fa male

Eccedere negli sforzi è sbagliato e controproducente: un conto è parlare di attività fisica, un’altra invece di attività sportiva

Se l’attività sportiva non viene fatta con gli adeguati controlli, in alcuni soggetti può rappresentare un fattore scatenante di gravi patologie cardiovascolari e, in alcuni casi, anche di morte improvvisa. 

Approfondiamo l’argomento con il Dott. Delio Tedeschi, Responsabile del servizio di Emodinamica dell’Istituto Clinico S. Anna, il quale spiega che per restare in salute è sufficiente praticare un’attività di intensità lieve o moderata dalle 2 ore e mezza alle 3 ore settimanali.

Allenarsi in sicurezza

“Eccedere negli allenamenti – conferma il Dott. Tedeschi – può rivelarsi controproducente da un punto di vista della salute: in caso di soggetti che si sottopongono ad importanti carichi di lavoro ed intensità di settimanale, l’attività sportiva dovrebbe essere fatta con adeguata consapevolezza delle metodiche di allenamento e di preparazione specifica (conoscendo carichi di lavoro, intervalli di riposo per età, tipologia di attività praticata) ma soprattutto partendo sempre da una attenta valutazione medica generale e del profilo di rischio cardiovascolare”.

I rischi di un’attività sportiva eccessiva

Diversi studi hanno dimostrato che un’attività sportiva troppo intensa può aumentare i rischi di:

  • fibrillazione atriale: il rischio aumenta nei soggetti che praticano sport di endurance (di resistenza) con volumi e carichi di lavoro importanti soprattutto dopo i 40 anni
  • infarto (nei casi peggiori): assieme alla sindrome coronarica acuta, può manifestarsi con più frequenza in soggetti dopo i 35/40 anni che svolgono attività sportiva e non sono adeguatamente inquadrati dal punto di vista del profilo cardiovascolare. 

Le persone che presentano fattori di rischio quali l’ipertensione, il sovrappeso, il colesterolo alto, la familiarità alle malattie cardiovascolari e il vizio del fumo si espongono ad un rischio certamente più elevato”.

Gli effetti negativi del sovrallenamento

Sono molti gli effetti negativi del sovrallenamento e non solo in ambito cardiovascolare. “In generale chi va incontro a sovrallenamento ha:

  • una progressiva perdita della capacità della performance sportiva e cardiovascolare;
  • una frequenza cardiaca più elevata a riposo rispetto al normale e un minor incremento della frequenza quando invece si sottopone allo sforzo fisico;
  • una compromissione della qualità del sonno e alterazioni dell’umore, essere più stanco e demotivato;
  • può presentare un significativo calo delle difese immunitarie con possibili infezioni (respiratorie o gastrointestinali);
  • esposizione ad un maggior rischio di infortuni traumatici e osteo-articolari”.

La classificazione dell’attività sportiva

Stando alle più recenti linee guida, risulta ormai superata la vecchia distinzione tra atleta professionista, amatoriale e ricreazionale ovvero lo sportivo della domenica. 

“Oggi la classificazione dell’attività sportiva è molto articolata e si basa prevalentemente su:

  •  carico, ossia sul volume di lavoro orario compiuto dall’atleta;
  • frequenza settimanale con cui si pratica;
  • intensità cardiovascolare richiesta dall’attività;
  • tipologia di lavoro muscolare (aerobico o anaerobico, isometrico, isotonico). 

Si distinguono, inoltre, sport prevalentemente di endurance come corsa, nuoto o bicicletta, sport di coordinazione come il golf, l’equitazione, il tiro a segno; sport prevalentemente di forza muscolare come sollevamento pesi e body building o sport misti come calcio, tennis, pallavolo e basket.

La frequenza degli allenamenti in base agli obiettivi

Gli allenamenti settimanali a cui una persona dovrebbe sottoporsi sono legati agli obiettivi che si intende conseguire: se sono quelli del benessere e della salute, per esempio, si è visto (sia in termini di prevenzione che di terapia per chi già ha avuto eventi cardiovascolari) che è sufficiente praticare un’attività di intensità lieve o moderata (55-75% della frequenza cardiaca massima per età) dalle 2 ore e mezza alle 3 ore settimanali

Dalle 4 alle 6 ore alla settimana, invece, si parla di atleti ‘non competitivi’ ossia mediamente impegnati da un punto di vista cardiovascolare – conclude il Responsabile del servizio di Emodinamica dell’Istituto Clinico S. Anna -. 

Dalle 6 alle 10 ore settimanali troviamo i cosiddetti atleti ‘competitivi’ ed infine sopra le 10 ore settimanali possiamo individuare i cosiddetti atleti ‘elite’ che non necessariamente sono professionisti e giovani, ma che sono comunque soggetti che si allenano con ritmi e carichi di lavoro molto elevati”.

Fonte: grupposandonato.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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