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Sorelle e fratelli d’Italia. Così sui diritti lo sport supera la politica

L’ultima cosa di cui avevano bisogno, era che diventassero materia di campagna elettorale, una polpa nel mercato dei voti. La penultima è che di loro non si parli affatto. Sono i teenager che finiscono dentro una formula, lo ius soli, lo ius scholae, c’è sempre uno ius qualcosa sulla carta, solo la carta che le rende italiane e italiani non c’è mai. Sono le nostre figlie o le loro compagne di classe, sono i nostri vicini di casa, si spogliano in piscina e in palestra sulla panca accanto. Qualche volta suonano la chitarra nelle nostre parrocchie, in qualche altro caso hanno dato un nome diverso a Dio. Parlano con l’accento di uno dei nostri dialetti, studiano sugli stessi testi comprati nelle stesse librerie. Hanno passioni e sogni uguali. Ma sono fantasmi.

Più di un milione di loro sotto i 18 anni abita nel nostro Paese senza cittadinanza, circa l’11 per cento del totale della popolazione in quella fascia d’età. Tre su quattro sono nati qui. Secondo il report Istat dell’ottobre 2021 sono concentrati per il 73 per cento in sei regioni: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio e  Toscana. Nella sola Lombardia risiede un quarto di loro. Non possono andare a studiare all’estero, compiranno 18 anni senza la certezza di avere diritto al voto. Tecnicamente: degli stranieri. Nella sostanza: degli invisibili. Tranne in un caso. Quando mettono un paio di scarpette e corrono più veloci degli altri, quando schiacciano la palla più forte saltando a tre metri d’altezza sopra la rete, quando con i guantoni, dentro le corde di un ring, danzano e picchiano, picchiano e danzano.

Lo sport è quel settore della società che riconosce i minori nati in Italia come italiani, prima ancora che abbiano preso il passaporto. La politica è stata messa dinanzi al fatto compiuto. Nel gennaio 2016 il Parlamento è stato spinto a riconoscere con una legge ciò che esisteva già, “le disposizioni per favorire l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia, mediante l’ammissione nelle società sportive”. Questa specie di ius sportis consente di essere tesserati dall’età di 10 anni con le stesse procedure previste per i cittadini italiani. Non permette ancora di vestire una maglia azzurra: sono i regolamenti internazionali a negarlo. Ma quando finalmente arriva insieme al passaporto, il principio coltivato dall’Italia della mescolanza diventa abbagliante.

Sentiamo ancora la necessità di dare a questa società che muta un nome che operi un distinguo, ma facciamo fatica a trovarlo. Li chiamiamo italiani di seconda generazione, la formula sulla quale già 25 anni fa rifletteva Tahar Ben Jelloun nel suo libro Nadia, scrivendo a proposito della Francia: “Non siamo immigrati. Non abbiamo fatto il viaggio. Non abbiamo attraversato il Mediterraneo. Siamo nati qui, su questa terra, con facce da arabi, in periferie abitate da arabi, con problemi da arabi e un avvenire da arabi. Siamo figli di città in transito; siamo qui a chiederci cosa ci stiamo a fare”.

Yeman Crippa, nato in Etiopia nel ’96, nel 2001 è stato adottato da una coppia milanese. Agli Europei ha vinto l’oro nei 10 mila metri. Matthias Hangst/Getty Images

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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