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Schwazer e quel peccato originale che lo sport non ha perdonato

Alex Schwazer è un caso. Umano, sportivo, giuridico. Un dilemma morale e perfino di carattere teologico: se il peccato originale può essere redento dal “secondo Adamo” perché al nuovo Alex non è stata concessa una seconda occasione? Ora una sentenza del tribunale di Bolzano conferma quel che già era più che sospettato: è esistito un complotto internazionale per incastrarlo e impedirgli così di partecipare a un’altra olimpiade e probabilmente vincere ancora una medaglia d’oro, o addirittura due.

Il lato umano. Alex Schwazer è un uomo difficile. Chiuso, determinato, glaciale. È un insicuro che si dà forza autoproclamando la propria superiorità. Tiene gli altri a distanza, non soltanto quando corre. Non ha empatia. È capace di raccontare e raccontarsi una storia diversa dalla verità. Lo fa anche nel cerchio ristretto, come è accaduto con la fidanzata Carolina Kostner, trascinata a patire una squalifica quasi pari alla sua. Alex Schwazer ha pianto lacrime in pubblico ammettendo di aver fatto ricorso al doping e chiedendo invano di essere perdonato. Poi ha scritto una biografia (“Dopo il traguardo”, mai data alle stampe, ma che ho potuto leggere in bozze) nella quale di fatto si autoassolveva, accusando il sistema. Si riteneva il più forte, comunque. Non un santo, non un atleta ideale e non l’uomo con cui passare ore al bancone di un bar. Questo giustifica la persecuzione, senza morale né ripensamento, di cui è stato oggetto?

Doping, Schwazer: “Sono felice, dopo quattro anni e mezzo giustizia è stata fatta”

Il lato sportivo. Alex Schwazer è un campione. Nella sua specialità, il più forte del suo tempo. Un tempo che non offre certezze, uno sport che non garantisce equi verdetti: il migliore non è sicuro di vincere. È capitato a Pantani, capita a Schwazer. Il timore è che un tizio che ti lasceresti agevolmente alle spalle sul Mortirolo o a metà corsa, ti resti incollato e poi alla fine ti scappi via senza neppure una goccia di sudore, ma con molte di altro liquido nelle vene. Il doping è diffuso come l’evasione fiscale. Così fan tutti. Viene perfino da pensare che si ri-parametrino i valori di partenza, ma chi fosse onesto rimarrebbe indietro. E allora ecco, nei ricordi di Carolina Kostner, il fidanzato Alex che di notte si alza, va al frigorifero, prende una fiala senza etichetta poi, quando torna a letto, dice: «Avevo sete». Aveva paura: che non bastasse. Invece è così forte che potrebbe vincere pulito. Quando torna dopo la squalifica lo dimostra. Allenato dal suo ex accusatore, Sandro Donati, lo stupisce a ogni uscita. L’altro guarda il cronometro in bicicletta, accelerando incredulo la pedalata. Alla 50 chilometri di Roma ne dà uno di distacco al secondo classificato. Ed è il suo errore strategico. Spavalderia e desiderio, voglia di riassaporare il gusto della vittoria dopo la squalifica: il gusto pieno, senza additivi. Una voce al telefono, all’alba della vigilia, quella di un giudice, aveva ammonito Donati: «Digli di lasciar vincere». Non sarebbe stato da Schwazer, ma così ha dimostrato una cosa: è il migliore, sarà primo a Rio. Non possono permetterlo. Un anno prima ha denunciato il “sistema”. Ora, se trionfa lui, perdono tutti gli altri. In realtà, con la squalifica crudelmente inflitta mentre è già in Brasile, perdono tutti. Lui non corre più. Lo sport si dimostra un gioco non credibile. L’arbitro è parziale, per usare un termine di cortesia. Il tempo porterà alla luce intercettazioni in cui i garanti della legalità esprimono intenti vessatori (altro eufemismo) nei confronti di Schwazer. E, col tempo, tutti costoro perderanno le posizioni malamente occupate. Una curiosità: il responsabile dell’ufficio antidoping italiano, da cui esce un imbarazzato silenzio, è il generale Leonardo Gallitelli, nominato dal presidente del Coni Malagò che ci tiene a far sapere di aver condiviso la scelta con il premier Matteo Renzi. Due anni più tardi, al cospetto di Fabio Fazio, verrà sorprendentemente indicato come candidato alla presidenza del consiglio da Silvio Berlusconi. Il giorno dopo non se ne parlerà già più.

Caso Schwazer, le tappe della vicenda giudiziaria: “Non fu doping”

Il lato giuridico. Le sentenze sono sentenze. Fino a che non si dimostra in una diversa aula il loro erroneo fondamento restano valide e vanno eseguite. Il secondo verdetto di squalifica per Schwazer poneva un problema: il primo era stato giusto. Lo aveva riconosciuto il condannato stesso. Qui si è creata una distorsione logica. Quando ha ripreso a marciare tra gli stessi atleti c’è stato chi si è opposto, come Gianmarco Tamberi, saltatore all’epoca indicato come possibile medaglia a Rio, prima di un infortunio. Perfino il suo vecchio allenatore (che forse aveva qualche problema di coscienza) si è schierato contro. Ora, si può pensare che chi viene scoperto a barare dovrebbe essere cacciato dal tavolo a vita. Ma è un’opinione, per quanto condivisibile. Le norme sono diverse. Le piste sono affollate di atleti rientrati dopo anni, anche se spesso chi gareggia al loro fianco si stranisce. Basti pensare al pluri-recidivo primatista con l’aiutino nei 100 metri, Justin Gatlin. Al rientro ha rivinto un bronzo olimpico. Schwazer rischiava uno o due ori. Gatlin non ha accusato neppure se stesso. Schwazer, tutti. Alla seconda squalifica, per come è stata sapientemente preparata, diluendo i tempi, non lasciando margini di reazione, non si poteva opporre che la fragilità del sospetto. «Io so» funziona in un articolo di giornale, non in una vicenda giudiziaria. Tutti sanno, più o meno, chi ha ucciso John Kennedy e soprattutto chi non lo ha ucciso. Nessuno ha ancora portato le prove. Quelle che c’erano sono sparite. Per Alex Schwazer qualcosa è rimasto, nelle provette che prima incriminavano lui e ora i suoi accusatori. Adesso c’è una sentenza. E di conseguenza un suo rinnovato diritto: quello di tornare a competere, pulito, subito. Un diritto che gli deve riconoscere anche chi pensa che un errore vada pagato per sempre. Non dare un’altra occasione al “secondo” Alex sarebbe un peccato, neppure originale.

Fonte: lastampa.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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