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Pugni chiusi e razzismo: quelle contraddizioni nello sport d’America

Quel giorno John Carlos si dimenticò i guanti. Eppure tutto era stato progettato nei minimi dettagli: una camminata scalza, un colletto sbottonato e una collana di perle. Una raccolta di simboli che salì sul podio dei 200 metri olimpici ai giochi di Città del Messico del 1968. I due pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos hanno segnato un passaggio storico mettendo in scena una delle proteste razziali più famose di sempre.

Quei due pugni chiusi sollevati durante l’inno americano che a molti ricordarono il saluto delle pantere nere, erano il culmine di una stagione di scontri che portò la politica e la lotta sociale nello sport. A quei tempi gli atleti di colore puntavano tutto sulle olimpiadi, non perché si diventasse ricchi correndo i 100 e 200 metri o con il salto in lungo, ma perché i Giochi rappresentavano la vetrina ideale per cercare poi una squadra per cui giocare. Non a caso sia Smith che Carlos giocarono qualche stagione nel campionato di football americano.

Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi di Città del Messico nel 1968

I limiti dello sport afroamericano

Questa storia da sola racchiude il complicato rapporto che intercorre tra lo sport e gli afroamericani. Per molti anni allenatori, commentatori e in generale il mondo sportivo hanno evidenziato come l’attività agonistica fosse il terreno d’elezione per gli atleti di colore, per la loro forza fisica e la loro esplosività. Eppure questo luogo comune mostra molti limiti. E ci sono alcuni numeri che danno qualche prospettiva diversa. Nei cinque principali campionati americani gli atleti di colore non sarebbero più del 40%. Non solo. Se è vero che gli atleti neri costituiscono lo zoccolo della maggior parte degli sport più popolari, non si può dire lo stesso di molte altre discipline.

Se si guardano dati demografici di sport come calcio, tennis, ginnastica, hockey e baseball, si nota che in realtà gli afroamericani non dominano negli sport in cui sono più forti, ma in quelli in cui hanno accesso. E spesso è una questione economica: troppo costoso l’accesso ai campi di calcio, o l’acquisto di attrezzatura da baseball o golf. Non è un caso se il rapper J. Cole nel brano Immortal indichi i magri destini degli afroamericani in sole tre opzioni: “vendi droga, fai rap o vai nel Nba”. In questo quadro il basket o il football diventano l’unico strumento per avere opportunità di vita migliori.

Come ha notato lo scrittore Reagan Griffin Jr sul Guardian per molti afroamericani la benzina nel motore sportivo è la disperazione più che la passione. Una disperazione causata da un contesto sociale spesso più difficile e da professioni bloccate se non inaccessibili. Ma anche da un’istruzione frammentaria che spesso li lascia indietro.

Cosa non funziona nel modello

Negli anni molte barriere sono cadute e la condizione degli afroamericani è cambiata. Sempre più sport si sono aperti, pensiamo alle sorelle Williams nel tennis o a Tiger Woods nel golf. Barriere infrante in passato da personaggi come Jackie Robinson, il primo atleta afroamericano a giocare nella major league di baseball tra il 1947 e 1956 immortalato nel film 42 – La vera storia di una leggenda americana uscito nel 2013.

Eppure per ogni singolo che ha avuto successo ce ne sono altri che non sono riusciti a sfondare, per i quali il modello sport-emanicipazione non ha funzionato. E di storie ce ne sono parecchie. È il caso del “più forte cestista di sempre”, come ribattezzato da Kareem Abdul Jabbar, cioè Earl Manigault, un giocatore attivo nei playground di New York negli anni Sessanta tra i più forti della sua generazione che però non riuscì mai ad approdare nell’Nba perché espulso prima da scuola e poi finito nel tunnel dell’eroina. Lo stesso Manigault, una volta anziano e libero dalle dipendenze, avrebbe confermato i limiti del modello: “Per ogni Michael Jordan, c’è un Earl Manigault“, ha raccontato una volta al New York Times, ”non ce la facciamo tutti. Qualcuno deve fallire. Io ero uno di quelli.”

Jackie Robinson coi compagni di squadra nell’aprile del 1947

Anche per altri lo sport non ha voluto sempre dire rivalsa, come la storia del pugile Rubin Carter, attivo tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta che venne condannato a tre ergastoli per omicidio dopo una serie di processi controversi. E che ispirò una delle più famose canzoni di Bob Dylan, Hurricane, come anche l’omonimo film interpretato da Denzel Washington nel 1999. Nel 1985 dopo la pronuncia di una corte federale che sentenziò come le condanne avessero motivazione razziale, Carter venne scarcerato anche se oramai la sua vita e la carriera erano rovinate.

Certo, in molti contesti i progressi ci sono stati. Anche se è servito moltissimo tempo. Si è passati da alberghi segregati negli anni Venti, a gap salariali negli anni Ottanta dove si poteva arrivare a una media di 30 mila dollari di differenza tra atleti bianchi e afroamericani. Oggi i giocatori hanno un potere contrattuale e di immagine enorme, basta pensare ad esempio a LeBron James. Negli anni Venti, quando gli Harlem Globetrotters iniziavano a muovere i primi passi, gli atleti guadagnavano 7 dollari e mezzo a partita (se teniamo conto dell’inflazione corrispondono a circa 114 dollari di oggi), oggi i primi cinque atleti della lega, tutti afroamericani, guadagnano qualcosa come 192 milioni a stagione.

Le ipocrisie del NBA

Ma oltre alle storie individuali è tutto il sistema a mostrare grosse fragilità. Prendiamo il caso del Nba e del suo rapporto con le lotte razziali. Nel 2014 la lega permise ai giocatori di indossare delle canottiere con la scritta “I can’t breathe” in memora di Eric Garner, un afroamericano ucciso durante un controllo della polizia in modo molto simile a quello di George Floyd nel 2020. In più nello stesso anno il commissario della lega cacciò Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, per commenti razzisti nei confronti dei giocatori. Ma in realtà queste iniziative vanno bene come copertina per le riviste da politicamente corretto. Quello che manca sono i fondamentali.

Se tre quarti dei giocatori che militano nel Nba sono di colore solo una squadra sulle 30 della lega ha un proprietario afroamericano, gli Charlotte Hornets di Michael Jordan. Tra i general manager oggi i neri sono sei rispetto ai tre del 2017. E poi vengono a mancare le prese di posizione in ben altri contesti. Nello stesso periodo in cui si infiammavano le rivendicazioni di BLM il senatore repubblicano del Missouri punzecchiò il mondo del basket chiedendo come mai gli atleti non prendessero posizione contro le violazioni dei diritti umani in Cina ad esempio. Una polemica forse pretestuosa ma che infondo metteva il dito nella piaga. L’incapacità di un certo sport di uscire dagli slogan.

Oltre gli slogan

Anche nel football è successa una cosa analoga con il caso Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, che nel 2016 inginocchiandosi durante l’inno prima delle gare ha avviato la sua personale campagna contro la brutalità della polizia. Oggi Kaepernick è rimasto senza squadra anche se il gesto è rimasto nell’immaginario dello sport e della lotta per i diritti degli afroamericani. Il punto è che niente di concreto viene mai proposto oltre alla protesta, o almeno non ha la stessa visibilità.

Colin Kaepernick

Nella cinematografia americana c’è un piccolo film uscito nel 2005 con Samuel L. Jackson intitolato Coach Carter. La pellicola racconta una storia vera della provincia americana e soprattutto pone lo sport in una prospettiva diversa. Nel film si ricostruisce la stagione di una piccola squadra di un liceo della California, la Richmond High School, una scuola difficile, con oltre il 75% di studenti in condizioni economiche svantaggiate. Ma soprattutto si mette in evidenza il modello educativo di Ken Carter l’allenatore afroamericano della squadra di basket del liceo.

Carter aveva infatti un modello interessante: all’inizio dell’anno scolastico faceva firmare a tutti i suoi studenti-atleti una specie di contratto che li obbligava a tenere buoni risultati a scuola pena l’esclusione dalla squadra. L’allenatore era convinto che solo un buon rendimento scolastico potesse garantire l’accesso all’università e non lo sport. Fece scalpore quando a metà stagione fermò tutti i giocatori per non aver rispettato il “contratto”, anche se la squadra era ancora imbattuta in campionato. La sua presa di posizione venne osteggiata da molti genitori, soprattutto afroamericani, che ritenevano l’esclusione ingiusta e pericolosa perché limitava l’esposizione dei figli agli osservatori delle università, sempre a caccia di talenti da ingaggiare. Ma alla fine il modello di Coach Carter ebbe la meglio e, negli anni in cui ha allenato a Richmond, tra il 1997 e 2002, molti dei suoi atleti si sono diplomati e poi laureati trovando uno sbocco nel mondo del lavoro al di là dei meriti sportivi.

Fonte: ilgiornale.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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