Viva Italia

Informazione libera e indipendente

Polvere di Stelle: le rivendicazioni sul motore a combustione interna

Il motore a combustione interna – quello che ancora oggi detta legge nel trasporto su strada – funzionò per la prima volta nella seconda metà del 1800 e gli inventori che riuscirono in questa fondamentale impresa furono gli italiani Eugenio Barsanti e Felice Matteucci. Poi, consultando fonti straniere si scopre che i francesi hanno sempre volutamente ignorato la priorità italiana per attribuirla al loro connazionale Jean Joseph Etienne Lenoir, e che i tedeschi attribuiscono all’invenzione del ciclo a quattro tempi, applicato e brevettato da Nikolaus August Otto per la prima volta nel 1876, la paternità del motore a scoppio, tralasciando ciò che prima era stato fatto da altri in questo campo. Di questa inutile contesa, che dimostra come l’Europa sia incapace – oggi come allora – di rinunciare ai nazionalismi in nome di un comune orgoglio e interesse continentale, si è parlato in un convegno tenutosi a Lucca il 12 giugno e organizzato dalla locale fondazione “Barsanti e Matteucci”.

Polvere di Stelle: un viaggio nella storia dei Marchi tedeschi

Il motore Barsanti-Matteucci


Il programma del convegno in parte era coperto dall’analisi storico-scientifica delle scoperte che precedettero e indussero le esperienze dei due scienziati toscani, argomento sapientemente introdotto dal prof. Paolo Citti dell’università Marconi di Roma e sviluppato dal prof. Paolo Di Marco, dell’università di Pisa. Il prof. Giacomo Ricci ha messo perfettamente a fuoco il tema della priorità dell’invenzione del motore a scoppio da parte di Barsanti e Matteucci esibendo i documenti che inoppugnabilmente l’attestano e che francesi e tedeschi non hanno mai contestato, limitandosi semplicemente a ignorarli. Il motore concepito dal fisico Eugenio Barsanti, religioso dell’ordine degli Scolopi (Pietrasanta, LU, 12 ottobre 1821), e realizzato con il decisivo contributo dell’ingegner Felice Matteucci, nato a Lucca il 12 febbraio 1808, fu sperimentato a lungo nel 1853 e ottenne a Londra un certificato di protezione (primo passo verso il brevetto) il 12 giugno 1854. Il motore Barsanti e Matteucci era costituito da un grande cilindro, aperto alla sommità, entro cui poteva scorrere uno stantuffo discoidale che al centro della faccia superiore recava una lunga asta munita di dentatura a cremagliera. Questa ingranava con un rocchetto dentato esterno calettato su un albero che coassialmente recava anche un grande volano.

Il cilindro era a due diametri, cosicché lo stantuffo, corrispondente al diametro maggiore, in posizione di riposo poggiava sul bordo creato dal diametro minore. Al di sotto dello stantuffo, il cilindro più stretto, ermeticamente chiuso in basso, costituiva la camera di scoppio. Il funzionamento era il seguente: durante il primo quarto della corsa ascendente dello stantuffo – sollevato dall’asta munita di cremagliera per effetto della rotazione del volano esterno – veniva introdotta nella camera di scoppio una certa quantità di gas esplosivo tramite un sistema di alimentazione regolato da una valvola e da un eccentrico. Il gas esplosivo era incendiato dalla scintilla elettrica prodotta da una “pistola di Volta” e l’espansione dei gas per effetto della combustione, faceva compiere allo stantuffo i tre quarti rimanenti della corsa verso il bordo superiore del cilindro. Durante la salita dello stantuffo, il motore non produceva lavoro, in quanto il rocchetto vincolato alla cremagliera girava in folle essendo munito di un congegno a scatto libero.

Esaurita la corsa ascendente, lo stantuffo era richiamato violentemente verso il basso non soltanto dalla forza di gravità, ma anche dalla depressione generatasi al di sotto della sua faccia inferiore in seguito al raffreddamento dei gas combusti; a questo punto il rocchetto ingranava stabilmente con la cremagliera dell’asta e l’albero su cui era calettato girava vorticosamente diventando una presa di movimento alla quale poteva essere collegata qualsiasi macchina che necessitasse di forza motrice. Durante la corsa di discesa, quando la pressione interna eguagliava quella esterna, si apriva la valvola di scarico e i gas combusti si scaricavano nell’aria spinti dall’ulteriore corsa verso il punto morto inferiore dello stantuffo.

Il propulsore di Barsanti e Matteucci. correttamente denominato “Gravi-atmosferico”, funzionava quindi con una sequenza di quattro fasi: aspirazione, scoppio-espansione, contrazione e scarico, che si completavano nel volgere di una salita e una discesa dello stantuffo. Si trattava di un particolare ciclo a due tempi, predecessore di quello proposto 26 anni più tardi da Dugald Clerk. Successivamente, Barsanti e Matteucci brevettarono e costruirono altri motori, tra cui un bicilindrico e uno a pistoni contrapposti. Tutti, come il primo, funzionavano “ad azione differita”, ossia non sfruttando direttamente l’espansione dei gas combusti per produrre lavoro, ma unicamente per far innalzare verso il punto morto superiore il pistone che soltanto nella successiva fase discendente verso il punto morto inferiore generava forza motrice. La caratteristica della ”azione differita” fu all’origine – immancabilmente – di una lunga polemica con l’inventore francese Etienne Lenoir, il quale a fine 1859 brevettò un motore a gas ad azione diretta. La Francia non si lasciò sfuggire l’occasione di far rifulgere l’orgoglio nazionale e gridò al mondo che il motore a scoppio era una priorità sua. Nel 1867, all’esposizione universale di Parigi i tedeschi Otto e Langen presentarono un nuovo motore che ottenne la medaglia d’oro: era estremamente simile al motore Barsanti e Matteucci, e qualcuno se ne accorse. Il direttore della rivista “Le Gaz” infatti scrisse: “A prima vista quest’apparecchio a noi non sembra essere altra cosa che una cattiva imitazione dell’invenzione dei signori Barsanti e Matteucci, brevettata in Francia il 9 gennaio 1858; se questo non è lo stesso apparecchio, è almeno suo fratello e la maniera come funziona mostra questa parentela fino all’evidenza…”. Il convegno di Lucca ha avuto il merito di riaffermare e documentare la priorità di Barsanti e Matteucci in questa fondamentale invenzione.

E se i francesi insistono – in cattiva fede – su Lenoir, almeno al Deutsch Museum di Monaco di Baviera, il tempio mondiale della storia della tecnica, hanno collocato al posto giusto – il primo – il motore “Gravi-atmosferico” ideato, costruito e fatto funzionare dai due italiani. Un altro merito del convegno è stato quello di non limitarsi a una disamina del passato, ma di essersi proiettato su presente e futuro. In questo, particolarmente abile e apprezzato è stato il prof. Giovanni Ferrara, docente di motori a combustione interna presso la facoltà di ingegneria dell’università di Firenze. Appassionato motociclista, non ha negato che la crescente importanza delle misure di contenimento delle emissioni nocive favorirà lo sviluppo di motorizzazioni alternative, in particolare – nel breve periodo – quelle ibride, mentre quelle totalmente elettriche potranno rappresentare la soluzione ideale soltanto quando la produzione di elettricità sarà affidata a fonti rinnovabili.

Polvere di Stelle: dalla “W alata” ai quattro anelli

Fonte: motosprint.corrieredellosport.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *