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Perché la giustizia di Conte non vale una Messa

Una visione giusta della giustizia non può essere soppesata sulla base di una mera narrativa. L’ex premier Giuseppe Conte, appena qualche giorno fa, si è presentato di nuovo come “cattolico democratico”.

Poi una specificazione già pronunciata in passato:“La mia formazione è il cattolicesimo democratico, il mio cuore batte a sinistra”, ha fatto presente l’ex presidente del Consiglio nel suo esordio televisivo da leader del MoVimento 5 Stelle a Piazza Pulita. Una performance, peraltro, condita da dati non proprio entusiasmanti.

Il Conte 3.0 è dunque un esponente politico che vuole orientare il grillismo verso il cattolicesimo. Ma le idee, le battaglie e l’atteggiamento dei pentastellati sono compatibili con la visione cattolica della politica e dell’impegno pubblico? Il giustizialismo ed una certa idea oltranzista di giustizia, ad esempio, sono previsti dalla dottrina sociale? Abbiamo voluto intervistare in merito il dottor Alfredo Mantovano, vice-presidente del Centro Studi Rosario Livatino, ex sottosegretario del ministero dell’Interno ed ex parlamentare.

L’ex premier Giuseppe Conte dice di essere un cattolico democratico. Assisteremo ad un profluvio di slogan. Le narrative così sono credibili?

“L’impegno del cattolico nelle istituzioni è qualcosa di molto più serio degli slogan, delle frasi a effetto, dei buonismi e delle buone intenzioni. Non si misura neanche sul numero di Messe cui assiste o di Santuari cui ci si reca in pellegrinaggio. Intendiamoci, per un cristiano i sacramenti sono essenziali, ma appartengono alla sua sfera intima: per quella pubblica sono necessari gesti concreti. ‘Non chi dice Signore Signore…’ da sempre il magistero della Chiesa indica nella dottrina sociale cristiana l’insieme di principi di riferimento, di criteri di giudizio e di direttive di azione alla cui stregua orientare l’azione politica. È evidente la difficoltà di fronte alle scelte concrete e complesse che la vita quotidiana impone, ma sui fondamentali il margine di errore si riduce. Come insegna C.S. Lewis, ‘i buoni conoscono sia il bene che il male. I cattivi non conoscono né l’uno nell’altro’. Il corretto discernimento è il punto di partenza ineludibile”.

Ma il giustizialismo in salsa grillina è compatibile con l’idea di giustizia cattolica?

“Non è un caso se la Chiesa abbia di recente proclamato beato un magistrato, Rosario Livatino: non era mai accaduto in epoca moderna. Il che vuol dire che ha indicato un esempio di coerenza all’interno delle istituzioni. Da P.M. un giorno egli fu chiamato per un sopralluogo: un boss mafioso era stato ucciso. Davanti al cadavere l’ufficiale dei Carabinieri che accompagnava Rosario ebbe un moto di soddisfazione, all’insegna dell’uno in meno… Livatino lo fulminò, pur se l’ucciso era uno dei peggiori criminali della zona: ‘Capitano – gli disse – di fronte alla morte chi crede prega, chi non crede sta zitto!’. Per Livatino anche l’autore dei delitti più gravi resta un uomo, la cui dignità esige rispetto. Fece aprire il suo ufficio di Ferragosto per far eseguire una scarcerazione, e a chi – non entusiasta di andare al lavoro proprio quel giorno – gli obiettava che, essendo festa, il termine scadeva il giorno successivo, lui replicò che era inimmaginabile tenere in carcere una persona anche solo 24 ore in più”.

Sembra una pietra miliare di atteggiamento garantista…

“Al di là dei proclami, quel che viene fuori da un esempio così luminoso è ben distante dalle presunzioni di colpevolezza che spesso hanno accompagnato – e ancora accompagnano – chi ha ricevuto una informazione di garanzia, o dalla pretesa di tenere sotto processo con la durata indefinita della prescrizione”.

Poi non è mai stata chiara l’impostazione grillina in bioetica. Si pensi ai prossimi probabili referendum…

“La ferma contrarietà del cristiano all’eutanasia o alla droga ‘legale’ non derivano da posizioni confessionali, ma dal rispetto per l’uomo. Quel rispetto impone di affiancare la sofferenza stabilizzando una malattia quando non è possibile guarirla, o ritardandone gli effetti quando essa avanza, o circoscrivendo il dolore con le cure palliative quando non esistano altre alternative; sempre garantendo una vicinanza affettiva, compassione vuol dire esattamente “patire con””.

E sulla liberalizzazione della cannabis?

“Quel rispetto spinge a contrastare le occasioni di affievolimento di consapevolezza e di coscienza di sé derivante dall’assunzione di stupefacenti, e ad andare alla radice del disagio che talora spinge a uscire dalle responsabilità. Chi promuove la strada “facile” della morte a richiesta e della droga accessibile senza ostacoli si pone in una dimensione antropologica radicalmente alternativa a quella naturale e cristiana”.

Sul Ddl Zan, ancora, Conte ha scelto la linea Letta: quella del “no” al dialogo

“Anche di recente Papa Francesco ha messo in guardia dalla ‘colonizzazione ideologica’, espressione che egli adopera per qualificare l’ideologia gender e la sua imposizione nella cultura diffusa, e addirittura a scuola. Non si tratta di negare diritti, si tratta di arginare modelli liquidi, che fanno perdere di vista la natura dell’uomo, la profonda distinzione fra uomo e donna, nella eguale dignità e nel reciproco arricchimento. Si tratta di domandarsi quale futuro attende un corpo sociale cui opinion leader culturali e politici additano l’esemplarità di esistenze piene di “nuovi” diritti rivendicati e di doveri reali negati, di figli rifiutati, o all’estremo opposto comprati con la maternità surrogata, di anziani e disabili posti ai margini, in attesa del farmaco letale che assicuri la morte dolce”.

Quindi un cattolico democratico come dovrebbe agire in politica?

“Chi intende orientare il proprio impegno nelle istituzioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa non può eludere il quesito di come affrontare questo futuro: senza appuntare distintivi sulla giacca né vantare patetici collateralismi”.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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