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Paralimpiadi, Carlotta Gilli e Arjola Trimi nuotano nell’oro: «Lo sport è libertà»

di Claudio Arrigoni

Podi anche per equitazione, atletica, arco, tiro

Le vedi così, sorridenti e divertite, e non ti accorgi che in acqua non mollano niente e mai. Una ha la giovinezza dei vent’anni e si affaccia per la prima volta a una Paralimpiade. L’altra ha il vissuto che le viene dai suoi trentaquattro anni e tante esperienze internazionali, anche ai Giochi. A Tokyo le gemme preziose di un’altra giornata strepitosa si chiamano Carlotta Gilli e Arjola Trimi, doppio oro ad aumentare un medagliere già impressionante.

La prima è la più medagliata finora fra gli azzurri: con la vittoria nei 200 misti SM3 (con record del mondo), sono diventate 5, con due del metallo più prezioso. La seconda non è da meno: su quattro, sono due d’oro, con l’ultimo successo nei 100 stile S3. Se Carlotta fa parte ora del movimento paralimpico lo deve ai suoi genitori. Ipovedente, è nata con la sindrome di Stargardt, una retinopatia degenerativa. Prima partecipava a gare con chi non ha disabilità. Sono mamma e papà a vedere in tv sulla Rai la Paralimpiade di Rio 2016: «Perché non prova anche Carlotta?», si chiedono.

Nasce l’incontro che cambia la vita. Ora, oltre a far parte della Rari Nantes Torino, gareggia per le Fiamme Oro. Ed è diventata un’atleta dominante a livello mondiale. Dice: «Lo sport è una filosofia di vita, un modo di vivere che dura tutta la giornata, non solo nelle due o quattro ore di allenamento quotidiane». Aveva cinque anni quando ha cominciato ad andare in piscina: «Con il passare dei giorni e delle vasche è diventato un vero e proprio amore». Si ispira a campioni italiani come Gregorio Paltrinieri e Federica Pellegrini. Non solo piscina, studia psicologia all’Università di Torino. «Vorrei entrare in Polizia, magari con mansioni attinenti alla laurea che sto prendendo». È un fenomeno assoluto. E non ha ancora finito.

Arjola Trimi è arrivata dall’Albania quando aveva poco più di due anni. In Italia ha trovato l’amore e un lavoro. Ma anche la possibilità di nuotare ad altissimo livello, con il più bel gruppo di atleti paralimpici, quello della Polha Varese. Una malattia degenerativa l’ha portata alla tetraplegia: «Lo sport è libertà, rappresenta la capacità di esprimermi al 100% e di comprendere come reagisce il corpo ai miei movimenti». Prima di cominciare con il nuoto, Arjola ha praticato a livello agonistico basket, calcio e atletica leggera. Questa è la sua seconda Paralimpiade. A Rio vinse una medaglia d’argento nei 50 stile libero, categoria S3. Tokyo è stata la sua grande consacrazione a livello internazionale.

Ad Arjola e Carlotta si sono uniti nelle vittorie anche i ragazzi della staffetta 4×100 (argento con primato europeo per Simone Barlaam, Simone Ciulli, Antonio Fantin e Stefano Raimondi), Sara Morganti (argento, equitazione, bissando l’oro già vinto), Oney Tapia (bronzo, prima medaglia per l’atletica quella che Oney ha vinto nel getto del peso F11, per atleti ciechi), Maria Andrea Virgilio (bronzo, tiro con l’arco), Andrea Liverani (bronzo, tiro a segno).

Ragazzi e ragazze magiche, come lo è Bebe Vio, che è ripartita da Tokyo (la bolla paralimpica non permette di stare oltre 48 ore dopo la conclusione delle proprie gare) per una vacanza in famiglia e ha voluto ripercorrere questi giorni di successi e il suo anno travagliato postando i pensieri sui social: «L’operazione, l’infezione debellata, le settimane chiusa in ospedale e quando siamo usciti mancavano appena 119 giorni alla Paralimpiade. Non ce la farete mai, ci hanno detto. Ci vogliamo provare? ci siamo chiesti. Passione, coesione, lavoro, fatica. Così in pochi mesi siamo riusciti a conquistarci un oro e un argento. Cos’è l’impossibile? Mi hanno salvata le persone… Ed è a loro che devo queste vittorie».

30 agosto 2021 (modifica il 30 agosto 2021 | 23:18)

Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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