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Nardella e il Pd: «Se non cambia si estingue»

Firenze, 21 febbraio 2021 – E va bene sindaco, glielo prometto: non farò domande su Renzi. «Nessuna?». Nessuna. 
A Dario Nardella riesco a strappare un sorriso divertito, nei grandi saloni affrescati di Palazzo Vecchio, a Firenze. A queste latitudini è quasi inevitabile finire, prima o poi, a parlare dell’ingombrante predecessore. «Ma questa volta c’è talmente tanta carne al fuoco! Siamo in un momento storico decisivo, per la politica in generale, ma soprattutto per il Pd: o si cambia davvero, o si rischia l’estinzione». 
Sono parole pesanti, sindaco. 
«Sì, ma sono vere».

C ’è da dire che la politica non sta facendo una gran bella figura, ultimamente.
“Ha mostrato tutta la sua debolezza, tutta l’inconsistenza strutturale dei partiti, che non selezionano più le classi dirigenti”.
Compreso il suo?
“Il Pd, lo dicevo prima, non può perdere un’altra occasione per trasformarsi. Quello che più mi preoccupa è che sta diventando il partito dell’establishment: autoreferenziale, lontano dal Paese reale e legato all’apparato romano, in cui comandano esclusivamente le correnti, che non si dividono sulle idee ma sui posti”.
Draghi però, nel suo discorso in Senato, vi ha teso una mano.
“Di più, ci ha salvato: è stato generoso, forse non poteva fare diversamente date le circostanze”.
E che effetto le ha fatto vedere ministri del Pd accanto a quelli della Lega e di Forza Italia?
“Non trovo uno scandalo questa maggioranza parlamentare, perché non è legata a calcoli politici ma all’emergenza che sta vivendo l’Italia”.
Quindi oggi lei si fida di Salvini e della Lega?
“Per carattere tendo a fidarmi delle persone… con Salvini non è facile. Va misurato sulle decisioni che prenderà e dalle quali lui stesso non potrà scappare”.
Crede che questa crisi di governo dovesse essere evitata, o tutto sommato è andata meglio così?
“L’instabilità politica non è mai un bene, e questo è uno dei problemi più seri nel nostro Paese. Siamo al terzo governo in tre anni. Senza cadere nella banalità del confronto fra Draghi e Conte, il problema di fondo è che il sistema politico italiano è troppo instabile”.
Che cosa pensa di Draghi?
“Che è l’uomo giusto al momento giusto. Anche perché abbiamo davanti sfide difficilissime. Il Recovery Fund, per esempio: rischiamo davvero di fallire”.
La partita però l’ha gestita anche il Pd, nel precedente governo.
“Ma il punto non sono i progetti e le opere, già delineate, il punto è riuscire ad appaltarle. La scadenza è per la fine del 2023, e noi rischiamo di non farcela: se prendiamo l’ordinamento italiano così com’è, con il codice degli appalti, il sistema della giustizia amministrativa, l’assenza di personale, falliremo. Insomma: va azzerata tutta la sovrastruttura normativa italiana, lasciando solo quella comunitaria, vanno snellite tutte le procedure”.
E di Conte cosa pensa?
“Lo stimo molto”.
Si è praticamente candidato a fare il federatore del centrosinistra, un novello Prodi…
“Oddio, non lo definirei così. Intanto perché Conte mi pare il leader in pectore dei 5 Stelle, non certo di un’alleanza interforze, che tra le altre cose ritengo essere avventata. Anzi, guarda al passato. Per farla dovrebbe rispondere a tre condizioni”.
E quali sono?
“Primo: la leadership, che deve nascere da un confronto vero, su contenuti e programmi, e deve essere espressione del partito più forte della coalizione. E oggi il partito più forte è il Pd. Secondo: non si capisce il tentativo di una fusione a freddo fra Pd e 5 Stelle, anche perché finora le uniche circostanze in cui questa alleanza è stata sperimentata sono state fallimentari: vedi Umbria e Liguria. Terzo: il sistema elettorale. Se il Pd auspica un proporzionale, non si capisce perché dovrebbe fare alleanze precostituite”.
Goffredo Bettini, che dell’alleanza coi 5 Stelle è un grande sponsor, l’altro giorno ha aperto le porte a un congresso del Pd…
“A Bettini dico che un congresso in piena pandemia non ha senso, che quell’alleanza non ha prospettiva strategica, e che le sue posizioni sono inspiegabili, anche perché non si è mai capito a nome di chi parla, e con quale incarico abbia negoziato con Renzi durante tutta la crisi”.
Ah, Renzi questa volta l’ha citato lei.
“Non lo faccio più” (sorride, Ndr) .
E a Zingaretti invece cosa dice?
“Caro Nicola, trova la forza di cambiare il Pd. Perché il vero punto è questo: le alleanze possono arrivare solo dopo la costruzione di un chiaro profilo identitario. Il Pd non può negoziare su valori e temi chiari. Per esempio: com’è possibile che temi come il lavoro e l’ambiente siano diventati appannaggio dei 5 Stelle? Non parliamo dell’istruzione: dovevamo essere il partito della scuola, abbiamo perso l’ennesima occasione per diventare un punto di riferimento”.
Anche in Toscana si sta pensando a un ingresso dei pentastellati nella giunta.
“Ma io mi domando: come possiamo governare insieme la Toscana se abbiamo posizioni opposte su tramvia, alta velocità, Tirrenica, aeroporto?”.
Lei parla di cambiare il partito: da dove comincerebbe?
“Ora più che mai gli amministratori locali devono fare squadra. Sa cosa manca oggi, più di tutto? Sentirsi parte integrante delle decisioni che vengono assunte: nelle strategie, nei programmi, nelle alleanze”.
Non vi sentite rappresentati?
“La domanda da fare è: quali sono i luoghi in cui davvero vengono prese le decisioni? Ecco, gli amministratori in quei luoghi non sono ammessi. È giunto il momento in cui sindaci e governatori si facciano sentire con idee e proposte forti per salvare il Pd nell’ottica di un nuovo riformismo”.
A proposito di scollamenti con la realtà: dentro il Pd si è aperto anche un tema legato alla rappresentanza femminile.
“Ecco, proprio questa vicenda mostra quanto siamo lontani dal Paese reale: le donne nelle istituzioni e nel partito sono più marginali che non nella società civile. E, a proposito di governo, mi ha colpito che nella squadra dei ministri le donne che ricoprono ruoli più forti siano non le politiche ma le tecniche: la ministra Lamorgese e la ministra Cartabia. Come si fa a dire che la politica ha vinto?”.
E come se ne esce?
“Le donne del Pd devono essere unite, non accontentarsi di concessioni che giustificano lo strapotere maschile. La parità di genere va conquistata con politiche pubbliche innovative, non solo con le quote”.
La pandemia può essere un ostacolo al cambiamento?
“Può essere una risorsa, perché il cambiamento di fatto lo sta già imponendo: negli uomini, nelle donne, nelle città, nel mondo del lavoro. Il peccato più grande sarebbe sprecare l’occasione della crisi”.
Vale per la politica?
“Vale per tutto, anche per la mia Firenze”.
Qual è la sua paura più grande?
“Che non si capisca quanto oggi, più che mai, sia necessario investire sulle persone, sulla loro intelligenza. E quindi sulla scuola, sulla ricerca, sulla formazione. La salvezza di tutti noi passa da lì: lo abbiamo visto con i vaccini, cerchiamo di non dimenticare la lezione”.
Un anno fa, come ieri, a Codogno scoprivamo il primo caso di Covid-19 su un italiano. Pochi giorni dopo l’Italia sarebbe entrata in lockdown, e lei stesso sarebbe finito in quarantena.
“Avevo incontrato Zingaretti poco prima che si scoprisse positivo al virus”.
La intervistai, in quei giorni. E lei allora mi disse che quando la pandemia fosse finita, avrebbe fatto una grande festa a Firenze. Da allora è cambiato tutto, e niente è andato come pensavamo, o speravamo. Ci crede ancora che faremo una festa, sindaco?
“Ci credo, sì. Ci sarà, e posso dirlo oggi come lo dicevo allora. Con altre consapevolezze rispetto ad allora, certo, ma non con meno convinzione. Mi piacerebbe dedicarla ai bambini. Ne sto già parlando con la Fondazione Meyer. La rinascita, in fondo, non può che partire da loro”.
 

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Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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