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Mottarone, tre fermati nella notte per l’omicidio di 14 persone: anche il gestore Luigi Nerini

Nel corso degli interrogatori della notte è arrivata l’ammissione: i freni dell’impianto erano stati consapevolmente disattivati per evitare arresti d’emergenza. Per questo, a tre giorni dalla tragedia del Mottarone – il crollo della cabina della funivia in cui sono morte 14 persone, tra cui due bimbi – la procura di Verbania ha disposto all’alba il fermo nei confronti delle tre persone finora indagate. Si tratta di Luigi Nerini, titolare della società che gestisce l’impianto (la Ferrovie Mottarone srl), del direttore del servizio Enrico Perocchio e del capo operativo Gabriele Tadini. A confessare, apprende ilfattoquotidiano.it da fonti investigative, è stato quest’ultimo: dalla sua deposizione gli inquirenti hanno dedotto la responsabilità degli altri. Tutti e tre sono stati condotti nel carcere di Verbania. Oltre a quella di omicidio colposo, l’accusa è di rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro (articolo 437 del codice penale), aggravata dal verificarsi del disastro, reato che da solo prevede una pena da tre a dieci anni di carcere. Contestate anche le lesioni colpose gravissime nei confronti del piccolo Eitan Biran, il bambino di 5 anni unico sopravvissuto all’incidente e ancora intubato all’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino.

Nei confronti dei tre dirigenti, per i quali i magistrati chiederanno nelle prossime ore l’applicazione una misura cautelare, è stato raccolto “un quadro fortemente indiziario”, dice la procuratrice Olimpia Bossi – che coordina le indagini dei Carabinieri insieme al sostituto Laura Carrera. L’analisi dei reperti fotografici ha infatti permesso di accertare che “la cabina precipitata presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso”. Per gli inquirenti, uno dei due forchettoni”, i divaricatori che tengono distanti le ganasce dei freni che dovrebbero bloccare il cavo portante in caso di rottura del cavo trainante, non è stato rimosso: un “gesto materialmente consapevole“, per “evitare disservizi e blocchi della funivia”, che da quando aveva ripreso servizio lo scorso 26 aprile, segnalava continue anomalie all’impianto frenante. L’altro, invece, non è stato ritrovato, ma la convinzione è che fosse a propria volta inserito, perché anche uno solo dei due freni di emergenza, se libero di attivarsi, sarebbe bastato: in mattinata è previsto un nuovo sopralluogo per cercarlo. Le persone sottoposte a fermo sono quelle che avevano, “dal punto di vista giuridico ed economico, la possibilità di intervenire. Coloro che prendevano le decisioni”, inclusa quella rivelatasi fatale.

A disporre il fermo si è arrivati in seguito all’analisi della cabina precipitata e agli interrogatori. Un confronto durato oltre 12 ore con dipendenti e tecnici dell’impianto convocati nella caserma dell’Arma, a Stresa, a partire dal pomeriggio di martedì. In un primo momento tutti avevano la qualifica di persone informate sui fatti, ma già ieri sera, con l’arrivo dei primi avvocati, è apparso chiaro che la posizione di alcuni di loro era cambiata. Nerini si è presentato poco dopo mezzanotte, raggiunto in seguito anche dal suo difensore, l’avvocato Pasquale Pantano.

Entrata in funzione da circa un mese, dopo lo stop dovuto alla pandemia, la funivia del Mottarone “era da più giorni che viaggiava in quel modo e aveva fatto diversi viaggi”, ha precisato ancora la procuratrice all’uscita dalla caserma dei Carabinieri. Erano stati “richiesti ed effettuati” interventi per rimediare ai disservizi, uno il 3 maggio, ma “non erano stati risolutivi, per ragioni che certamente andranno approfondite. Si è quindi pensato di aggirare, eludere o comunque rimediare, sia pure magari in vista di un intervento più radicale”. E “nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo, si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito mortale“, sottolinea il magistrato, che parla di “uno sviluppo, molto grave e inquietante, consequenziale agli accertamenti svolti”.

A Rai Tre il tenente colonnello Alberto Cicognani – comandante provinciale dell’Arma di Verbania – ha ribadito che “c’erano malfunzionamenti nella funivia, è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la “forchetta”, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione. Non è stato facile – ha aggiunto il militare – ma abbiamo cercato di ricostruire nel miglior modo possibile, nel modo più scrupoloso tutto quello che è accaduto e ciò che ha portato alla tragica fine delle vittime. Ci potrebbero essere degli sviluppi. È prematuro dirlo, in questo momento non possiamo, ma era importante dare un segnale velocemente, con una attività scrupolosa e corretta, nel rispetto di tutti, soprattutto delle vittime”.

Le indagini, infatti, non sono finite. E non solo perché, con l’intervento dei tecnici, sarà necessario confermare quanto emerso dai primi accertamenti. La procura di Verbania intende infatti “valutare eventuali posizioni di altre persone”: il numero degli indagati è destinato a crescere a breve. “Si è tutto accelerato nel corso del pomeriggio e di questa notte – dice ancora la procuratrice lasciando la caserma – Nelle prossime ore cercheremo di verificare, con riscontri di carattere più specifico, quello che ci è stato riferito”, conclude.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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