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Morto Giorgio Galli, politologo. Teorizzò il bipartitismo imperfetto

Aveva scritto parecchi libri sui più svariati argomenti il politologo Giorgio Galli, scomparso all’età di 92 anni a Camogli (Genova): le vicende dei partiti (a cominciare dalla Storia del Partito comunista italiano, edita da Schwarz, con cui aveva esordito insieme a Fulvio Bellini nel 1953), i difetti strutturali del capitalismo italiano, il terrorismo e i suoi retroscena, l’esoterismo e il pensiero magico. Ma era noto soprattutto per un saggio del 1966 sul nostro sistema politico, pubblicato allora dal Mulino e poi riproposto da Mondadori, il cui titolo è rimasto proverbiale: Il bipartitismo imperfetto.

La tesi di Galli, nato a Milano il 10 febbraio 1928, era che in Italia si andasse manifestando in quegli anni una tendenza bipolare tipica dei Paesi industrializzati occidentali, che vedeva protagonisti della vita pubblica due grandi soggetti politici, uno conservatore e l’altro progressista. Il guaio era che quei ruoli, nel nostro Paese, erano ricoperti da due forze culturalmente inadeguate ai rispettivi compiti: la Democrazia cristiana, intrisa di una mentalità cattolica refrattaria alla modernizzazione; il Partito comunista, legato a una concezione ideologica rivoluzionaria inapplicabile in Occidente. Nel contesto italiano, di fatto, la loro funzione era quella di un partito moderato e di uno socialdemocratico, ma le loro classi dirigenti guardavano altrove, avevano «una visione di sé stesse» ampiamente sfasata rispetto «al loro essere reale, ai loro comportamenti effettivi».

Il problema, osservava Galli, era grave soprattutto a sinistra, poiché la retorica antisistema del Pci, il suo legame con l’Urss e il suo rifiuto di legittimare il dissenso interno con la creazione di correnti organizzate lo rendevano inadatto a governare. Questi ultimi due erano argomenti delicati che il politologo aveva messo in rilievo sin dai suoi primi lavori, tanto che la sua opera d’esordio era stata catalogata come «bordighiana» per il punto di vista critico espresso sulla «bolscevizzazione» del Partito comunista d’Italia attuata da Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti al Congresso di Lione del 1926.

Nel Bipartitismo imperfetto un Galli approdato su posizioni riformiste notava come i residui dello stalinismo condannassero alla sterilità la militanza attiva e il vasto consenso elettorale aggregati intorno alle bandiere del Pci. Quel partito, scriveva, non era un pericolo per la democrazia, ma «un enorme sperpero», come «una centrale elettrica che assorbe imponenti masse di energia per far funzionare un solo lavastoviglie».

Sul versante opposto ne derivava che la Dc rimaneva inamovibile al governo. E la mancanza di un ricambio al vertice, che era invece moneta corrente in altre democrazie europee, produceva forti effetti degenerativi: invece delle riforme modernizzanti di cui aveva bisogno, l’Italia sfornava una legislazione frammentaria e clientelare, spesso concordata tra democristiani e comunisti, volta a soddisfare gruppi d’interesse particolari, inadatta a sostenere lo sviluppo di una società industriale avanzata. Anche se lo schema di Galli è stato contestato sul piano teorico da altri studiosi, primo fra tutti Giovanni Sartori, non c’è dubbio che avesse buone ragioni nell’indicare questo blocco del sistema come il nodo decisivo da sciogliere.

Negli anni successivi alla pubblicazione della sua opera più importante Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università Statale di Milano, si era dedicato a esplorare gli effetti perversi della paralisi da lui descritta. Nel libro Il capitalismo assistenziale (SugarCo, 1977), firmato con Alessandra Nannei, aveva denunciato la crescita di un ceto burocratico parassitario intorno all’intervento pubblico in economia. E la sua Storia del partito armato (Rizzoli, 1986) prospettava l’ipotesi che il terrorismo fosse stato tollerato e sfruttato da strutture di potere interessate a evitare qualunque cambiamento incisivo nel nostro Paese.

Con l’andare del tempo si era persuaso che i ceti speculativi e parassitari avessero manovrato con successo nell’ombra per svuotare la democrazia repubblicana e saccheggiare le risorse dell’Italia, come aveva scritto nel libro Il golpe invisibile (Kaos, 2015). Temeva la prevalenza della finanza sulla politica che aveva descritto con preoccupazione nel più recente saggio Il potere che sta conquistando il mondo, scritto con Mario Caligiuri e uscito nello scorso luglio da Rubbettino.

A partire dagli anni Ottanta la ricerca di Galli, autore dall’inesauribile curiosità intellettuale, si era inoltre indirizzata verso la dimensione esoterica della politica, con una particolare (ma non certo esclusiva) attenzione ai misteri del Terzo Reich. Nel saggio Hitler e il nazismo magico (Rizzoli, 1989) aveva scandagliato la componente iniziatica fiorita all’ombra della svastica, ipotizzando che molte scelte del dittatore tedesco fossero state dettate dall’idea di uno scontro mistico tra forze primordiali.

Galli pensava che l’occultismo fosse un aspetto integrante della nostra civiltà, destinato a riemergere in forme nuove di fronte alla crisi della razionalità occidentale e della democrazia rappresentativa. Anche il suo libro più recente appena uscito in ottobre, Hitler e l’esoterismo (Oaks, pagine 238, e 18) approfondiva questi temi.

Estraneo a ogni tipo di tabù ideologico, Galli aveva anche curato un’edizione italiana del Mein Kampf dello stesso Adolf Hitler (Kaos, 2002), pubblicato un pamphlet In difesa del comunismo nella storia del XX secolo (Kaos, 1998) e nel libro Stalin e la sinistra (Baldini Castoldi Dalai, 2009) aveva invitato a considerare la figura del despota sovietico senza demonizzarla. I regimi totalitari del Novecento non gli apparivano esempi di pura barbarie: riteneva che se ne dovessero studiare criticamente le vicende per inserirle in un contesto storico più generale. Per quanto si potesse dissentire dalle sue conclusioni, l’indicazione di metodo era senz’altro condivisibile.

27 dicembre 2020 (modifica il 27 dicembre 2020 | 15:36)

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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