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Molestava le figlie e picchiava la moglie: ora prende l’eredità e la pensione della donna

Aveva abusato delle figlie, aveva picchiato la moglie quando aveva tentato di fermarlo e oggi lui, dopo anni di silenzio, torna a contendersi con le due figlie l’eredità della moglie morta per covid. Per anni quelle ragazzine, oggi diventate adulte, hanno tentato di buttarsi alle spalle quel passato di orrori che oggi torna a bussare alla loro porta, scoprendo che, nonostante tutto, il padre rientra nell’asse ereditario della loro madre. Il motivo? La coppia si era separata ma i due non hanno mai formalizzato il divorzio. Un nuovo incubo denunciato proprio dalle figlie, che protestano, lanciando una petizione su Change.org e pubblicando un video su Youtube in cui si appellano al ministro della Giustizia perché si cambi una legge vissuta dalle due sorelle come un’altra ingiustizia sulla loro pelle.

La condanna e la petizione

I fatti risalgono alla fine degli anni novanta e i primi del duemila, quando le due sorelle avevano sei e dieci anni. Ad accorgersi che qualcosa non andava erano state le insegnanti delle ragazze. Da una denuncia è partita un’inchiesta della magistratura. Nel 2006 è arrivata la prima sentenza con cui i giudici hanno condannato il padre a tre anni e tre mesi di reclusione per abusi sulle figlie e maltrattamenti in famiglia nei confronti della moglie e della figlia più grande. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’uomo allungava le mani nelle parti intime delle figlie ed erano botte quando la moglie tentava di farlo ragionare o provava a difendere le piccole. Una ricostruzione di fronte alla quale l’uomo si è sempre difeso, sostenendo di non aver mai avuto problemi sessuali e che quelle erano carezze, erano gesti affettuosi. Gli avvocati difensori hanno fatto ricorso alla Corte d’Appello, che nel 2008 ha confermato la sentenza di primo grado, rivedendo la pena a un anno e nove mesi.

Nonostante i due fossero separati dal 1998, la coppia non ha mai divorziato formalmente. Una questione burocratica di cui nessuno si era mai preoccupato. Fino allo scorso gennaio, quando la madre è morta per covid. Le due sorelle milanesi hanno scoperto come il padre non solo avesse diritto alla pensione di reversibilità della donna ma fosse anche inserito a pieno titolo nell’asse ereditario della moglie che aveva picchiato per anni.  

Oggi le ragazze hanno 31 e 35 anni. Desiréè, la più giovane delle due, ha lanciato una petizione sulla piattaforma digitale Change.org. “Con questa sentenza – scrive  Desiréè – (mio padre) ha perso la patria potestà e il diritto successorio ma solo nei nostri confronti, non anche nei confronti di mia madre”. Così dopo la morte della madre, “io e mia sorella pensavamo di essere le uniche eredi. Invece c’era anche mio padre. Scopriamo che per legge è come se fossero ancora “coniugati”. Quindi oltre il danno, la beffa: anche lui risulta come erede e pur avendo commesso reati di violenza contro mia madre, mio padre prende la sua pensione di reversibilità di 900 euro e sarà erede, quindi gli spetterà l’eredità di mia madre che consiste nell’immobile che aveva acquistato in seguito, di cui c’è ancora il mutuo da estinguere”.

Cosa dice la legge e perché non rende giustizia 

La domanda che le sorelle si pongono è come tutto questo sia stato possibile. Interpellato da Today, prova a rispondere l’avvocato di Roma Alfredo Cirillo, specializzato in diritto civile, di famiglia e societario: “La fattispecie, in effetti, costituisce un grave vulnus di tutela normativa in campo ereditario. L’articolo 463 del codice civile, preposto alla disciplina della così detta indegnità ereditaria, limita i casi di esclusione dal diritto di succedere alle ipotesi di omicidio, tentato omicidio, calunnia e falsificazione del testamento del de cuius, tralasciando così un profilo importantissimo della nostra realtà sociale, vale a dire le violenze sessuali e domestiche, che, com’è sempre più riconosciuto dal Legislatore con le ultime riforme, costituiscono condotte molto vicine, per gravità e conseguenze sulla parte lesa, ai reati di omicidio e simili. Inoltre occorre tenere conto che la successione ereditaria costituisce non solo un modo per attribuire a una persona i beni di un soggetto non più in vita bensì anche una sorta di continuazione giuridica dei rapporti attivi e passivi del defunto. In questa prospettiva, è palesemente frustante per chiunque l’idea che l’autore di gravi violenze in proprio danno possa, un domani, vantare prerogative ereditarie e così succedere nei rapporti e nei diritti della persona che questi ha maltrattato e violentato”.

La frustrazione di cui parla l’avvocato romano è la stessa di Desirée, che, con la sua raccolta firme arrivata a oltre 35mila sottoscrizioni, chiede modifica dei tempi di ricorso, divorzio automatico, perdita diritti successori con condanna per violenze, retroattività delle norme. 

Nello specifico “l’estensione dei tempi per fare ricorso per coloro che hanno subito violenze quando erano minori; il divorzio automatico per donne separate, vittime di violenza domestica; nel caso in cui la coppia è separata e non divorziata, perdita automatica di tutti i diritti successori per chi ha commesso violenza domestica contro il coniuge, in particolar modo se ci sono minori coinvolti nei reati di violenza. Queste norme devono essere applicate anche retroattivamente, per tutti coloro che non hanno potuto avere giustizia”. 
“Quello che noi vorremmo che fosse chiaro è che la legge in vigore non rende giustizia a chi ha subito reati di violenza domestica e dovrebbe cambiare – ha spiegato Desirée direttamente a Today – Per noi il coniuge che ha compiuto rati di violenza domestica deve perdere tutti i diritti su quella persona perché oggi non è così. Penso sia giusto anche prevedere una sorta di divorzio automatico o almeno che, chi si è reso colpevole di certi reati, perda tutti i diritti successori sulle vittime”. 

Oggi Desirée si trova ad affrontare le pratiche ereditarie ed è costretta a fare una cosa che sperava di non dover mai più fare: entrare in contatto con il padre. Sta cercando di capire se ci sia una via di uscita. “Non c’è purtroppo” ci dice in modo lapidario l’avvocato di Milano Francesca Maria Zanasi, che aveva rappresentato la mamma di Desirée come parte civile al processo contro il marito oltre dieci anni fa. Lei, con una punta di insofferenza spiega: “Io ero una giovane avvocata e la signora era troppo stanca per andare avanti. Se avessi avuto qualche anni in più l’avrei costretta a divorziare. Lei non ne poteva più. Questi processi sono molto logoranti e lei era stanca. Si dovrebbe cambiare qualcosa perché, di fronte a certe condanne penale, non dovrebbe servire un divorzio per rendere indegno il successore. Mi piacerebbe molto che queste condanne impediscano al potenziale erede di avere diritti successori. Sono d’accordo con la petizione delle regazze anche perché chiediamoci una cosa: è giusto che i diritti successori siano eliminati di fronte all’addebito della separazione e non alla luce di certi reati?”.
 

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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