Viva Italia

Informazione libera e indipendente

Mauro Berruto, ex ct azzurro del volley: “Spesso lo sport è usato per dividere”

MASSIMO IAPPINI

Torna in provincia Mauro Berruto, personaggio dai mille ruoli: è stato coach di altissimo livello di volley, direttore tecnico della nazionale di tiro con l’arco, scrittore e amministratore delegato della scuola Holden di Torino. E ora ha accettato di impegnarsi in politica. Stasera alle 21 al chiostro Santa Croce-Langosco di Casale sarà protagonista della conversazione-spettacolo «Capolavori» (regia di Roberto Tarasco), nata dal libro in cui Berruto interagisce fra l’arte e lo sport.

Visti i suoi molteplici ruoli, come si definisce?

«Non lo faccio ma so che tutto quel che ho realizzato proviene dallo sport e in particolare dalla pallavolo. Mi occupo e mi sono interessato di materie diverse, ma le mie radici sono sportive e nel volley, sport di squadra per eccellenza».

Il trionfo agli Europei dell’Italvolley femminile ci ha entusiasmato. Però c’è chi trova il modo di polemizzare: perché lo sport è divenuto così divisivo?
«Perché anticipa la società. Lo sport ha un vantaggio temporale sulla società, la precorre. Basti pensare a Muhammad Alì o andare a vedere un allenamento di una qualsiasi disciplina sportiva giovanile. Nei bambini che si allenano su un campo di calcio, ad esempio, c’è un modello di società futura. Qualche anno fa la staffetta femminile 4×400 vinse l’oro ai Giochi del Mediterraneo e un giornalista chiese a Filippo Tortu le sensazioni sul trionfo di una squadra composta da ragazze di colore. Candidamente rispose di non averci neppure fatto caso. Perché nello sport l’avanzare della società è ineludibile».

Lo sport è cambiato?
«Non è un mondo perfetto o utopico. Lo sport o è fatto bene o è fatto male: è un linguaggio universale, come la musica. Sono poche le forme di comunicazione intese in tutto il mondo. In queste settimane ho vissuto il salvataggio della squadra di calcio femminile di Herat: anche in Afghanistan il calcio era linguaggio universale. Basti pensare alla potenza mediatica che hanno le magliette delle stelle del football e che a volte vediamo nelle foto dei rifugiati. Lo sport dovrebbe sempre essere portatore di messaggi positivi».

Cosa dobbiamo imparare dalle Paralimpiadi?
«A prescindere dai risultati sportivi, il valore di ispirazione è enorme. In quell’evento conta lo spirito di emulazione e il messaggio che lo sport vuole trasmettere. C’è stata la polemica sui premi dimezzati dati agli atleti paralimpici rispetto a quelli normodotati. Nessuno di loro si è lamentato perché quegli azzurri sanno di essere la punta di un iceberg ben più importante che è il mondo dei disabili. Loro rappresentano chi non arriva a fare sport. Altro discorso è il tema delle risorse da destinare a quel settore, non tanto al vertice quando al movimento».

Perché la politica e i regimi si appropriano dello sport?
«Perché è linguaggio universale che potenzialmente può veicolare le masse e che viene usato come mezzo di divisione. Però, chi lo ha fatto, è stato sconfitto dalla storia: cito le olimpiadi di Berlino del 36 con i trionfi di Jesse Owen».

Un palcoscenico o un palasport hanno la stessa valenza per chi li vive da protagonista?
«No. Nelle discipline sportive lo spettatore è parte dello spettacolo e gli stadi vuoti durante la pandemia lo hanno dimostrato. Certo, anche in un teatro l’interazione fra pubblico e protagonisti incide ma non è la stessa cosa. Ho avuto la fortuna di vivere eventi sportivi mondiali assoluti da allenatore. La tensione del momento, l’emozione della vita da spogliatoio sono sensazioni uniche».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte: lastampa.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *