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Matteo Renzi contro Alfonso Bonafede: “Mediocre, avvocato di seconda fila diventato ministro”


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Francesco Specchia


«Avrei potuto accontentarmi ma è così che si diventa infelici». Renzi che incornicia con un Charles Bukowski d’annata il capitolo intitolato Soli contro tutti (evidentemente plurale maiestatis) che inizia con un amico sacerdote che lo prende a pesciate in faccia mentre Matteo innesca la crisi di governo più esplosiva del secolo; be’, è tanta roba. Ma al di là del valore letterario dell’opera -su cui si può discutere- il nuovo libro di Matteo Renzi, Controcorrente, in uscita per Piemme descrive una sorta di viaggio nel ventre del draghismo che ha seppellito il contismo attraverso retroscena, fotografie e scazzi dell’ultima battaglia dell’uomo di Rignano. Dopo i libelli Fuori! del 2011 e il resipiscente Oltre la rottamazione del 2013 che molti di noi cronisti hanno trangugiato come Renzi dichiara d’aver «trangugiato ettolitri di Maalox» a causa di Conte, il libro è illuminante comunque sugli equilibri di Palazzo. Scopriamo così che Renzi ancora sorride sugli inciampi di Letta: «Da Parigi scende in campo Enrico Letta. E alla fine la grande profezia di Enrico: “Renzi ci fa fare la figura del solito Paese inaffidabile: pizza, spaghetti, mandolino. Conte ha fatto bene a sfidarlo”. Infatti Conte va a casa, arriva Draghi e l’Italia recupera credibilità, reputazione e fiducia: non so a quale mandolino si riferisce il futuro segretario del Pd, ma la crisi in realtà aiuta l’Italia a recuperare prestigio, altro che inaffidabilità. Alla luce della crisi, l’attacco di Letta è una medaglia al merito».

STRANA COPPIA
Sicché Renzi dopo aver fracassato il mandolino sulla “strana coppia” Conte-Casalino svela che aver fatto saltare il governo in piena pandemia non fu narcisismo; bensì il tentativo di evitare il «baratro che si sarebbe aperto di fronte a noi e -peggio ancora- “alla generazione dei nostri figli”… Il governo Conte è caduto perché non è stato all’altezza della sfida. Il Conte 1 ha governato lucrando consenso sulla paura dell’immigrazione, il Conte 2 lucrando consenso sulla paura della pandemia». E da qui Renzi appare come un inquieto mix tra Cavour e Pietro Micca: lo statista si muove sulle uova di un governo che gestisce male la pandemia, che hail record dei morti e che affonda in una gestione commissariale disastrosa. Lo chiama nella notte Franceschini, così diverso dal Bruto accoltellatore descritto nei governi precedenti: «Nelle ore finali della crisi mi confido spesso con Dario. Mi esprime i suoi dubbi politici: “Non sai cosa ti stanno preparando contro, ti massacreranno anche sul personale. Ti distruggeranno sotto il profilo psicologico, faranno saltare i tuoi parlamentari. Te lo voglio dire non per farti cambiare idea. Te lo dico perché mi dispiace umanamente».

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La risposta di Renzi sono le fiches puntate su Draghi: «Mario Draghi era semplicemente l’italiano più stimato al mondo. Nei suoi interventi aveva tracciato la linea su ciò che serviva non solo all’Italia, ma all’Europa. Nei suoi colloqui privati, almeno con me, Draghi aveva sempre rispettato le prerogative del governo in carica, del Presidente della Repubblica, del Parlamento. Io naturalmente forzavo su un suo eventuale impegno». Naturalmente. Sicché il Renzi narratore si abbandona a giudizi trancianti. Bonafede è un peggio di un legale parafangaro: «Da parlamentare prima e da ministro poi ha rappresentato la summa di tutti ciò che noi contestavamo nelle giustizia italiana (…) E quando diventa Guardasigilli sceglie come capo del Dap il massimo dirigente delle carceri, un oscuro pm che ha avuto il merito -per i grillini- di indagare sui presunti reati compiuti dai membri del governo Renzi nel cosiddetto scandalo Tampa Rossa. È l’uomo per il quale non c’è differenza tra giustizialismo e garantismo: mediocre avvocato di seconda fila divenuto improvvisamente ministro».

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QUIRINALE
Prodi, invece, si rivela d’inaudita ferocia: «Il suo problema è che vede fantasmi di Bertinotti ovunque: le sedute spiritiche evidentemente lasciano il segno. In realtà con Prodi la questione è semplice: lui non ha fatto il Presidente della Repubblica nel 2015 perché io gli ho preferito Sergio Mattarella. E se l’è legata al dito, tutto qui. Mai visto un uomo più rancoroso di Romano Prodi: dietro la bonomia della faccia c’è un carattere irascibile e vendicativo». Zingaretti ha le stigmate del voltagabbana, non esistono più i comunisti di una volta. Infatti prima il segretario Pd lo pugnala: «Zinga esplicita il proprio consenso alla strategia del Capitano leghista. Pur di mandare a casa i renziani, il nuovo Pd preferisce fare l’accordo istituzionale con Salvini, e fare ciò che a una certa sinistra piace.

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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