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Mandel’stam, lettere dall’inferno quotidiano

Impararono a parlare con i morti, a nascondere le poesie dentro la federa dei cuscini, fedeli, forse, al futuro. «Ho voglia di vedervi. Sapete che sono in grado di sostenere una conversazione immaginaria soltanto con due persone: con Nikolaj Stepanovie con voi», scrive Osip Mandel’stam ad Anna Achmatova, siamo nel 1928 e un corrusco crepuscolo, da anni, grava sulla Santa Madre Russia. Nikolaj Stepanovi Gumilëv, marito della Achmatova, il poeta audace che aveva fondato, nel 1910, la gilda degli «acmeisti», volontario durante la Grande Guerra, volitivo, amante dei safari, certo di far fuori i bolscevichi con la stessa spensierata ferocia con cui ammazzava i leoni in Africa, era stato fucilato nel 1921. L’anno prima il governo «rivoluzionario» aveva chiuso, per decreto, le imprese editoriali private, sostituite dal fatidico «Gosizdat», le Edizioni di Stato che, di fatto, controllavano ciò che si pubblicava e tenevano sotto il giogo dello stipendio scrittori, poeti, intellettuali («Per un mese intero il Gosizdat ci ha dimenticati, siamo rimasti senza entrate, senza un lavoro stabile», scrive, nel 1925, al padre, Mandel’stam). Dal 7 novembre del 1917, d’altronde, con metodica violenza, Lenin aveva varato il Decreto sulla stampa, «che introduceva la censura e chiudeva tutti i giornali e le riviste che avevano un atteggiamento critico nei confronti del potere» (Andrej Siskin).

Vladimir Majakovskij, il poeta della Rivoluzione, aitante, funambolico, geniale, fu marginalizzato nel 1919 impedendo al suo Comitato comunista-futurista di evolvere in partito politico; dal 1921 controllando il numero di copie stampate dei suoi libri fino al suicidio, accaduto nel 1930. Osip Mandel’stam (1891-1938), al contrario, pareva innocuo, stralunato, estraneo ai clamori della Storia. La sua calligrafia pende, incerta, come una traccia di muschio; il viso, nelle fotografie, pare un’anfora di vetro. «Senza piegarsi ai temi della contingenza politica, devoto sempre a un ideale di armoniosa bellezza, egli ha guardato la realtà come dall’alto di un’acropoli… Sotto il suo fatalismo talvolta l’immagine tortuosa e delirante del tempo è più viva che in tanti sonatori d’oricalchi»: così lo ha descritto Angelo Maria Ripellino. Voleva scrivere poesie, non ritenne opportuno iscriversi all’Unione degli scrittori sovietici, «Io so la scienza dei commiati, appresa/ fra lamenti notturni e chiome sciolte», recita la poesia più nota, Tristia, che si riferisce al grande poema di Ovidio scritto dall’esilio di Tomi, l’attuale Costanza, in Romania, sul Mar Nero. Si sentiva in esilio, non avrebbe mai pensato di essere il simbolo di «una generazione che ha dissipato i suoi poeti», secondo la formula di Roman Jakobson.

Tra il ragazzo neanche diciottenne, vago per natura («Non nutro alcun sentimento preciso nei confronti della società, di Dio e dell’uomo, ma tanto più intensamente amo la vita, la fede e l’amore…»), che scrive al poeta Vladislav Gippius, da Parigi, «Vivo, qui, una vita assai solitaria e non mi occupo quasi d’altro che di poesia e di musica», e quello che, trent’anni dopo, da Vladivostok, arrestato per «Attività controrivoluzionaria» (didascalia buona per tutti, soprattutto per gli innocenti), riferisce ai familiari, un attimo prima della morte, «Sono sull’orlo dello sfinimento. Sono dimagrito, quasi irriconoscibile», c’è il ritratto, a colpi di mannaia, dell’orrore sovietico.

Leggere l’Epistolario. Lettere a Nadja e agli altri (1917-1938) di Osip Mandel’stam, pubblicato da Giometti&Antonello (pagg. 254, euro 28; a cura di Maria Gatti Racah) – libro dedicato a Danni Antonello, poeta, libraio, anima della casa editrice, morto nel 2017 – fa bene. E tormenta. Con microscopico cinismo, il regime sovietico soffoca il poeta; non lo sfida, colpisce ai lati, con spudorata crudeltà. Al poeta se privo di padrini, padroni e tessere di partito viene sottratto tutto: il lavoro, le scarne amicizie, la dignità. Finché soccombe: si ammazza (Marina Cvetaeva, Majakovskij) o viene arrestato per una franca sciocchezza.

«Quel che succede è indegno e spaventoso. È l’ultima tappa della putrefazione. Viltà, menzogna, piaggeria. Che mi scannino pure, ma io esorto i compagni tutti a salvaguardare il proprio onore e quello della letteratura». Estate 1929. La trappola si stringe intorno a Mandel’stam. Thomas Mayne Reid, scrittore irlandese naturalizzato americano, non vi dice nulla, ora è arso dall’oblio, scriveva di pistoleri e pellerossa (pardon, «nativi»). Mandel’stam traduce un suo romanzo, rimaneggiando traduzioni altrui. L’editore sovietico si dimentica di menzionare gli antichi traduttori. Scatta l’accusa di plagio, la persecuzione. Così, il 13 marzo del 1930, alla moglie: «Cara, è così dura per me, sempre così dura, e ora non trovo le parole per raccontarlo. Mi hanno imbrigliato, mi tengono come in prigione, non c’è luce. Continuo a voler scollare via la menzogna e non ci riesco, continuo a voler lavare via il fango e non si può. C’è forse bisogno di dirti come sia tutto, tutto, tutto delirante, come un atroce, torbido sogno?».

Il regime toglie l’aria al poeta; il poeta viaggia, studia, si ribella. Nel 1933 pubblica Viaggio in Armenia libro meraviglioso, ma giudicato dagli organi burocratici «prosa da lacché» e la Conversazione su Dante. In una manciata di versi ritrae con lirica efficacia il profilo politico di Stalin: «Forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo:/ a chi lo dà nell’inguine, o fra gli occhi, sulla fronte o nel muso.// Ogni morte è una fragola per la sua bocca». Basta questo per il primo arresto e la gita rieducativa a Vorone. Gli amici la Achmatova e Boris Pasternak, di cui si sente devoto allievo: «voi vi prendete cura della vita, e con essa di me, che non vi merito, che vi amo immensamente» lo sostengono economicamente, si fanno carico della sua causa. I più, lo dimenticano, anche il fratello. «Di soldi per me non ne hai. Significa che per te sono superfluo», gli scrive Mandel’stam, al principio del 1937, già ridotto allo stremo («La mia salute è tale che a 45 anni ho conosciuto le delizie degli 85»). Verrà arrestato, in forma definitiva, l’anno dopo, in primavera. Secondo una pia leggenda, il poeta incoraggiava i prigionieri recitando a memoria alcune poesie di Petrarca. In verità, il poeta muore nel fango, al freddo, abbandonato. «La vita è lunga. Com’è lungo e difficile morire da solo, da sola. Possibile che proprio a noi, inseparabili, tocchi questo destino?»: questa lettera, scritta da Nadeda, la fedele e tenace moglie di Mandel’stam, non arriverà mai a destinazione. È esistita un’epoca in cui era consuetudine scrivere lettere d’amore ai morti.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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