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Ma nuit: la recensione

Ma nuit è un film del 2021, diretto da Antoinette Boulat.

Presentato nel 2021 nella sezione Orizzonti di Venezia78, è approdato ora in sala (grazie alla No.Mad Entertainment) Ma nuit, l’opera prima della regista francese Antoinette Boulat, la quale ha alle spalle un’ampia esperienza come casting director, ma si cimenta qua per la prima volta dietro la macchina da presa. Il risultato è un riuscito dramma psicologico di stampo intimista e personale, sempre in bilico fra disperazione e speranza, un film di forte impatto emotivo che trasmette le sensazioni con un tocco e una sensibilità marcatamente francesi – un po’ quel mal de vivre giovanile che era stato ritratto tanti anni fa dalla Nouvelle Vague. La regista è fra gli autori dello script, che ambienta la vicenda quasi interamente durante una notte, a Parigi, e ha come protagonista la diciottenne Marion (Lou Lampros). La ragazza è rimasta segnata dalla morte della sorella Alice, avvenuta alcuni anni prima: dopo un litigio con la madre, Marion esce di casa, vede alcuni amici, e inizia poi un viaggio solitario e notturno lungo le strade della città. Incontra casualmente il giovane Alex (Tom Mercier), che la soccorre dalle insidie di due molestatori, e fra i due ragazzi scatta subito un forte sentimento di empatia e amicizia, per cui vagano insieme senza meta: la notte si rivela per entrambi, e soprattutto per Marion, un’occasione per riflettere sulla vita. Ma nuit è innanzitutto un coming of age delicato e intimista (ma anche molto dark), che scava nei sentimenti e nella psicologia dei personaggi, guardando l’intera vicenda dalla prospettiva di Marion: cioè di colei che è la protagonista assoluta del film, il personaggio intorno a cui ruota tutto, seguita costantemente dalla macchina da presa che focalizza su di lei la maggior parte delle inquadrature.

Perché la maturazione e la (ri)scoperta della vita concernono innanzitutto Marion: mentre Alex, nonostante abbia pochi anni più di lei, le fa da guida, da amico e da fratello maggiore, e non è un caso che fra i due non sia destinato a sbocciare mai l’amore, bensì solo un sincero sentimento di amicizia che sfocia in un tenero e sentito abbraccio. La protagonista vive una situazione emotivamente difficile e segnata dal dolore: l’impossibilità di elaborare il lutto riguardo la morte della sorella e il continuo confronto con i fantasmi del passato. Una condizione accentuata dal comportamento della madre, che fa un po’ come Bette Davis nello psicodramma L’anniversario, cioè continua a riunire annualmente familiari e amici di Alice per continuare a celebrare il compleanno della defunta. La casa dove Marion vive con sua madre è una casa di spettri, dove aleggiano continuamente la morte, la disperazione, il ricordo del passato. Per questo motivo, il viaggio notturno di Marion diventa un viaggio iniziatico alla scoperta di sé stessa e della libertà, e verso la presa di coscienza che un’altra vita è possibile. La ragazza, per usare le sue parole, deve riuscire ad “attraversare la notte”: un’espressione da riferire ovviamente non tanto alla peregrinazione notturna ma al viaggio dentro le ombre della vita (di cui il vagare senza meta assurge a metafora), e alla successiva riemersione alla luce del giorno, quando il percorso interiore è stato compiuto. Il cuore della vicenda, come suggerisce il titolo programmatico, è la notte, per cui Ma nuit è strutturato nell’unità di tempo di una notte, dove accade un po’ di tutto e si incontrano i personaggi più disparati. Marion – una poco nota ma bravissima Lou Lampros, che recita con un’espressione quasi catatonica valorizzata dagli insistiti primi piani – incontra vari personaggi del mondo underground, fra i partecipanti a un rave party e balordi da strada (“vampiri”, vengono definiti), tanto da non essere poi lontani rispetto alle atmosfere notturne, dark e vampiresche di un Jean Rollin.

Eppure, nel film della Boulat non succede niente di particolare, non ci sono colpi di scena o sequenze-madri, e la narrazione (che va di pari passo con lo stile) è minimalista, si muove quasi per sottrazione. Si parlava di un quid, di una sensibilità squisitamente francese: viene in mente per certi versi il primo Leos Carax (quello più asciutto di Boy Meets Girl, e forse non è un caso che la Boulat abbia collaborato in passato proprio con Carax), ma anche la disperazione e il nichilismo giovanili che Robert Bresson aveva ritratto ne Il diavolo probabilmente; un modo di dirigere e narrare fatto di dialoghi che si alternano a lunghi silenzi e a delicate musiche extra-diegetiche, una fotografia neutra e asettica, un unicum registico quasi sperimentale, evidenziato dalla scelta del formato in 4:3. Ci sono sì alcune scene visivamente più marcate – il ballo sfrenato durante il rave, Marion e Alex che si tuffano nel fiume, oppure la Lampros che ascolta con le cuffie i suoni della natura per poi stramazzare a terra, sfinita dall’erba che aveva fumato – eppure in Ma nuit sono i complessi dialoghi a predominare: discorsi filosofici ed esistenzialisti sulla vita, nonsense, o discorsi improntati al nichilismo e a un certo spleen baudelairiano. Antoinette Boulat fa centro, riuscendo ad elevare la storia di Marion e Alex quale metafora di una generazione di giovani inquieti che fanno fatica a trovare il loro equilibrio nel mondo, nonostante la conclusione alla luce del sole lasci acceso un barlume di speranza.

(recensione pubblicata precedentemente su Cinefilia Ritrovata)

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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