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L’ultima bufala sul Quirinale: spunta il governo fotocopia per mandare Draghi al Colle

L’ultima formula magica che viene fatta girare, per rassicurare truppe parlamentari e ministeriali, è quella del «governo Draghi senza Draghi», o «governo fotocopia». Secondo la quale solo una casella cambierebbe (quella di Palazzo Chigi, con il premier che si trasferirebbe al Colle), e tutto il resto rimarrebbe serenamente immobile.

Il problema, a parte il nome del nuovo premier (qui le scuole di pensiero divergono: un «tecnico» come Cartabia o Franco, o un politico come Franceschini, Giorgetti o addirittura Di Maio?), è di sostanza: fotocopia di cosa? Dopo quanto avvenuto prima, durante e dopo il Consiglio dei ministri che ha introdotto – parzialmente – l’obbligo vaccinale, appare piuttosto chiaro che il governo di larghissima unità non c’è già più. La maggioranza si sta disintegrando, tra le ansie meloniane di un Matteo Salvini che anela agli ozi dorati dell’opposizione e l’implosione caotica e farsesca dei Cinque Stelle di (per modo di dire) Giuseppe Conte. Dove non si contano più le giravolte e gli sgambetti a colpi di candidature sempre più improbabili (ieri è stata tirata in ballo persino Liliana Segre, che ha da mesi detto di non volerne sapere).

Dunque, le premesse stesse della permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi si stanno dissolvendo, sotto la spinta delle contrapposte e confuse strategie di sopravvivenza dei fragilissimi partiti di una coalizione sui generis. Rischia così di cadere l’argomentazione principale – in buona o cattiva fede – utilizzata da chi è contrario all’ascesa dell’attuale presidente del Consiglio al Quirinale: «Draghi deve stare al suo posto perché è l’unico a poter tenere insieme questa maggioranza». È infatti assai arduo immaginare che, con Salvini in fuga dalle responsabilità di governo nella speranza di poter fare un anno di campagna elettorale a mani libere, Draghi si presterebbe a fare il premier di una «coalizione Ursula» ostaggio degli umori di un M5s acefalo e in rapida regressione verso le origini novax, populiste e trumpiste.

La variabile (terrorizzante per i Grandi elettori) del voto anticipato può dunque diventare del tutto indipendente dalla candidatura di Draghi al Colle. Secondo Matteo Renzi, unico leader politico a mettere apertamente i piedi nel piatto, è una variabile vagheggiata da diversi capi partito, potenziali sostenitori della candidatura Draghi: Giorgia Meloni, che «ha iniziato il calo nei sondaggi» e ha fretta di far cassa; Giuseppe Conte, consapevole che «Di Maio aspetta solo le amministrative di primavera per fargli le scarpe», e Enrico Letta, che «se non si vota deve fare il congresso e vincere le primarie, esercizio nel quale non ha grande esperienza». Dunque, taglia corto l’ex premier, chi vuol mandare Draghi («che sarebbe un perfetto presidente della Repubblica») al Quirinale, deve iniziare a darsi da fare per tracciare il percorso: «Va costruita non solo una maggioranza presidenziale» per eleggerlo, ma anche «una maggioranza politica per il governo del dopo. E per farlo serve una iniziativa politica, non tweet a caso», dice Renzi (con perfido riferimento alle esternazioni anti-nucleari del leader Pd) al Corriere della Sera. Anche un vecchio navigatore dei corridoi parlamentari come Bruno Tabacci, sottolineando che Silvio Berlusconi «è tornato al centro della scena» e risulterà «decisivo per eleggere il presidente della Repubblica», tira le orecchie ai capi dei principali partiti: «Sono tutti paurosi di fare la prima mossa», dice sollecitando Letta e Salvini a «parlarsi».

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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