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Lo sport perde i tifosi giovani e cambia se stesso così


milano, settembre 2020

Lo sport al tempo dei social

«Aiuto, stiamo perdendo i giovani». Non c’è manager o dirigente di sport nel mondo che negli ultimi tempi, scrutando grafici e tabelle, non abbia lanciato un allarme simile. Il pubblico dei tifosi invecchia. C’è una fetta sempre più grande che non sta più davanti alla tv 90 minuti a guardare una partita di calcio o due ore un Gp di F1, distratto da social, videogiochi, nuove piattaforme. E c’è lo sport che reagisce cambiando (o provando a cambiare, secondo alcuni: stravolgere) se stesso. Qualcuno (il collega Angelo Carotenuto) lo ha chiamato Sportify. Lo sport nell’era social.

Cosa sta succedendo

Negli Stati Uniti è successo prima e le contromisure sono già in atto. Due esempi tra i tanti: l’Nba grazie a un’app piena di contenuti agili è seguita dai ragazzini di tutto il mondo; gli americani di Liberty, appena presa la F1, avevano un’unica priorità in testa: riconquistare i giovani. Riuscendoci in parte: dei nuovi fan acquisiti negli ultimi due anni (2019 e 2018), il 62% ha meno di 35 anni e il 36% meno di 25. Come hanno fatto? Intanto crescendo tantissimo sui social.

Un passo indietro. «I millennials (convenzionalmente chi ha dai 24 ai 39 anni, ndr) non guardano la tv o non hanno abbonamenti alla tv via cavo, è un’audience che dobbiamo recuperare»: parole di qualche anno fa di Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots di football americano. Uno dei primi allarmi lanciati. Il fenomeno è arrivato oggi anche in Europa: l’Eca (l’associazione dei club di calcio europei) ha svolto un’analisi in sette Paesi (Italia esclusa) a tinte ancora più fosche se è vero che il 27 per cento dei millennials intervistati dice testualmente «di non avere alcun interesse per il calcio» e il 13% addirittura di odiarlo. E tra chi è maggiore di 13 anni il 29% dice di aver smesso di seguire il calcio «perché ho di meglio da fare».

In realtà incrociando vari studi non sembra vero che ai ragazzi non interessa più lo sport: non lo guardano (o lo guardano meno) in tv. Nella ricerca Eca alla domanda «perché segui il calcio?», solo il 49% risponde «per tifare». Più della metà sostiene di farlo «per divertirmi», «per socializzare », «per i grandi match ». Se non sono più tifosi in senso classico, sono appassionati — o follower — di uno sportivo o di una squadra, che — sacrilegio — può anche cambiare, sono interessati ai grandi match (quelli combattuti) e vogliono informarsi con contenuti veloci. Seguire lo sport sta diventando sempre di più un’esperienza social, che avviene con un secondo schermo (tv più telefonino) acceso per commentare, consultare app, cercare statistiche in tempo reale. L’idea, in un futuro non tanto remoto, è che anche le immagini della partite arrivino direttamente dai social o dalla app. E qui inizia il futuro.

La concorrenza

La verità è che è anche questa una gara. Una corsa a chi cambia più velocemente, una lotta per conquistare sprazzi di attenzione. Frammenti di tempo. Lo ha detto meglio di tutti il ceo del Liverpool, Peter Moore, al Pais: dal suo punto di vista l’avversario più pericoloso non è il Manchester City di Guardiola, ma Fortnite, il videogioco. Cosa c’entra Fortnite? Sentite: «Entrambi competiamo per il tempo dei giovani, per la loro attenzione. I riti di passaggio di molte generazioni erano legati al giorno in cui tuo padre ti portava alla partita. Andavi al campo, tuo padre ti faceva conoscere la squadra. Non succede più. Non perché i giovani non siano interessati al calcio, ma perché l’offerta è più ampia. Ora possono fare molte altre cose nella vita: possono navigare, possono interagire sui social media. Lo vedi dal successo dei giochi elettronici: un’industria da 240 miliardi di dollari. Non c’è tempo. Questa è la chiave. Competiamo per il tempo. Competiamo per quei periodi in cui possiamo rimanere concentrati su qualcosa. Il bambino moderno vive atomizzato: dieci minuti qui, 15 là. Tutti gli sport affrontano questo problema del pubblico. La NFL (il football americano) offre partite da tre ore e mezza. I fan del futuro si concentreranno davvero su questo?».

La risposta è no, e neanche quelli di oggi. Lo dice lo studio McKinsey/Nielsen, proprio sulla stagione di football 2016/2017: in media il tempo di visione di una partita tra i millenials è sceso a 1h12’, un calo del 6% dei minuti guardati e dell’8% di partite viste. In generale, l’audience dei millennials è sceso del 9%, ma il numero dei millennials che hanno seguito la Nfl è invece aumentato (dal 65% al 67% di tutti gli intervistati). Hanno solo seguito il football in modo diverso. Lo stesso vale «per baseball, basket e hockey. In poche parole — è la conclusione —, non sono calati i numeri complessivi dei fans, ma con così tante opzioni e piattaforme, guardano sezioni più brevi, abbandonando gli eventi minori o i match troppo squilibrati».

Nuove regole

A questo punto, le strade sono due. Cambiare gli sport (tra le proteste dei puristi) oppure cambiare il modo di proporli. Ma non pensate che la prima strada sia così strampalata: ci stanno pensando ed è anche già successo: anni fa il volley ha abolito il cambio palla proprio per accorciare le partite e ora nessuno tornerebbe indietro, il calcio ci aveva provato con il golden gol, ma qui l’esperimento è fallito.

Il vento del cambiamento soffia forte. Patrick Mouratoglou, il coach di Serena Williams, al Corriere ha spiegato come se potesse cambierebbe il tennis, dai punteggi («15, 30, 40… i giovani non li capiscono»), alla durata («Certe partite che si prolungano per ore non hanno più senso. L’attenzione declina»), dai comportamenti dei giocatori («Facciamoli parlare nei microfoni mentre giocano»), alle regole stravolte: nel torneo che ha organizzato, ha introdotto delle specie di carte «imprevisti» del Monopoli. Ma non c’è bisogno di essere così estremi: Judy Murray, la madre di Andy, 61 anni, al Times ha detto che «le partite di cinque set andrebbero abolite. Andrebbero giocate sempre due su tre. Perché i giovani non ce la fanno a guardare tennis per cinque ore di fila».

Durante il lockdown, poi, tutti hanno approfittato della pausa per ripensarsi: in Sudafrica stanno pensando di stravolgere il cricket (tre squadre da 8 giocatori: si chiama 3TC), perché così dura meno, poi si sono accorti che avevano esagerato e hanno accantonato l’idea.

Nella guida a regolamenti e gare pubblicata qualche giorno fa, la Federazione mondiale di atletica prevede che nuovi format di gara possano essere introdotti anche nelle sue due manifestazioni più importanti, «alla ricerca di un pubblico più ampio e più giovane».

Un mese fa il New York Times ha proposto, un po’ provocatoriamente, una serie di possibili cambiamenti per svecchiare gli sport. Per il basket propone di limitare i timeout oppure premiare quei giocatori come Damian Lillard e Stephen Curry che sono diventati marcatori efficienti da oltre nove metri con il tiro da 4 punti. Al calcio ha proposto di passare al tempo effettivo di 60 minuti e al cartellino arancione, via di mezzo tra giallo e rosso, per falli punibili con una espulsione temporanea di 10 minuti come nella pallanuoto. Se in F1 molto è stato fatto per cambiare la fruizione (vedremo sotto), periodicamente si torna a parlare anche di cambiare il format dei weekend di gara, tagliando ulteriormente le poco spettacolari prove libere (un weekend su due giorni sarà sperimentato a Imola), sostituendo una sprint race alle qualifiche (ci si riproverà l’anno prossimo) e ragionando su gare più corte (al momento idea bocciata). Magari due, con la seconda a griglia invertita (gli ultimi partono primi).

I puristi inorridiscono, ma la sintesi migliore la fa Mauro Berruto, ex ct della Nazionale di pallavolo (dalla newsletter Slalom): «Qualunque esperimento è benvenuto, con la consapevolezza che non tutti funzionano. Se oggi proponessimo a mille persone della pallavolo di tornare al cambio palla, forse sarebbero d’accordo in cinque. La riserva indiana. I nostalgici a priori che ci sono sempre. Su dieci idee nuove, otto sono stupidaggini ma due sono interessanti. Non credo che sia casuale tutta l’attenzione del Cio sugli esports e l’apertura verso una loro introduzione ai Giochi olimpici. La bellezza dello sport consiste nell’essere parte del mondo. Se il mondo cambia, cambierà anche lo sport».

Tennis Tante le proposte: dal cambiamento dei punteggi all’abolizione dei cinque set all’idea di fornire i tennisti di microfoni mentre giocano Basket Tra le idee: limitazione dei time-out. Il New York Times propone di introdurre il tiro da quattro Atletica Varie proposte, una nel salto in lungo: i primi cinque salti uguali alla tradizione, l’ultimo riservato ai primi tre che si giocano le medaglie azzerando tutto

Baseball C’è l’idea diridurre il numero di giocatori a disposizione Calcio Sempre il New York Times propone di introdurre il tempo effettivo e l’espulsione a tempo Formula 1 Ridurre il weekend a due giorni, una sprint race al posto della qualifica, accorciare la gara

Le nuove vie

Naturalmente, è più facile la seconda via, cambiare il modo di proporsi. Ancora il ceo del Liverpool: «Stiamo prendendo in considerazione nuovi angoli di riprese tv, qualcosa che avvicini al concetto di visione reale, qualcosa di simile al gioco FIFA di EA. Questo è l’obiettivo. Selezionare i punti di vista con le telecamere che si muovono a 360 gradi e che consentono agli spettatori di interagire e divertirsi. Devi andare a pescare dove ci sono i pesci. Altrimenti, non tirerai fuori i ragazzi dalle loro stanze: preferiranno guardare i loro youtuber preferiti o il Twitch Dream. Preferiranno giocare a Overwatch, Fortnite, a FIFA, Impact Legends».

Ma i giochi non sono solo un concorrente, possono diventare un grande alleato. Oggi sono già una fonte di cultura (ebbene sì) sportiva. I ragazzini conoscono l’Nba o il calcio internazionale non perché passino le notti a vedere partite di basket o di Premier. Ma attraverso i giochi, Pes e Nba 2K, che ti consentono di conoscere skill, dati e statistiche di ogni giocatore. Anche di quelli che non hai mai visto in campo. Vale persino per il passato, perché, per esempio con Nba 2K si può giocare con le squadre e i cestisti di una volta che vengono così conosciuti dai più giovani.

Prossimi passi

La corsa ad attrezzarsi è già partita. La F1 per il terzo anno di fila è l’evento sportivo che è cresciuto di più sui social, con un numero di followers tra Facebook, Twitter, Instagram e Youtube aumentati nel 2019 rispetto all’anno precedente del 32,9% (in tutto sono 24,9 milioni). Anche sul fronte dei diritti tv tutto è destinato a cambiare, e l’ingresso dei fondi in Lega calcio si spiega anche con la necessità di cercare nuove vie. La Ligue 1 sarà trasmessa su Facebook. D’altronde queste sono le aspettative di crescita nelle entrate degli anni futuri secondo PwC.

Cosa chiede il pubblico è abbastanza chiaro: prodotti digitali nuovi, app, highlights personalizzati (es: 5, 10 o 20 minuti della giornata) e condivisibili, un accesso facile alle immagini (indipendentemente dal broadcaster che le trasmette) direttamente dai social, magari con alert che ci avvisano quando succede qualcosa di importante, mentre noi, tifosi sì, ma multitasking o semplicemente più distratti, stiamo facendo dell’altro.

di Arianna Ravelli

Lo sport perde i tifosi giovani: e cambia se stesso così

di Arianna Ravelli

Il pubblico degli sportivi da divano invecchia. I millennials stanno meno davanti alla tv, vogliono contenuti veloci sul telefonino (da commentare). Dal tennis alla F1, lo sport riscrive le sue regole e si offre in modi diversi

Testo: Arianna Ravelli

Design: Giovanni Angeli

Sviluppo: Grafici Corriere Online – Fabio Mascheroni

Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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