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Lezioni a distanza e feste in casa, il governo si spacca

ROMA. Da qui a una settimana è probabile che Giuseppe Conte dovrà rivedere la decisione che fino a ieri sera sembrava destinata a rimanere in sospeso: dare il via libera alla didattica a distanza per i ragazzi delle scuole superiori. Il governo, dopo la riunione finale con i capidelegazione per gli ultimi ritocchi al Dpcm, ha detto di no.

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L’impatto non è del tutto calcolabile e richiede qualche giorno in più di riflessione. Anche perché su questa proposta avanzata da diverse Regioni, che ha anche l’obiettivo di alleggerire il trasporto pubblico locale, non tutti nel governo e fuori sono d’accordo. Non lo è certamente la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, come ha spiegato in una telefonata al presidente del Consiglio, perché sulla scuola in presenza si sta giocando gran parte della sua recente storia politica.

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La didattica a distanza si intreccia all’altra grande questione dello smart working. Tema altrettanto divisivo e spinoso. In linea generale Regioni e Comuni sono d’accordo. Con delle eccezioni. Per esempio, durante la riunione tra il governo e gli enti locali, la sindaca di Roma Virginia Raggi ha chiesto a Conte un aiuto per ristoranti, negozi e alberghi, preoccupata dalle conseguenze di una minore presenza lungo le strade delle città, e del centro della Capitale in particolare, già svuotata dai turisti.

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Per tutta la prima parte della giornata, mentre va a Taranto e poi torna a Roma, il premier viene inseguito dall’accusa di voler introdurre misure liberticide, entrando nella casa degli italiani. Per via delle dichiarazioni di domenica sera del ministro della Salute Roberto Speranza, che si spinge a sostenere un divieto per le feste private. Nel governo non tutti la vedono così. Da Palazzo Chigi sono costretti a smentire che sia allo studio una norma che permetterebbe alle forze di polizia di intervenire direttamente nelle abitazioni, finché in serata arriva la precisazione di Conte: nessun divieto, ma nel decreto ci sarà «una forte raccomandazione» a limitare le feste anche in casa, se i partecipanti saranno superiori a sei. La proposta viene illustrata alle Regioni e ai Comuni, tra i sospiri di sollievo di tanti, e poi discussa con i capidelegazione di maggioranza, dove l’ala più rigorista guidata da Speranza e Franceschini si trova di fronte ai dubbi sollevati dal Quirinale e dall’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi sul fatto che un simile divieto comporta un alto rischio di incostituzionalità.

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Il nodo dei trasporti pubblici

Il premier si presenta alla videoconferenza con gli enti locali con il testo del Dpcm sul tavolo e lo legge ad alta voce: di fronte a lui, oltre ai ministri Francesco Boccia e Speranza (quest’ultimo in collegamento), ci sono tre governatori – il presidente delle Regioni Stefano Bonaccini, il lombardo Attilio Fontana e il siciliano Musumeci e tre sindaci, Virginia Raggi, Antonio Decaro, presidente dell’Associazione dei comuni, e il suo vice Roberto Pella. Dopo due ore, il presidente del Consiglio trova una mediazione.

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Tutti d’accordo su test rapidi e tamponi unici. Tutti contenti per la conferma dei protocolli vigenti sugli spettacoli. Sulla ristorazione, secondo i governatori va bene limitare gli orari, ma aumentando molto i controlli. Allo stesso modo chiedono un ristoro per le attività più colpite dalla chiusura anticipata alle 24: discoteche e locali da ballo. Il documento, dopo il lavoro di ricucitura del titolare degli Affari regionali Boccia, recepisce poi alcune proposte delle Regioni. È salvo lo sport dilettantistico, non quello amatoriale. Nessun divieto, cioè, per le associazioni organizzate che hanno già adottato protocolli anti-covid.

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Resta il nodo delle lezioni online e del trasporto pubblico locale. Bonaccini se ne fa portavoce senza aderire troppo alla proposta. Si tratta di una soluzione che riguarderebbe i ragazzi delle ultime classi dei licei, con varie controindicazioni di carattere sociale e logistico. E se la Campania ed altre Regioni del sud e nord come Lombardia e Liguria caldeggiano questa scelta è perché le aziende del trasporto pubblico locale faticano a moltiplicare la flotta e solo con le lezioni a casa per i ragazzi si potrebbe far scendere la capienza dall’80 al 50% su bus e metro. Anche se altri, per esempio Decaro, ritengono sia meglio differenziare gli orari scolastici o aumentare i mezzi pubblici. Insomma, il Tpl, come previsto, è un’altra miccia pronta ad accendersi. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ne discuterà in un vertice ad hoc con governatori e sindaci convocato per mercoledì.

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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