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Laura Gatti, l’agronoma del Bosco Verticale: «Il futuro? Integrare tetti verdi e rinnovabili»

Edilizia green, intervista all’agronoma del Bosco Verticale – iO Donna

11 Settembre 2022

Tetti d’erba, grattacieli alberati, giardini pensili, edilizia green. Per gli scettici, più che il futuro, certe architetture sono greenwashing, ecologia di facciata. Ma è davvero così? Davvero la pelliccia verde è l’oppio delle città, come ha detto l’archistar Rudy Ricciotti? Laura Gatti, agronoma, è di tutt’altro parere. «Queste soluzioni sono un’opportunità in più. Non negano tutto il resto, per cui continuo a lavorare e a combattere. Costruire in altezza è una misura di densificazione, d’accordo, ma è anche questione di densità percepita: a parità di volumetria, un edificio di edilizia green, dove il verde è ben bilanciato non ti schiaccia».

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Edilizia green, dal Bosco verticale di Milano a Nanchino

Esperta di parchi e paesaggi, un grande amore per gli alberi («Una volta ho fatto un calcolo, solo in un anno ne ho piantati seimilaottocento, forse compenso il mio impatto sul pianeta»), socia fondatrice della Società Italiana di Arboricoltura, di cui è stata la prima presidentessa, Gatti da una quindicina d’anni si è specializzata nel verde integrato agli edifici.

Bosco Verticale, le torri alberate di Boeri Studio a Porta Nuova, icone di una Milano da vertigine ora esportate anche in Cina: Nanchino è in fase di piantumazione, mentre la “Vertical Forest” di Huanggang, non lontano da Wuhan, comincia adesso a essere abitata. Lì le piante sono state issate fino a un’altezza di circa centosettanta metri.

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«Il tetto vegetale, in pratica, si ripaga da solo»

Edilizia green non è greenwashing, dicevamo.
«Non direi, queste soluzioni hanno benefici innegabili e non solo per l’edificio in sé o per chi ci abita. A una certa scala l’impatto si traduce sulla città. Nel Bosco Verticale di Milano, sulle porzioni di facciata all’ombra della vegetazione, d’estate la temperatura è di circa trenta gradi. In pieno sole sono sessantacinque, una differenza notevole. Metropoli come Melbourne, Parigi, la stessa New York stanno implementando strategie di questo tipo per ridurre l’effetto isola di calore. Coperture vegetali soprattutto.

Continuiamo a pensare che il verde sia un costo, da noi c’è ancora questo genere di ritrosia, ma andrebbe visto come un investimento. Chi fa il mio lavoro lo sa bene. Un tetto vegetale permette di abbattere i costi di climatizzazione, in pratica si ripaga da solo. Poi c’è il tema della gestione delle acque. Nel nuovo parco pubblico di Porta Vittoria, a Milano, 30mila metri quadrati, con l’impiego di soluzioni basate sulla natura come giardini della pioggia, trincee vegetate e aree di biodetenzione abbiamo evitato di costruire cisterne in cemento e sistemi di pompaggio per il rilascio graduale delle acque piovane nella rete fognaria. Un risparmio non indifferente».

Laura Gatti, agronoma del Bosco Verticale (ufficio stampa)

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I pannelli solari e l’edilizia green

La prossima sfida dell’edilizia green qual è?
«L’integrazione del verde con le fonti rinnovabili, un passaggio obbligato verso l’efficientamento energetico. Lo stiamo già facendo nel nuovo Milano Innovation District , MIND, nell’area ex Expo, dove le coperture verdi saranno associate al fotovoltaico. Invece nella torre “Botanica” che sorgerà a Porta Nuova, la sorellina del Bosco Verticale, installeremo per la prima volta i pannelli a energia solare in facciata. Finora erano considerati incompatibili con la vegetazione».

Oltre che all’ambiente, il verde fa bene a noi.
«Sì, è fondamentale per il nostro benessere psicofisico. La psicologia ambientale lo dice dagli anni Settanta, quando si è iniziato a parlare di biofilia come della necessità, per l’uomo, di stare a contatto con l’elemento naturale. Gli studi dimostrano che bastano dieci, quindici minuti al giorno per registrare un miglioramento dell’umore. Nei giardini terapeutici, il verde diventa elemento di cura per chi soffre di patologie come l’Alzheimer o vive situazioni di disagio».

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L’edilizia green aumenta il benessere di chi li abita

Dicono che aumenti anche la produttività.
«Sicuramente migliora il comfort ambientale, motivo in più per introdurlo anche nei luoghi di lavoro. Vogliamo costruire edifici di super efficienti ma spesso tendiamo a sottovalutare il benessere di chi ci lavora. E questo ha un costo. Bisognerebbe investire anche sulla felicità dei dipendenti, o quantomeno sul loro non disagio. In Lussemburgo, sempre con Stefano Boeri, stiamo lavorando per creare sistemi di coltivazione idroponica in edifici a uso ufficio. Oltre a migliorare la qualità dell’ambiente, è un modo per favorire la socialità».

E l’insalata non te le devi portare da casa…
«Sì, i dipendenti potranno raccogliere quello di cui hanno bisogno».

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Torniamo alle residenze. Ad Eindhoven, in Olanda, il vostro Bosco Verticale, la Trudo Tower, è adibito a case popolari.
«Sì, è una forma di social housing all’olandese. Gli occupanti sono prevalentemente giovani e il canone d’affitto è intorno ai seicento euro al mese. Boeri ha studiato una tecnica di prefabbricazione delle vasche che ha consentito di realizzare l’intervento di edilizia green in tempi brevi, un anno se non ricordo male, pur con tutte le difficoltà del 2020, abbattendo i costi. Gli studi per mettere in sicurezza il verde c’erano già, li avevamo fatti per Milano, andavano solo adattati. Oltre agli alberi, in quel caso sui terrazzi abbiamo messo piante che si possono usare per fare degli infusi. E anche le fragole».

Il bosco di Huanggang, in Cina

Ha già avuto qualche riscontro?
«Una ragazza di origini iraniane mi ha scritto per chiedermi che albero fosse il suo. Le ho detto che è una Parrotia Persica, che viene dal Medio Oriente, e si è emozionata quasi fino alle lacrime. Quando si dice che è importante stabilire un rapporto con la natura, che molti forse hanno perso, s’intende anche questo».

Le piante hanno bisogno di tanta acqua. E in tempi di siccità ci invitano a non sprecarla.
«Le piante non consumano l’acqua. La utilizzano e ce la restituiscono con un sacco di benefici, tra cui appunto l’abbattimento dell’isola di calore. Certo, tirarla fuori da terra e distribuirla ha un costo, ma è una questione di responsabilità. Sono stata recentemente a Vienna, anche lì si sta sperimentando un caldo eccezionale. Ai piedi di tutti gli alberi più giovani sono stati messi sacchi pieni d’acqua, si chiamano Tree gator, che ne assicurano la sopravvivenza».

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A Milano, quest’estate, un gruppo di cittadini si è mobilitato con taniche e innaffiatoi per salvare le giovani piante, comprese quelle messe a dimora dal progetto ForestaMi.
«Non dovrebbe essere necessario, specialmente a Milano: lo sappiamo tutti che noi abbiamo semmai un problema di falda acquifera eccessivamente alta. Se vogliamo adeguarci al climate change non c’è tempo da perdere, nella gestione del verde non ci possiamo permettere errori, né battute di arresto, né piante che continuano a morire. Perché l’albero non è un suicida. Muore se lo maltrattiamo, o non lo facciamo crescere come lui sa».

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Fonte: iodonna.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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