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L’attività fisica è un diritto come è un diritto lo studio

La scelta di fermare lo sport per ragazze e ragazzi è immotivata e rispecchia la concezione italiana dell’attività fisica, ancora considerata accessoria. Andrebbero applicate le medesime regole di quelle scolastiche

La cosa più facile quasi mai è quella giusta. Sospendere l’attività sportiva di ragazze e ragazzi è, allo stato dei fatti, un errore. Non esistono dati che motivino la scelta. Non c’è un’esplosione di focolai sui campi di calcio, nelle palestre o nelle piscine. Ci sono invece i protocolli, che vanno applicati, e laddove non lo fossero vanno chiusi quei centri sportivi. Non tutti. In questa difficile stagione di convivenza con il virus, serve equilibrio nelle scelte. Togliere lo sport a bambini e adolescenti significa scaricare sulle famiglie un altro peso difficile che s’aggiunge ai tanti che già sopportano. Senza peraltro diminuire i rischi di contagi, anzi innalzandoli. È più rischioso mandare un bambino a giocare a calcio in una struttura protetta dove si osservano i protocolli sanitari, oppure lasciare che giochi in una piazza con gli amici? Spadafora ha difeso il diritto allo sport dei cittadini più giovani esattamente come Azzolina ha difeso il diritto allo studio. Ha ottenuto un ascolto parziale dai suoi colleghi per varie ragioni. La prima, come detto, è la facilità della scelta: chi si opporrà mai alla chiusura di palestre, piscine, campi di gioco? Non hanno sindacati, non sono organizzati, non hanno una voce unica che in questo caso protesti. Ma c’è un’altra ragione, più profonda. L’Italia è ultima in Europa nella classifica dell’avviamento allo sport, perché nella nostra cultura l’attività fisica è ancora considerata accessoria, in qualche caso perfino inutile. Non stiamo a spiegare qui quanto sia sbagliata. Pensiamo anche che sia largamente superata, ma qualche volta viene il sospetto che invece sopravviva. «Senza l’attività fisica il carattere si guasta». Non l’ha detto un campione in astinenza da allenamento ma, pensa te, Tolstoj.

Federica Pellegrini dopo il video in cui annunciava in lacrime di avere il Covid è stata presa di mira e attaccata sui social. Un campione non piange, è un pessimo esempio, queste suppergiù le critiche ricorrenti. L’episodio sottolinea quanto sia sportivamente maleducato il nostro Paese. La Pellegrini rappresenta l’Italia quando nuota in una piscina per un titolo mondiale o un oro olimpico. Lo fa in una disciplina praticata in tutti i continenti e in tutti i grandi Paesi: Stati Uniti, Russia, Cina, Australia. Gli ori in un medagliere sono uguali, ma nella considerazione generale no. Federica è una grandissima dello sport, non solo italiano. Se ha pianto è perché questa sarà la sua ultima stagione: ha dovuto ricominciare gli allenamenti dopo lo spostamento dei Giochi di Tokyo, fermarsi ora per il virus è un problema. Non bisogna aver disputato una finale olimpica per capirlo e quindi tacere, basterebbe attenersi a una regola semplice: difendere chi almeno una volta ha illuminato con il proprio lavoro il nostro Paese. Pellegrini c’è riuscita più di una volta.

In Europa il calcio è ancora lontano dal dire la verità. Troppo strana la stagione passata per come si è consumata, troppo strana quella che è ricominciata. Il Liverpool prende 7 gol dall’Aston Villa, Real e Barcellona faticano, perfino il Psg non è in testa nel suo campionato. Da noi le candidate allo scudetto Juve e Inter sono in linea con questo sorprendente inizio. Non credo durerà, il calendario incessante farà la differenza, alla lunga, tra chi ha più risorse tecniche e chi ne ha meno. La Juve con Chiesa e Kulusevski è più forte dell’anno scorso. L’Inter ha il centravanti migliore, Lukaku. Sarà fondamentale avere pazienza. Tutti gli allenatori stanno facendo rodaggio giocando. E nei rodaggi si sbaglia.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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