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La violenza in Texas e quella che minaccia noi

Dalla guerra in Ucraina alla strage in Texas. Violenze e stragi inimmaginabili e impensabili fino a poco tempo fa. Eppure accadono e più vicino a noi di quanto immaginiamo.

Ma quanto vicino? La domanda che giace latente ogni volta che affrontiamo questi argomenti non ha una risposta univoca né semplice. Ha bisogno di una riflessione complessa che abbiamo chiesto a Domenico Barrilà, analista adleriano, uno dei massimi psicoterapeuti italiani.

Come si può capire un fenomeno, quello delle stragi, che negli Stati Uniti sembra essere uscito dall’ambito dell’eccezionalità divenendo un’emergenza costante, inquietante e dagli sviluppi incerti?. Mi riferisco in particolare ai fatti di Uvalde, nel Texas, e alla scia di sangue innocente che ne è scaturita, ma soprattutto ai possibili legami con la nostra situazione, presente e futura. Questo morbo può infettare anche il nostro paese?

Ciò che accade negli Stati Uniti ci interpella da vicino. Diversi anni fa sembrava che il disfacimento della famiglia, in atto in quel Paese, non ci avrebbe mai sfiorato, ma il contagio è arrivato presto. L’Oceano non è poi così grande, quanto rimaneva dei possibili gradi di separazione è stato annullato grazie ai voli low cost e, soprattutto, alle nuove tecnologie. Le inquietudini che vivono oltre l’Atlantico erano già prevedibili oltre mezzo secolo fa.

 

Quali sono stati gli effetti di quelle svolte sulle giovani generazioni americane?

Pensi a quante decine di milioni di ragazzi ogni anno negli Stati Uniti, sono passati in questi anni da una famiglia all’altra, una migrazione costante e traumatica, subendo pesanti jet lag esistenziali. Non è facile riadattarsi a un nuovo genitore e ai figli di questo, stabilire un feeling con un ambiente estraneo. Bambini e ragazzi sono stati costretti a sopportare fratture familiari poi divenute fratture interiori. Dietro le sparatorie che si sono susseguite in questi anni negli Usa, ci sono ingredienti che arrivano da quel brodo di coltura. La situazione nel nostro Paese, oramai non è molto diversa, speriamo non lo siano anche le conseguenze.

Lei stesso più volte aveva scritto che la famiglia in questi anni è stata sottoposta a uno stress progressivo e incessante. Come avremmo dovuto reagire?

Sarebbe stato necessario attrezzare il modello di welfare e aiutare la famiglia, introducendo nel gioco le migliori competenze, perché i nuclei familiari, quali che sia la loro forma giuridica e gli orientamenti presenti al loro interno, rappresentano l’officina del presente e del futuro. Invece, ci troviamo di fronte una significativa fetta del fronte politico il cui unico problema è quello di invocare una famiglia tradizionale, come se il tutto fosse statico e immutabile. Purtroppo per costoro, il mondo non sta mai fermo, in barba a chi vorrebbe soffocarlo di lacca, dimenticando che non si può fare ideologia sulla vita dei bambini, a prescindere da come arrivano al mondo. Ci sono e vanno amati, il resto è pura crudeltà. Le famiglie non si divertono cercando di infilarsi volontariamente in una crisi, la politica non deve giudicare, deve amare l’esistente, possibilmente con competenza.

Negli Stati Uniti, da tempo, è difficile trovare coppie che arrivano a destinazione.

Il divorzio è un diritto cui dobbiamo la liberazione di tantissimi individui, incastrati in situazioni difficili o impossibili, il punto è che per i figli la questione è più delicata. Anni fa vedevo un ragazzo che, a seguito dell’improvvisa separazione dei genitori, aveva compiuto un gesto autolesivo. Quando lo incontrai per la prima volta gli chiesi come mai la separazione dei genitori l’avesse spinto a farsi del male. “Fu un trauma terribile, come se si fosse rotto un ordine naturale”. Rileggo 25 anni dopo quell’espressione “ordine naturale” e misuro l’entità delle ferite di quella creatura.

Quale può essere il rimedio, visto che la realtà cammina in una certa direzione?

Quando la società cambia bisogna affiancare i soggetti deboli, che si dovranno misurare coi riflessi dei cambiamenti. Non parlo solo dei bambini. Le madri separate e i padri separati devono avere aiuti concreti dalla collettività, sarebbe nell’interesse di tutti, un nucleo che si sfalda, se non sostenuto, semina tossine nella collettività.

Anche la violenza, dunque, potrebbe attraversare l’Oceano e scuotere la nostra società?

Lo sta già facendo da un pezzo, forse in un modo meno militaresco, questo era prevedibile, ma il vero problema è l’assenza di una cultura capace di preparare contromisure adeguate. Nel nostro Paese i ministeri del Welfare e della Scuola sono assegnati come contentini, salvo eccezioni, a personaggi minori, ma in realtà dovrebbero rappresentare il cuore di ogni azione di governo, perché è in quegli ambiti che si creano le premesse del futuro e, soprattutto, si disinnesca il risentimento sociale da cui nasce la violenza. Tutti abbiamo visto la foto del ragazzo che rincorre il rivale col machete in mano, a Torino, il processo per l’uccisione selvaggia di Willy si sta svolgendo in questi giorni. Se vogliamo iniziare l’elencazione delle violenze quotidiane, non finiamo più, ma bisogna avere chiaro che chi si sente ai margini non salvaguarda il gruppo sociale, mi pare anche logico, non avendo nessun interesse a tutelare un meccanismo che lo emargina.

Cosa intende quando parla di assenza di risposte dovute alla mancanza di cultura?

Che abbiamo un problema di attori in ambiti cruciali per la vita del Paese. Prendiamo la scuola. Tre anni fa sono stato ospite di un convegno. Dopo la mia relazione è intervenuto il ministro dell’istruzione di allora. “Mi fa piacere che stamattina si sia parlato di bambini e di ragazzi, sono ministro da nove mesi è credo di avere passato tutto il mio tempo in riunioni sindacali”. In quell’affermazione ci sono il dramma del presente e le prospettive nefaste del domani, se non cambiamo musica e parole. Per molti la scuola è un luogo che offre lavoro e tessere, ma non dobbiamo dimenticare che esiste per formare i cittadini del futuro, non è un ufficio di collocamento, ogni figura che vi lavora dovrebbe essere consapevole del ruolo pedagogico che svolge, anche quando raccoglie una cicca per terra. Per fortuna la scuola è abitata anche da molte persone che non molleranno la presa, continuando a dare il meglio di sé.

Cosa manca alla scuola per tornare a essere in grado di formare le nuove generazioni?

Intanto un vero supporto da parte delle istituzioni, che si limitano a inondarla di carte o di banchi a rotelle, poi serve una ripresa di passione per la materia prima, bambini e ragazzi. La formazione punta soprattutto a fornire agli insegnanti metodologie didattiche, questo può andare bene, ma è una risposta tecnica ai bisogni degli adulti, non basta. Occorre imparare a capire dove portano le linee di movimento di chi a scuola va per imparare, se non si capisce come si è costruita e come funziona quella persona, si tirerà a indovinare oppure si interverrà sulla scorta di convinzioni ideologiche personali. Bisogna tornare a studiare la personalità dei figli delle nuove generazioni, che non sono gli stessi di mezzo secolo fa e si formano in ambienti infiltrati di virtualità.

Dopo i fatti di Uvalde si è molto parlato della lobby delle armi. Pensa sia questo il problema?

Anche. Tuttavia, la lobby delle armi favorisce la violenza ma non inventa la violenza, le fornisce i micidiali strumenti espressivi, che non è poco. Di sicuro è un faldone da affrontare con decisione, ma ci sono ostacoli sociologici e psicologici enormi, non credo l’America ne verrà a capo, almeno nel breve periodo. C’è un impianto culturale darwiniano, davvero micidiale, che arriva da lontano, popolato di agenzie abilissime a solleticare gli istinti territoriali degli esseri umani. Un gigantesco teatro in cui vanno in scena interessi economici senza misura, che rendono la violenza un business molto appetibile.

Recentemente, in un’intervista, lei sottolineava l’inutilità di certe esortazioni alla ragionevolezza, anche da parte di Papa Francesco, sostenendo che occorre assumersi la responsabilità di andare in fondo ai fenomeni.

Esortare non cambia mai le cose, la mafia non si è lasciata influenzare dal famoso “convertitevi” di Giovanni Paolo II. Sarebbe meglio se qualcuno ricordasse ai cattolici americani che se uno prende la comunione e compra un’arma è in contraddizione, che deve rinunciare all’arma o alla comunione, poiché le due cose insieme non possono stare. La violenza è saldamente impiantata dentro l’uomo, è figlia di tanti padri, di tante cause, ognuno deve lavorare perché cessino le precondizioni che la generano.

Il ragazzo responsabile della strage di Uvalde, sembra una persona difficile.

Appunto, una persona emarginata, a scuola andava di rado e di certo non aveva una grande rapporto coi compagni, pare che tutti sapessero della sua problematicità. Una persona infelice, impossibilità ad annidarsi nel mondo, con una famiglia distrutta alle spalle, consumata dalla certezza di non potere mai trovare uno spazio in questo mondo, troverà logico annientare ciò che lo respinge. Per fortuna non succede a tutti coloro che si sentono ai margini, ma ne basta uno per creare infelicità collettiva.

Ci piacerebbe sapere se esistono indizi che anticipano questi drammi?.

Lo stile di vita dell’individuo può essere un libro aperto, ma occorre una voglia sincera di osservare, riflettere, decidere. L’indizio principale è la qualità della vita sociale degli individui, se una persona non lega con i propri simili, se è solitaria, se coltiva pensieri antisociali o violenti, se scrive sul proprio profilo personale cose strampalate che fanno pensare a un retroterra aggressivo, se manifesta simpatie verso eroi negativi o esalta l’uso delle armi. In tutti questi casi, tenere desta l’attenzione è d’obbligo.

Anche l’ambiente sociale teatro della strage forse andrebbe indagato?

Scorrendo i filmati andati in onda nelle ore successive alla tragedia, sono rimasto molto colpito dall’aspetto fisico delle persone, quasi tutte profondamente sovrappeso, anche tra i giovani la tendenza è forte, segno di qualcosa che non gira nei sistemi familiari e sociali. Dietro stazze di quel genere non mancano i problemi psicologici ma sono immaginabili anche ricadute di tipo medico, a cominciare dal diabete. Con un sistema sanitario quasi interamente privato e costosissimo, mi domando chi si prende cura di quelle persone e mi chiedo anche se vogliamo risolvere il problema con le esortazioni di cui si diceva. È facile dire a una persona che mangiare troppo e in modo disordinato fa male, che non bisogna bere alcolici né fare uso di droga, che il gioco d’azzardo è dannoso, che usare troppo il telefonino o darlo troppo presto ai ragazzini non è giusto, ma questo possono farlo i predicatori non i professionisti. Occorre “stare” con le persone, e questo è compito delle istituzioni e dei servizi pubblici, a cui i professionisti devono fornire solide competenze Quando si salta questo passaggio, quando si decide di rinunciare alla prevenzione su larga scala del disagio della persona, si finirà per spendere molto di più in danaro e in vite umane. Questo dice Uvalde, questo dicono tutte le stragi che l’hanno preceduto e che, di sicuro, seguiranno.

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/

Fonte: tg24.sky.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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