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“La priorità è battere i fascisti”. Mugugni e consensi, cosa succede nel Pd

Il ‘campo largo‘ stenta a decollare, ma intanto il Pd è in subbuglio per le “new entry” che dovrebbero essere accolte nelle proprie liste.

A fine settembre saranno eletti 345 parlamentari in meno rispetto al 2018 e le aperture fatte dal segretario Enrico Letta nei confronti di Di Maio, Bonelli e Fratoianni, non sono piaciute ai deputati e ai senatori che ambiscono a entrare nelle stanze del potere. Il Pd, attraverso il percorso delle Agorà Democratiche, ha già riservato alcuni posti a esponenti del partito del ministro della Salute Roberto Speranza, Articolo Uno, ai cattolici di Demos che fanno riferimento alla Comunità di Sant’Egidio e ai socialisti di Enzo Maraio e Riccardo Nencini. Ma non solo.

I malumori per la candidatura di Luigi Di Maio

La figura di Luigi Di Maio viene vista come un corpo estraneo al Pd. La base elettorale dei democratici è in subbuglio di fronte alla possibilità che il leader di Impegno Civico possa eletto sotto le insegne del Pd. Al ministro degli Esteri, evidentemente, non è ancora stato perdonato l’appellativo ‘partito di Bibbiano’ che nell’estate del 2019 affibiò al Pd, con cui si alleò solo poche settimane dopo. Alcuni deputati dem storcono il naso o preferiscono non commentare l’idea di trovarsi in lista accanto a colui che, da vicepremier del governo gialloverde, avvallò i Decreti Sicurezza. Altri, invece, sempre a taccuini chiusi, ammettono che l’idea di avere come alleati due ex ministre di Forza Italia come Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, non sia dissimile dalle aperture che Matteo Renzi, in qualità di segretario del Pd, fece verso i moderati.

Il precedente ‘scomodo’ di Matteo Renzi

All’epoca, però, come spiega a ilGiornale.it la renziana Raffaella Paita, la sinistra Pd insorse sostenendo che Renzi volesse portare il Pd a destra: “In Liguria, proprio per quel motivo la parte di pd vicina a Orlando, alle primarie, candidò Cofferati contro di me”, ricorda la deputata di Italia Viva che agggiunge: “Poi, quando ho vinto con largo scarto, una parte di Pd ha sostenuto un altro candidato alla regione (Pastorino) facendomi perdere contro Toti”. Gli esponenti della sinistra Pd, alcuni dei quali come Roberto Speranza, oggi si ritrovano dentro la lista Pd- Democratici e progressisti e non battono ciglio di fronte all’alleanza con un partito, quello di Calenda, che ospiterà nelle sue liste due personalità che hanno fatto parte di Forza Italia per vent’anni. Nel recente passato, invece, “dicevano che, coinvolgendo elettori delusi dalla destra, si correva il rischio di snaturare l’identità del Pd.”, dice ancora la Paita che attacca: “Ora , gli stessi, vanno fieri di dare il seggio a Di Maio quello che li definiva il partito di Bibbiano. Che posso devo dire? Si chiama trasformismo”.

Il suo collega di partito, Gennaro Migliore, invece, nota una differenza sostanziale tra le ere politiche: “Renzi aveva un progetto politico che era quello di far diventare il Pd la forza democratica più importante d’Europa, ma questo creava un conflitto con ‘la ditta’ che si sentiva esautorata di un potere decisionale che considerava quasi come un diritto ereditario tant’è vero che i maggiori scontri che ha avuto Renzi sono stati dentro il partito”. Oggi, invece, il Pd, secondo Migliore, “è alla ricerca di un posizionamento elettorale, ma non ha alcun progetto politico solido”, dato che pare voglia abbandonare l’Agenda Draghi in nome dell’alleanza con Bonelli e Fratoianni che sono sempre stati all’apposizione del governo uscente . Ma non solo “Il Pd – accusa il renziano Migliore – ha inglobato una figura come quella di Di Maio che deve essere ridotto a una sorta di figurina all’interno del partito e ‘la ditta’ non viene messa in discussione”.

Calenda, Gelmini e Carfagna in funzione anti-fascista

Articolo Uno preferisce non commentare ufficialmente, ma, a taccuini chiusi, la linea politica da seguire è molto semplice: “Pur di battere i fascisti di Salvini e Meloni, ben vengano anche Gelmini e Carfagna”. Anche in casa Pd la sensazione è esattamente questa e, quindi, pazienza se un 30% di collegi sarà destinato ad Azione/+Europa. Quello di Carlo Calenda, d’altronde, viene ritenuto come un ‘rientro alla base’ di una personalità che è stata eletta a Bruxelles col Pd e che è stato persino ministro in un governo di centrosinistra. “Per me la sinistra è riformismo. Votare sì al referendum costituzionale, così come chiedeva Renzi, è di sinistra. Fare l’alleanza con Calenda è riformismo, mentre non è riformismo allearsi con chi sta dalla parte di Putin”, dice la dem Enza Bruno Bossio che, in questo momento, individua una sola priorità: “fare un’alleanza quanto più possibile larga contro la destra di Meloni e Salvini”.

Il resto è contraddizione secondaria, come diceva Mao”, sentenzia la deputata calabrese, convinta che “nell’alleanza dovrebbero starci tutti: da Calenda a Fratoianni e, persino, Renzi”. Nessuna preclusione sulla Gelmini e la Carfagna nemmeno dal senatore Andrea Marcucci che dice: “Non condividevo allora le critiche a Renzi, che per la cronaca non fece accordi di governo con la destra, ma un patto per le riforme con Forza Italia. E non condivido le critiche oggi al segretario Letta che cerca giustamente di fare un’alleanza elettorale, con chi è più vicino al Pd”. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova anche il senatore Dario Stefano che nute “grande rispetto per le ministre ex di Forza Italia, che hanno assunto da tempo una posizione politica molto compatibile con noi, ed hanno dimostrato anche grande coraggio”.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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