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La lezione di Mario Fossati, il giornalismo tecnico al servizio dello sport

MILANO — Oggi Mario Fossati, giornalista tra i più grandi, avrebbe compiuto cent’anni. È scomparso a novantuno, nel dicembre 2013, e Gianni Mura lo ricordava così: “Nel giornalismo sportivo ha avuto l’impatto del cinema neorealista sui telefoni bianchi, è stato Ungaretti che invade il campo di D’Annunzio: uno stile asciutto, essenziale, che va dritto al cuore. Ed era onesto, di un’onestà a prova di tutto”. L’ultimo loro incontro era stato un paio di mesi prima. In cravatta e gilet, Mario leggeva i suoi giornali appoggiati sul tavolo del tinello – Repubblica, Gazzetta dello Sport, Giorno, Unità – quando la visita inattesa disegnò negli occhi azzurri un lampo di emozione: “Siete brava gente”, disse, mentre Gianni gli porgeva impacciato il pacchetto con le paste.

I luoghi di Mario Fossati

Dello sport Mario il finto burbero era un’enciclopedia vivente. Quel giorno nell’appartamento milanese vicino ai suoi luoghi simbolo – il velodromo Vigorelli, l’ippodromo e lo stadio di San Siro, l’Arena intitolata al fraterno amico Gianni Brera – era parso fragile e smarrito. Non si sentivano più la voce gentile della moglie, la signora Nelia, e il canto del canarino in cucina, mentre lei preparava il caffè. La tivù era sintonizzata sulle corse di ippica. E alla parete era appeso il quadro di Anselmo Bucci, pittore, rivale a Parigi di Modigliani e illustre zio del futuro giornalista: una radura, una famigliola in gita, un bambino. “Mario, quello sei tu?”. “Sì: la povertà è stupida, non serve a niente”. L’associazione gli veniva immediata.

La vita di Mario Fossati e la passione per i cavalli

Era stato un bambino molto povero a Monza, figlio di Anna maestra di scuola e Luigi sindacalista cattolico e antifascista militante. Aveva scontato con le due sorelle e i tre fratelli le rappresaglie economiche del regime: “C’erano solo tre divertimenti: ammirare la ricchezza altrui, guardare le locomotive del deposito di Milano-Greco, entrare nel parco di Monza”. Dove s’innamorò dell’ippica, grazie al compagno di classe figlio di uno stalliere di Mirabello, dove venivano pensionati i purosangue. I cavalli sarebbero riapparsi drammaticamente. Fossati, dato per disperso in Russia nel ’43 con tanto di certificato recapitato ai genitori, dopo l’avventuroso ritorno si nascondeva di giorno a San Siro, zona quasi franca grazie alla passione di un gerarca nazista per le corse. Il certificato Mario lo teneva chiuso in un cassetto, con la sua storia di fante ventenne scampato alla sacca del Don, unico tra i quattordici amici dell’osteria Robbiati partiti per il massacro, che uccise col gelo o con le armi novantamila giovani.

I giornali di Mario Fossati

“Venendo dallo sbaraglio, niente poteva più farmi paura”. Nel ’45 approdò da apprendista alla sezione ciclismo della Gazzetta dello sport, squattrinato come il quasi coetaneo Gianni Brera. Il quale poi, diventato direttore, lo avrebbe spedito a seguire Fausto Coppi nei velodromi del Nord Europa. Le tre tappe di una carriera assai longeva (1945-2010) assurgono a percorso esemplare. La Gazzetta, nel dopoguerra, contribuì all’alfabetizzazione popolare attraverso le imprese dei campioni. Nel Giorno di Mattei, ispirato al modello anglosassone, la narrazione incentrata sulla competenza tecnica spezzò una tradizione ingessata e retorica. Nella Repubblica di Scalfari, inizialmente priva di pagine sportive, l’ingaggio di Brera, Fossati e Gianni Clerici introdusse la vocazione letteraria. E Fossati, senza abbandonare la cronaca, vi coltivò un registro inedito, lui che ha scritto un solo libro, sul Tour 1952 di Coppi: diventò storico e sociologo dello sport. Forgiò pezzi memorabili, frutto della conoscenza con personaggi cardine della storia stessa del Paese: Coppi, Bartali, Bonatti, Meazza, Carnera. Anche la fase finale, con la rubrica di ippica e la difesa dei posti di lavoro del settore, confermò una rara sensibilità. Oggi avrebbe risposto agli auguri con un fugace grazie. Poi si sarebbe congedato con la frase classica: “Ricordati: il giornalista è quello che scrive la verità”.

Fonte: repubblica.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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