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Kherson, il consigliere di Zelensky: «Non crediamo alla ritirata. Noi andiamo avanti, Putin perderà»

di Lorenzo Cremonesi

Mykhailo Podolyak: «Trattare con Mosca? Decide Zelensky, ma solo alla condizione di un cambio di regime»

Mykhailo Podolyak, come legge l’annuncio del ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, sul loro ritiro militare da Kherson? «L’Ucraina non presta attenzione alle dichiarazioni russe, in genere le loro azioni sono poi molto diverse dalle loro parole. Noi vediamo ancora una parte delle truppe russe attestate a Kherson, non è escluso che le loro unità restino posizionate e nascoste tra le vie e le case della città. I nostri soldati continuano ad operare secondo i piani già programmati. Le nostre truppe si muovono sulla base delle informazioni dell’intelligence e non di confusi annunci tv. Sino a quando la bandiera ucraina non sventolerà sulla città di Kherson non ha senso parlare della ritirata russa». Risponde così uno tra i più ascoltati consiglieri del presidente Volodymyr Zelensky. Ieri ci ha ricevuto per circa un’ora nel suo ufficio nei palazzi presidenziali.

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Ma quando pensa potrete prendere davvero Kherson?

«Liberarla non è facile e certo non è una questione di pochi giorni. L’azione va inserita nella strategia generale per liberare tutto il Donbass e le altre zone occupate. Va anche tenuto conto che la Russia non cambierà la sua strategia aggressiva, neppure dopo aver perso Kherson. Al contrario, sta investendo in risorse, uomini e mezzi per trincerarsi sulla sponda orientale del Dnipro. Abbiamo comunque osservato che continuano a mandare uomini e armi anche sulla sponda occidentale: hanno costruito quattro linee difensive nelle zone occupate e intanto inviano le nuove reclute nella regione di Zaporizhzhia».

Quando allora, prima della fine dell’anno?

«Non so dirlo. Posso confermare che attacchiamo su direttive diverse per confondere il nemico. Va compreso che la sconfitta russa a Kherson è inevitabile e il ritiro non sarebbe affatto un gesto di buona volontà, bensì una disfatta militare molto grave».

Avete abbandonato la vostra precondizione sulla necessità di defenestrare Putin prima di avviare il negoziato. Sta crescendo la pressione americana per il dialogo?

«Va compreso che non c’è alcun negoziato e i russi non hanno proposto proprio nulla. In Europa e anche da voi in Italia impera l’idea per cui Putin intenda negoziare, ma è una pura illusione. Stiamo giocando sulla pelle della nostra gente: in Italia c’è la pace, ma noi siamo stati aggrediti da una potenza che intende cancellare il nostro Stato. La Russia impone che noi si riconosca il loro diritto sulle regioni conquistate con la forza, nonostante stiano perdendo la guerra, e soprattutto i russi intendono guadagnare tempo per organizzare il loro esercito e quindi attaccare più forti di prima. Il presidente Zelensky ha già detto che prima di ogni dialogo i russi devono abbandonare i territori occupati, accettare le regole del diritto internazionale, accettare un tribunale internazionale per i crimini di guerra e di pagare le riparazioni. Putin alla fine dovrà capire che sta perdendo questa guerra, perché sino ad oggi crede ancora alle chimere che motivarono l’invasione del 24 febbraio per la conquista di tutta l’Ucraina. Le nostre vittorie potrebbero causare un collasso interno al regime russo e comunque quando si saranno ritirati avremo di che parlare».

Si rende conto che a Washington e in Europa pochi condividono la vostra precondizione sulla necessità del cambio di regime a Mosca?

«Considereremo un partner chi accetterà di negoziare alle nostre precondizioni».

Anche Putin?

«Quello che conta sono le precondizioni, non la persona che le accetta. Putin non credo possa accettarle, verrebbe eliminato come attore politico e comunque sarà Zelensky a decidere con chi parlare».

Sappiamo che Jake Sullivan, Consigliere per la Sicurezza della Casa Bianca, è stato di recente in contatto con Mosca per trattare. Da Washington vi spingono per la trattativa?

«Gli americani sono i nostri alleati e ci sostengono in ogni cosa. La decisione di aiutarci viene sia dai democratici che dai repubblicani: è la scelta di fondo di sostenere la democrazia contro la dittatura. Sappiamo che l’obiettivo dei contatti di Sullivan era evitare lo scoppio di una guerra atomica; gli americani sono in continuo contatto coi russi su questo tema sin dall’inizio della guerra».

E i negoziati di pace?

«Gli americani non esercitano pressioni su di noi. Quanto ai contatti bilaterali tra Washington e Mosca, non sta a me commentare».

Però è noto che i Repubblicani sono meno propensi dei Democratici a sostenere la vostra guerra con la Russia. Come legge il risultato delle elezioni di midterm?

«Mi sembra evidente che non c’è alcun fenomeno di radicalizzazione nella società americana, la loro politica estera continuerà il suo corso regolare. Non vediamo alcuna possibilità che Washington possa decidere di bloccare gli aiuti all’Ucraina nel futuro».

Non temete un’eventuale vittoria di Donald Trump, l’amico di Putin, tra due anni?

«Mi pare che oggi Putin non abbia amici: non ha senso investire in un personaggio sconfitto dalla storia. E non credo proprio che Trump sia amico di Putin».

10 novembre 2022 (modifica il 10 novembre 2022 | 07:53)

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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