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Jo Siffert, l’uomo che fece ruggire i motori di Porsche negli USA

Jo Siffert ha saputo esaltare i tifosi statunitensi. Sulla sua Porsche, meno performante dei veicoli della concorrenza, ha compensato l’handicap con le sue doti di pilota e con la sua freddezza. motorsportfriends.ch

Con il pilota Jo Siffert, morto in un incidente 50 anni fa, la corsa automobilistica ha perso uno dei suoi protagonisti e la Svizzera uno dei suoi primi ambasciatori sportivi nel mondo. Siffert ha lasciato però una ricca eredità al suo datore di lavoro, Porsche. L’azienda deve infatti al friburghese la conquista del mercato statunitense.

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 ottobre 2021 – 13:20

Fino agli anni ’70, le corse automobilistiche erano una sorta di gioco della roulette per ottenere fama, premi in denaro e pubblicità per vendere i veicoli. La posta in gioco: la vita dei piloti.

In questo “Big Game”, Jo Siffert è stato uno dei protagonisti. Non ha mai vinto il campionato mondiale di Formula 1, ma per Porsche il carismatico pilota uscito dal quartiere povero di Friburgo è stato il giocatore più redditizio.

Nel 1968, Siffert diventa un eroe : è il primo pilota svizzero a vincere un Gran Premio del Campionato mondiale. Nella seconda metà della stagione 1971, dopo una serie infinita di fallimenti e guasti dovuti al materiale inferiore, Siffert è finalmente riconosciuto come uno dei piloti di Formula 1 più veloci.

Ma, il 24 ottobre 1971, “Seppi”, come i suoi fan lo chiamano ancora oggi, si schianta durante una gara. Sono 50’000 le persone che scendono per le strade della sua città natale, Friburgo, per dargli l’addio. La città bilingue in quell’anno conta 38’000 abitanti. È una delle più grandi cerimonie funebri che la Svizzera abbia mai visto.

Per Porsche, la storia di successo inizia dopo la sua morte. Con le sue pionieristiche partecipazioni nella competizione conosciuta come Serie Can-Am (Canadian-American Challenge Cup), Siffert ha dato un impulso decisivo negli Stati Uniti alla società di Stoccarda. Il decollo delle vendite di Porsche sul mercato statunitense nei primi anni ’70 è in gran parte dovuto a lui.

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Una scommessa

“Seppi era un uomo che si era fatto da solo, dalle stalle alle stelle, e aveva un fascino incredibile”, dice Edi Wyss. Era compito di questo meccanico zurighese assicurarsi che Siffert nelle gare Can-Am non fosse solo veloce, ma anche affidabile come un orologio svizzero.

“Oltre alle sue qualità di pilota, di lui mi ha colpito soprattutto un altro aspetto: era un imprenditore nato che, accanto alla sua carriera, gestiva due garage, negoziava con le banche e apriva attività commerciali a Friburgo”, racconta.

Con Porsche, Siffert ha giocato d’azzardo per metter le mani sui ricchi premi della Serie Can-Am. È stata però una scommessa vinta da entrambi.

Puro spettacolo

La Cam-Am è stata una competizione di auto sportive  nordamericana tenutasi tra il 1966 e il 1974 il cui motto era: poche regole, ricchi premi in denaro.

Il mantra delle corse automobilistiche americane all’epoca era “Win on Sunday, sell on Monday” (“Vincere la domenica, vendere il lunedì”). Il giorno dopo la gara, la vittoria sulla pista doveva tradursi in vendite negli showroom dei concessionari. La concorrenza era spietata, soprattutto tra i produttori Chevrolet e Ford. Le vittorie, da un punto di vista pubblicitario, erano oro colato.

Jo Siffert, Edi Wyss, Hugo Schibler e la 917/10 (da sinistra). motorsportfriends.ch

“Go West, Fast Man”

Siffert ricoprì un ruolo speciale in questo spettacolo di bolidi della strada: da un lato, era la star “cool” proveniente dalla Formula 1, dall’altro, era il Davide di fronte a Golia che si metteva in gioco con una squadra minuscola.

Nel 1969, Siffert si lanciò in questa missione pionieristica il cui scopo era vincere fior di quattrini sulle piste Can-Am. Il suo datore di lavoro, Porsche, inizialmente non era per niente entusiasta. Ma, con molto lavoro di persuasione e grazie all’intercessione del responsabile delle gare di Porsche Rico Steinmann, anche lui svizzero, Seppi riuscì a convincere la società di Stoccarda a proseguire con l’avventura.

La sua Porsche 917 PA, una versione open-top dell’allora nuovissima 917, non era ancora abbastanza matura per sfidare davvero i pezzi grossi della McLaren.

La sigla “PA” rappresenta il pezzo centrale nel puzzle di questa storia di successo iniziata da Seppi. PA è l’abbreviazione dello sponsor principale di Siffert: “Porsche + Audi”. Sotto questa insegna i concessionari negli Stati Uniti vendevano i due marchi appartenenti a Volkswagen.

Nonostante gli svantaggi, Siffert e la sua auto bianca riuscirono a mettersi in ottima luce nel nuovo continente, terminando con un eccellente quarto posto nella classifica finale.

Missione Can-Am, 1971. (da destra) Jo Siffert, Edi Wyss, Joe Hoppen (responsabile dello sponsor principale “Porsche + Audi”) e Hugo Schibler (tagliato). motorsportfriends.ch

Il sogno ha un prezzo

Nel 1971, i presagi erano molto positivi. La 917 era nel frattempo progredita, dominando il Campionato del mondo sportprototipi. Tuttavia, neanche allora da Porsche arrivò un semplice “sì”. L’azienda impose a Siffert delle condizioni chiare, una delle quali era che avrebbe dovuto dare il suo contributo finanziario.

Abile giocatore di poker, Siffert non batté ciglio e pagò 60’000 dollari per poter realizzare il suo sogno Can-Am.

In termini di materiali, restava una missione impossibile. Il bolide rosso di Siffert faceva una magra figura rispetto alla McLaren con motore Chevrolet del 1971: motore da 5 litri contro 8,1 litri, 630 CV contro 740 CV, 743 Kg contro 646 Kg. Ma anche questa volta Siffert si fece onore, compensando l’handicap grazie alla sua abilità di guida e all’affidabilità della meccanica.

Anche questa partecipazione fu sotto la bandiera di “Porsche + Audi”, ma Seppi riuscì ad ottenere il sostegno di sponsor come Marlboro, STP e Goodyears. Nonostante ciò, le risorse erano appena sufficienti per gareggiare.

“Ogni collisione, ogni danno al telaio dell’auto avrebbe significato la fine”, racconta Edi Wyss.

Test in Texas: i meccanici preparano la Porsche 917 PA di Siffert nel 1969 Siffert per la gara in cui si è poi classificato quarto. L’uomo a sinistra fa ombra ai suoi colleghi . Il casco bianco del conducente indica che non è Siffert stesso al volante. (Foto di Bernard Cahier/Getty Images) Getty/Bernard Cahier

Una vera missione svizzera

E il team o meglio, il trio, era davvero svizzero e comprendeva, oltre a Siffert e Wyss, anche il meccanico Hugo Schibler.

Come due anni prima, Siffert si fece onore. Saltò quattro delle dieci corse – le prime tre gare e l’ultima, a causa del fatale incidente. Tuttavia, ottenne un postumo quarto posto nella classifica finale.

Siffert conquistò rapidamente il cuore dei fan. Aveva in sé tutti gli ingredienti necessari per una storia eroica “made in USA”: era un “underdog” intelligente e freddo con una missione ambiziosa, una volontà di ferro, abilità eccezionali, ma era anche modesto e disponibile.

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Un impulso per la Porsche

Siffert non poteva ormai più raccogliere i frutti della sua missione. Porsche, invece, lo fece. Dopo la morte di Siffert, nel 1972 e nel 1973, gli sviluppi dell’automobile di Porsche, ora dotata di motori turbo, permisero all’azienda di dominare la Can-Am. Nel ’72 vinse sei gare su nove, nel ’73 addirittura tutte le otto gare.

Nel 1976, Porsche vinse il Campionato del mondo sportprototipi con la 936, che condivideva molto del suo DNA con la 917/10 di Sieffert. La 936 uscì tre volte vittoriosa alla 24 ore di Le Mans.

Affari seri

La cifra d’affari di Porsche esplose in quegli anni. Nel 1969, le vendite negli Stati Uniti avevano subito un calo del 20%, a sole 5’893 unità.

Quell’anno, il britannico Tony Dean era alla guida di una Porsche 908 e non aveva vinto neanche una volta. Siffert, da parte sua, entrò in corsa a metà agosto, poco prima della metà della stagione.

Nel 1970, tuttavia, le vendite di Porsche andarono alle stelle – con un aumento storico di oltre il 135%. Il nuovo e relativamente economico coupé a motore centrale 914 divenne il bestseller di Porsche, e faceva bella mostra di sé sui manifesti pubblicitari accanto alla potente auto di Siffert dell’anno precedente.

Nel 1971, le vendite statunitensi delle auto sportive “made in Germany” registrarono un’altra crescita del 24%, a 17’239 auto.

Infine, nel 1972 e 1973, quando la 917/10 (chiamata con riverenza o disprezzo dagli americani “Turbopanzer”) vinse 14 gare su 17, le vendite Porsche continuarono l’ascesa, anche se con il freno a mano tirato. Ma questo è da ricondurre alla crisi petrolifera del 1973.

Il bilancio generale della partecipazione di Porsche alla Serie Can-Am è impressionante: dal 1969 al 1973, le vendite presso i concessionari aumentarono di oltre quattro volte, da 5’893 a 23’771.

Il fattore decisivo fu il matrimonio dell’iniziativa di Seppi con “Porsche + Audi”. Con le sue prestazioni al volante del bolide rosso, Siffert ha, in un certo senso, scritto gli assegni che i concessionari hanno poi incassato.

Siffert ha dato vita a un partenariato congeniale e lucrativo creando legami tra il rombo dei motori, la fama e il glamour sulla pista, gli showroom dei rivenditori e l’industria tedesca.

Il pilota svizzero ha avuto un ruolo fondamentale nel trasformare gli Stati Uniti nel più importante mercato al mondo per Porsche nell’ultimo mezzo secolo.

Senza gli Stati Uniti come motore del business mondiale, Porsche non sarebbe probabilmente diventata il più grande produttore di auto sportive. E uno dei marchi più noti al mondo.

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Fonte: swissinfo.ch

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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