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Italia locomotiva d’Europa: nel 2022 Pil a +3,4%, inflazione al 7,9%. La Germania ferma preoccupa la Ue

La Germania è ferma. L’America in recessione tecnica. L’Italia, invece, cresce. Per il sesto trimestre consecutivo. Come la Cina. Ed è una crescita che appare sempre più solida. La stima preliminare dell’Istat sul Pil ha certificato che nel secondo trimestre di quest’anno, con la guerra in Ucraina e la crisi del gas, l’economia del Paese è avanzata di un punto percentuale. La crescita già acquisita per quest’anno è del 3,4%, e il tendenziale è del 4,6%. Significa che questo dato sarebbe confermato anche se nei prossimi sei mesi l’economia si fermasse. E si tratta un valore superiore a quello stimato solo un paio di giorni fa dal Fondo monetario, che pure aveva rivisto al rialzo il Pil portandolo al 3% dal 2,4 precedente. 

LE REAZIONI
Da Palazzo Chigi plaudono all’azione del governo Draghi e alla strategia delle riaperture dopo il Covid oltre che alle misure di sostegno, senza deficit, contro il caro bollette. Il ministero dell’Economia parla di «crescita robusta» nonostante gli scenari di crisi. L’Italia a questo punto ha recuperato tutto quello che aveva perso con la pandemia. Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, già prevede che quest’anno la crescita non si fermerà e arriverà fino al 4 per cento. «Le nostre previsioni precedenti», spiega Maurizio Mazziero, di Mazziero Research, un istituto di ricerca finanziaria indipendente molto ascoltato dal governo, «vedevano un Pil al 2,7 per cento. Dopo il dato di oggi la previsione è del 3,6 per cento». L’economia italiana, secondo Mazziero, si sta dimostrando più resiliente delle altre (in Europa, come detto, la Germania è ferma e la Francia è avanzata solo dello 0,5%). Ma come si spiega questa sorta di nuovo miracolo italiano? «È un miracolo delle imprese “controvento”, come noi le abbiamo definite», spiega Lucio Poma di Nomisma. Il 6,6 per cento di crescita del 2021, è la tesi, non è stato un semplice rimbalzo dopo la rovinosa caduta del Pil durante la pandemia. È cambiato qualcosa nella struttura dell’economia. «La Germania è stato sempre il nostro principale competitore nella manifattura», spiega Poma, «e adesso è in difficoltà. 
«La nostra economia invece corre proprio grazie alle imprese controvento, 4.600 aziende su 71 mila imprese manifatturiere che stanno andando non bene, ma benissimo, e spesso sono le capofila dei distretti industriali che hanno guidato e guidano le esportazioni italiane che stanno avendo una performance brillante. Ed avere una perfomance brillante nelle esportazioni vuol dire avere competitività». Nel nuovo mondo uscito dalla pandemia, la struttura produttiva tedesca con le fabbriche integrate, ragiona ancora Poma, si sta dimostrando meno adatta di quella italiana con le sue filiere e i suoi distretti. Il made in Italy non è mai andato così bene. La locomotiva insomma, non è più la Germania. Un successo che non è stato costruito nell’ultimo anno, ma che parte almeno cinque o sei anni fa, quando le imprese hanno iniziato a investire e a rinnovarsi con Industria 4.0. 
LE INCOGNITE
Così mentre la Germania teme la recessione e la disoccupazione sale, tutti i fondamentali dell’Italia rimangono solidi. Resta il demone dell’inflazione. A giugno è cresciuta dello 0,4 per cento e del 7,9 per cento su base annua. Quella acquisita per tutto il 2022 è del 6,7 per cento. Ma la principale preoccupazione delle imprese non è nemmeno questa. Sull’andamento dell’economia per i prossimi mesi rimangono due grandi incognite. La prima è l’andamento del prezzo del gas. Il timore, insomma, che Vladimir Putin chiuda definitivamente i rubinetti dei giacimenti siberiani che dissetano l’Europa. Questo costringerebbe molte imprese a fermarsi. L’altra grande incognita riguarda le materie prime. Non tanto il prezzo, quanto la disponibilità. «Molte imprese italiane hanno il book degli ordini pieno per il prossimo anno», spiega ancora Poma, «il loro più grande timore è di non avere i componenti per produrre e per consegnare la merce». Se prima, insomma, c’erano carnet degli ordini vuoti e piazzali pieni di merce invenduta, ora c’è un overbooking di prenotazioni ma si rischia di non avere sui piazzali nemmeno un pezzo da consegnare. Più che il dibattito politico in Italia, insomma, le imprese sono preoccupate della salute dei cinesi, dove quattro casi sospetti di Covid rischiano di far chiudere un porto e ritardare le consegne. Da più paura quello della cadura del governo Draghi. 

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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