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Italia-Inghilterra, la concordia che lo sport regala al Paese

Nel 2006 , Giorgio Napolitano decise, con la stessa responsabile determinazione che ha mosso in queste ore Sergio Mattarella, di partecipare alla finale dei campionati del mondo di calcio in Germania. Giunto a Berlino si recò a salutare la squadra e tenne un breve ma efficace discorso. Marcello Lippi, commissario tecnico di quella Nazionale, intervenne rispettosamente solo un istante. Fu quando Napolitano si apprestava a dire, con generosità , che il Paese era già soddisfatto di quello che i ragazzi avevano fatto. Lippi ringraziò ma ci tenne a sottolineare che il più, la vittoria, era ancora tutto da fare. Con questo spirito è giusto guardare alla partita di calcio di stasera e alla finale di Wimbledon che per la prima volta viene giocata da un italiano. Ma una cosa si può dire, perché non riguarda solo la dimensione sportiva. Le prestazioni dei nostri atleti hanno restituito al Paese la possibilità di vivere finalmente una gioia collettiva e condivisa.

Dopo 128.000 morti per Covid, dopo quattro milioni di contagiati, dopo lo strazio di familiari, medici, infermieri, dopo le immagini devastanti delle città senza persone, un ossimoro, dopo la perdita di posti di lavoro nelle famiglie e dopo le saracinesche tirate giù dei negozi, insomma dopo la più grande tragedia italiana dal dopoguerra, gli italiani sono tornati a sorridere e ad abbracciarsi.


Nulla di quello che abbiamo vissuto in passato è paragonabile allo tsunami che da due anni affligge la terra. E si sbaglierebbe a pensare di aver risolto la partita con la pandemia, anzi con le pandemie. Il Paese sta ripartendo, forse più velocemente del previsto e lo sport, come spesso succede, anticipa i cambiamenti del clima generale. E in questo momento il nostro Paese sembra stia vivendo una inaspettata ma meritata primavera sportiva, segno di salute di questo comparto.

La Nazionale di calcio, solo tre anni fa sbattuta fuori dai Mondiali per la prima volta da cinquant’anni, che in breve tempo ricuce il rapporto anche sentimentale con il Paese e giunge in finale nella più prestigiosa competizione europea. I tennisti italiani — a cominciare dalla bravura e dalla simpatia di Matteo Berrettini che ha fatto emozionare l’intero paese — capaci di stupire il mondo. La selezione azzurra del basket che raggiunge, a dispetto di ogni previsione, le Olimpiadi di Tokyo. La vittoria negli Europei di una disciplina come il softball. La ripresa di risultati e record dei protagonisti dell’atletica leggera…

È come se la «meglio gioventù», almeno dal punto di vista agonistico, di questo Paese, costretta a rimuovere per mesi le relazioni e gli spazi sociali, abbia trovato, nella fatica degli allenamenti e nella determinazione della preparazione, un senso per vivere il tempo bislacco e cupo che le è toccato.

E poi tutte le nostre squadre trasmettono un inedito senso di solidarietà e persino, se la parola non è da considerare blasfema, di amicizia. Quella tra Mancini e Vialli, tra calciatori che si contendono lo stesso posto da titolare, tra tennisti — esiste sport più apparentemente individuale? — tra i giocatori del nostro basket. Viviamo in un tempo in cui l’io sembra stagliarsi come unica leva vitale, in cui ciascuno va febbrilmente a caccia di attestazioni capaci di galvanizzare l’autostima, in cui la cattiveria dei social e la rissosità dei talk show fanno pensare che la merce più redditizia sia l’odio nei confronti del prossimo.

In questo tempo da lupi lo sport italiano e i suoi protagonisti invertono la gerarchia delle parole. Valgono il collettivo, la comunità, l’interesse generale che prevale su quello individuale, valgono persino i sorrisi in battaglia come quello di capitan Chiellini durante il sorteggio per i rigori. Vale l’amicizia e la solidarietà rispettosa che ha portato i nostri ragazzi a dedicare la vittoria in semifinale a un loro collega sfortunato e che ha spinto i ragazzi danesi a disporsi in circolo per sottrarre alla rapacità dei media la vista di un loro compagno che combatteva tra la vita e la morte.

Non credo che, come speravamo, «siamo usciti migliori» dalla tragedia di questo biennio. Ma forse si dovrebbe capire, avvertendo il sentimento del Paese, che non è più tempo di baruffe teatrali nella politica, nelle istituzioni, nella società. Stabilità, competenza ed efficienza sono le condizioni necessarie per uscire dal tunnel con un Paese più equo.

Stiamo vivendo una legislatura che sembra uno spettacolo di Ziegfield o, più precisamente, il finale di Blues Brothers.

Ma ora la politica ha il dovere di generare le riforme necessarie per agganciare i fondi europei e di garantire a questo governo, la cui confusa composizione ci si augura sia una irripetibile anomalia, di poter spendere per la nazione, per il lavoro e la coesione sociale, il prestigio e l’autorevolezza di chi lo dirige e oggi rappresenta i cittadini di questo Paese.

Gli italiani, stanchi e smarriti, sentono il bisogno di una concordia che si levi al di sopra degli interessi spesso minuscoli dei profeti e dei praticoni dell’instabilità, del rancore, dello scissionismo privo di anima.

Il Paese credo si aspetti una democrazia che funzioni, veloce e trasparente. Si aspetti di poter decidere chi governa e di giudicarne l’azione, pronta a praticare l’alternanza tra schieramenti tutti parimenti legittimi. Credo desideri una politica capace di riscrivere in forma moderna il nitore della differenza, che fortunatamente permane, tra destra e sinistra.

Un Paese non di dilettanti e odiatori, due figure troppo facili da improvvisare, ma di seri ricercatori dell’eccellenza, che richiede fatica, talento, studio, sacrificio.

E richiede, sempre, spirito di squadra.

11 luglio 2021 (modifica il 11 luglio 2021 | 08:16)

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Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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