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ITALIA DA IMPAZZIRE: SIAMO CAMPIONI D’EUROPA

A Wembley trionfo azzurro ai rigori dopo l’1-1 al 120′: Donnarumma eroico su Sancho e Saka

dal nostro inviato Marco Pasotto

Football is coming home. Ma certo, lo possiamo cantare, anzi urlare senza rischiare la lesa maestà. Perché il calcio è di casa anche in Italia, ed è una bellissima casa tutta azzurra. Siamo sul tetto d’Europa, ci torniamo sotto gli occhi del presidente Mattarella a distanza di 53 anni e lo facciamo nel giorno esatto del 39° anniversario del trionfo mondiale in Spagna: non potevamo mortificare una data simile. Il trionfo arriva ai rigori grazie a una nuova impresa di Gigio Donnarumma, che mura gli inglesi due volte dopo l’1-1 (gol di Shaw e Bonucci) dei supplementari. Sì, li abbiamo fatti azzurri e lo abbiamo fatto a casa loro, di fronte a sessantamila tifosi scatenati per 120 minuti. I Tre Leoni sono stati domati, li abbiamo trasformati in cuccioli, e Mancini è riuscito a fare tutto questo divertendosi e facendo divertire per un mese intero. I tifosi, certo, ma soprattutto i suoi ragazzi. Abbiamo vinto da protagonisti, e non da opportunisti come spesso siamo stati (e siamo) accusati di essere: è questo il merito più grande.

Maturità

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Siamo stati più forti degli auguri della Regina Elisabetta, dell’incitamento di Boris Johnson e dell’in bocca al lupo telefonico di Tom Cruise, perché la mission impossible stavolta l’hanno portata a termine attori italiani. Un Europeo cavalcato da protagonisti dall’inizio alla fine, in cui abbiamo vissute tante vite: quella dello strapotere tecnico-tattico e del divertimento, poi della sofferenza e infine della maturità di andarsi a prendere la coppa a casa degli avversari, in uno stadio vestito tutto di bianco. Mancini corona un percorso virtuoso iniziato tre anni fa e completato in tempi eccezionalmente rapidi, regalandoci un titolo che oltre ad arricchire la sala dei trofei di Coverciano ha il merito di rilanciare un’intera nazione sotto tutti i punti di vista. È il marchio Italia che torna a brillare, con un popolo che ha riscoperto la felicità di riabbracciarsi. Vittoria sportiva, economica e sociale.

Atteggiamento

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Mancini ha confermato l’undici che aveva iniziato con la Spagna, premiando in pratica chi l’ha accompagnato in finale, sebbene questa squadra abbia ben più di undici protagonisti. L’unico dubbio che aveva iniziato ad aleggiare a una certa ora della vigilia, ovvero l’impiego di un falso nove al posto di Immobile, si è risolto a favore del numero 17. Affiancato quindi da Chiesa e Insigne, con la mediana composta da Barella, Jorginho, Verratti e la linea difensiva con Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini ed Emerson. Southgate invece ha cambiato spartito rispetto alle indicazioni della vigilia ed è qualcosa che in qualche modo ci fa onore perché ha optato per un sistema più conservativo che offensivo. Diciamo uno schieramento prudenziale: niente 4-3-3 e nemmeno 4-2-3-1, bensì un 3-4-3 che dà modo di cautelarsi con cinque difensori. A farne le spese è stato Saka, con la corsia destra affidata a Trippier. Confermati tutti gli altri, con Kane centravanti, Mount alla sua sinistra, Sterling sul centrodestra e il tandem Phillips-Rice in mediana. Modulo più raccolto, d’accordo, ma poi come dicono sempre gli allenatori a contare è l’atteggiamento. E gli inglesi hanno iniziato meglio di noi, colpendoci con una secchiata d’acqua gelida quando il cronometro segnava soltanto un minuto e 55 secondi di gioco. Cross dalla trequarti di Trippier e in mezzo all’area abbiamo combinato un pasticcio, piazzandoci in tre (Bonucci, Barella e Di Lorenzo, mentre Chiellini si era allargato verso la fascia) su due uomini (Sterling e Kane), ignorando completamente l’inserimento di Shaw a sinistra. Di Lorenzo non ha scalato e il terzino dello United ha concluso in rete indisturbato di controbalzo a pochi passi da Donnarumma.

Che botta

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È stata una botta notevole, anche perché in questi Europei non ci eravamo mai ritrovati sotto. Un terreno di sfida nuovo. Un gol che ha ulteriormente gasato i padroni di casa e aperto ferite nelle nostre certezze di gioco. Che infatti hanno faticato a venire fuori. Fino a metà frazione inoltrata non siamo riusciti a prendere in mano il gioco, e anche quando è successo è stata una circolazione per lo più macchinosa e macchiata da diversi errori. A volte anche banali, negli appoggi e nei lanci, chiaro segno del contraccolpo psicologico allo svantaggio-shock. L’Inghilterra, va detto, è stata abile a restare sempre corta – decisamente più corta di noi – e facilitata quindi a chiudersi quando non gestiva palla, per poi ripartire con le percussioni di Sterling, il martellamento incessante di Shaw, la proficua protezione del pallone da parte di Kane e gli inserimenti intelligenti di Mount. Per non parlare dei duelli aerei: sfida troppo impari. Siamo rimasti contratti e poco puliti nei passaggi per circa mezzora, abbozzando qualche tentativo timido con Insigne e costruendo una sola vera occasione grazie alla buona volontà di Chiesa, che ha fatto tutto da solo e ha concluso a pochi centimetri dal palo. L’iniziativa solitaria – trenta metri di campo – rende l’idea di come l’Italia stavolta abbia trovato difficoltà a tessere la solita ragnatela. E, anche quando siamo riusciti a chiudere le maglie bianche negli ultimi venti metri, non abbiamo trovato sbocchi. Se non altro siamo riusciti a prendere le misure in fase difensiva: gli inglesi non si sono più resi pericolosi.

Sicurezze

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Nella ripresa Mancini non ha atteso molto per mettere mano all’orchestra. Minuto numero nove, fuori Barella (che era stanco e ammonito) e Immobile, dentro Cristante e Berardi. Tradotto: Insigne falso nove, Berardi e destra e Chiesa spostato a sinistra. La tentazione della vigilia è diventata realtà per necessità. L’inerzia col passare dei minuti si è spostata dalla nostra parte, col pallone sempre più azzurro e una confortevole manciata di metri rosicchiati ai bianchi. Al 17’ ci ha riprovato Chiesa, il più ispirato per distacco del tridente, costringendo Pickford a una smanacciata complicata e, dopo un break inglese (volo di Donnarumma sull’inzuccata di Stones), abbiamo riagguantato il match. Angolo dalla destra, mischione in area, Chiellini viene affossato da Stones ma prima che si possa valutare un eventuale rigore l’azione prosegue: colpo di testa di Verratti sul palo e pallone che rimbalza docile sul piede di Bonucci, lesto a infilare la porta incustodita sotto lo spicchio di tifosi azzurri. A quel punto il copione dei primi 45 è stato del tutto ribaltato. L’Inghilterra ha visto liquefarsi sicurezze e padronanza, cedendoci altro campo e l’Italia si è ritrovata a fare l’Italia che abbiamo conosciuta. Per lunghi tratti padrona degli spazi e del pallone. A cinque dal 90’ Mancini ha tolto Chiesa, acciaccato, per Bernardeschi, che si è piazzato al centro dirottando di nuovo Insigne a sinistra.

Pali e parate

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E all’avvio dei supplementari, altro cambio. Dentro Belotti, fuori Insigne, ovvero Bernardeschi largo a sinistra. Pochi minuti dopo sipario per Verratti e spazio a Locatelli. L’Italia è rimasta in controllo del match: noi con la palla, loro di rimessa. Senza vere occasioni da gol. Nel secondo supplementare Gigio ci ha terrorizzato con una mezza uscita a vuoto, Mancini ha inserito Florenzi per Emerson, ma nessuno ha più corso rischi epocali e così si è planati sul dischetto. Nella porta peggiore purtroppo, quella con dietro i tifosi inglesi. Berardi: gol. Kane: gol. Belotti: parato. Maguire: gol. Bonucci: gol. Rashford: palo. Bernardeschi: gol. Sancho: parato. Jorginho: parato. Saka: parato. Siamo sul tetto d’Europa e questa coppa è nostra, “porca puttena”.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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