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Io e Paolo Roghi, una grande amicizia. Per sport. – Tiburno.tv Tiburno.tv

A ripensarci adesso la prima cosa che torna alla mente è il freddo boia che c’era in quel tardo pomeriggio d’inizio ottobre del 1973. Le folate di tramontana, gelida per essere appena all’inizio dell’autunno romano, tagliavano il campo in diagonale, da una lunetta all’altra dei calci d’angolo. Le bandierine sembravano tutte sul punto di spiccare il volo e noi, poveri ragazzotti di quindici anni o poco più, tremando come pulcini inzuppati non riuscivamo nemmeno a tenere in mano il martello col quale stavamo sistemando i blocchi di partenza.

La pista in rubkor dell’Acquacetosa, lo Stadio delle Aquile a Tor di Quinto, era illuminata dai fari, fiochi e infreddoliti pure loro: ma il mister era stato irremovibile: “Da qui non ce ne andiamo fino a che non capite come si fanno le partenze nei cento metri: chi parte bene ha già vinto la gara, mettetevelo in testa”. E allora, ancora una volta: ”Ai vostri posti…pronti…fiuuuuu” in mancanza della pistola dello starter l’allenatore soffiava a pieni polmoni nel suo fischietto d’ordinanza e chi s’attardava a scattare in avanti doveva sorbirsi l’ennesimo rimbrotto.

Io ero l’unico velocista del gruppo di Monterotondo, che tradizionalmente in campo atletico aveva fino ad allora sfornato unicamente validi interpreti del mezzofondo prolungato. E loro infatti stavano già da un pezzo sotto la doccia. Tutti tranne uno. A un certo vedo Paolo che si avvicina al mister, col passo strascinato di chi ha scalato le montagne o attraversato il deserto: invece aveva solo una vescica al dito che non gli dava tregua, colpa di un paio di scarpette troppo strette e troppo nuove. “Lo faccia andare, dobbiamo tornare a casa, ormai è tardi” lo aveva quasi pregato. E l’invocazione raggiunse lo scopo desiderato: “Vai pure Nando, tanto la partenza dai blocchi non la imparerai mai, forse è meglio se diventi un fondista pure tu”. E così il mio destino era segnato: addio sogni di gloria nei cento metri, al massimo potevo sperare in un’onesta e non trascendentale carriera nelle mezze maratone.

Era stato Paolo Roghi a portarci tutti nelle fila dell’Arca Roma, la neonata società di Carlo Sacchi e del professor Vittori, lo scopritore del talento di Mennea, lui si campione vero di qualità adamantine. La prima volta che abbiamo indossato la maglietta a strisce orizzontali bianco e rosse della squadra ci sentivamo tutti orgogliosi, quasi in trance: io, Paolo, Adolfo, Francesco, Damiano, Angelo, Livio, Renzo. Forse dimentico qualcuno, ma gli anni passano e i visi scolpiti nella memoria col tempo sbiadiscono, lentamente ma inesorabilmente. Ma la spensieratezza e la forza di quegli anni me la ricordo tutta. Ero il più piccolo, non solo di età: gli altri mi superavano tutti di almeno un palmo in altezza e Paolo anche di più. Era lui che aveva il fisico da sprinter: un metro e novanta abbondante per ottanta chili e passa di peso. Lui già venticinquenne, col carisma innato del capobranco, del trascinatore, di chi ti convince a sguardi e parole che le mete sono tutte raggiungibili, basta volerlo.

E allora via, scordando la disfatta sui cento metri ci siamo tuffati senza indugi nella nuova avventura delle corse su strada, che proprio in quegli anni cominciavano a moltiplicarsi in tutta Italia, sull’onda del successo d’oltreoceano. Bisognava correre quasi tutti i giorni, ma a quei tempi non c’erano problemi di traffico e smog: ce ne andavamo sui prati di Tormancina, la vasta tenuta zootecnica il cui ingresso era in fondo a via della Fonte, dopo la Bullicaretta, oppure a Gotta Marozza, dopo Fratini. Paolo conosceva decine di percorsi, più o meno lunghi e impegnativi, e se poteva evitava le salite troppo ripide: “Quando si fanno tanti chilometri è meglio correre sul piano” ci diceva “Per le salite c’è sempre tempo, magari durante la preparazione invernale”. Nessuno di noi metteva in dubbio le sue parole: era Paolo il tecnico, la nostra guida, un po’ il nostro messia, se la definizione può non apparire troppo blasfema. A intervalli regolari di dieci, quindici minuti, ci fermavamo a contare le pulsazioni: “Il cuore va tenuto sotto controllo costantemente – diceva – non dobbiamo affaticarlo”: quanto suonano amaramente preveggenti queste parole!

La svolta arriva nel 1979. Manco a dirlo l’idea è ancora una volta sua. “Inventiamoci una società tutta nostra” disse una sera a me e a Francesco che lo ascoltavamo un po’ perplessi. “Non ci vuole mica molto, basta affiliarsi alla Fidal e cominciare a tesserare uno a uno tutti quelli che a Monterotondo hanno voglia di correre, grandi e piccoli”. “Hai già in mente il nome della nuova squadra?” chiedemmo in coro noi due” “Beh, a dire il vero in un primo momento avevo pensato di chiamarla ‘Albatros’, dà idea di leggerezza, di libertà, però credo sia meglio qualcosa di più tradizionale, ma che allo stesso tempo abbia una guizzo di novità dentro di sé”.

E così nacque l’”Atletico Monterotondo”, al maschile, un po’ per differenziarsi, un po’ per scimmiottare l’”Atletico Madrid”: era il 1978. Quanto ai colori sociali va da sé che si adottarono il giallo e il blu della bandiera eretina, più il giallo però, colore per il quale Palo aveva una passione viscerale. Molti anni dopo arrivò perfino a riverniciare la sua bici da corsa completamente di quel colore: “Così non passo inosservato” disse. Ma non ce n’era bisogno. Dove c’era lui c’era sempre un capannello di gente intorno, raramente l’ho visto da solo, almeno fino a quando la nostra amicizia è stata solida e incrollabile.

Che coi nomi ci sapesse fare lo aveva del resto dimostrato anche col negozio di abbigliamento che lui e Anna, sua moglie, avevano aperto a viale Mazzini, subito dopo la Chiesa della Madonna di Loreto. Sull’insegna campeggiava a caratteri cubitali la scritta “Sugar” e gli acquirenti, entrando, respiravano immediatamente un’aria americaneggiante, che il juke box all’angolo della sala contribuiva a ingigantire. Era bello comprare i jeans, le magliette, i pantaloni o le camicie da “Sugar”: si fosse chiamato semplicemente “Zucchero” non sarebbe stata certo la stessa cosa.

Da un’invenzione all’altra senza porsi limiti. Fatta la squadra bisognava farsi conoscere: e quale modo migliore se non quello di inventarsi una corsa tutta nostra. L’idea veramente era venuta a una coppia di commercianti del paese che per il fine anno 1980 avevano pensato bene di organizzare la prima edizione de “La Natalina” in onore della nonna di uno dei due. Quella prima edizione la vinse Livio Marchetti, anch’egli del neonato club gialloblù. L’intuito di Paolo fu di trasformare quella corsetta senza tante pretese nel fiore all’occhiello dell’”Atletico”: da allora in poi di “Nataline” se ne sono corse quaranta edizioni e le strade di Monterotondo sono state calpestate da decine di migliaia di podisti provenienti da molte regioni d’Italia, anzi, c’è stato un periodo in cui in testa alla gara svettavano immancabilmente gli atleti africani, keniani, etiopi, marocchini, ugandesi.

Paolo Roghi era lo speaker per antonomasia, non solo de “La Natalina” ma di tutte le manifestazioni organizzate dall’”Atletico”: il meeting su pista al Cecconi, le gare di cross a Gattaceca o al pistino della zona industriale, così come nelle competizioni di nuoto che si svolgevano nella piscina comunale. Perché l’”Atletico” era una polisportiva e Paolo stesso era un polisportivo: dal nuoto alla corsa al triathlon, specialità in cui riuscì a partecipare anche ai Mondiali Master qualche anno più tardi.

C’è stato uno spicchio di vita sportiva in comune tra me e Paolo anche in questa triplice disciplina. Avevamo caratteristiche opposte: lui era un nuotatore provetto e un ciclista potente, vista la mole, mentre nel tratto di corsa generalmente faticava a tenere il ritmo. Per me le cose andavano esattamente al contrario: nel nuoto a malapena galleggiavo e spesso sfilarmi la muta all’uscita dall’acqua era un’impresa titanica, nel ciclismo mi difendevo – allora non si poteva stare in scia col gruppo e nei tratti controvento era veramente tosta pedalare a tutta – nel finale, con la corsa, rimontavo un bel po’ di posizioni, sempre ammesso che le due prove precedenti non mi avessero sfiancato completamente.

Nel Triathlon gareggiavamo per la “SS Lazio”, uno squadrone. C’erano pure Leandro, Andrea e Gianni. Nella memoria sono ancora nitide le trasferte di gruppo a Bardolino sul lago di Garda; all’Argentario in Toscana; a Palermo, col nuoto sulla spiaggia di Mondello e la corsa nel Parco della Favorita. Quella nel capoluogo siciliano fu un’esperienza che in me ha lasciato il segno. Partimmo con un charter minuscolo una dozzina di noi e già l’atterraggio all’aeroporto di Punta Raisi col Monte Pellegrino così incombente non fu dei più agevoli; poi, appena giunti scoprimmo che, quando in quella zona tira scirocco e la temperatura sale a oltre 35°, l’acqua del mare, per una strambo gioco di correnti, si raffredda: insomma, se sulla spiaggia si bolliva, in acqua si rischiava l’assideramento. E io, meschino, mi ero portato solo il giubbotto della muta. Quella notte dormimmo nella stessa camera io e Paolo; o per meglio dire, Paolo dormì tutta una tirata, tranquillissimo, senza nemmeno rigirarsi nel letto; io non chiusi praticamente occhio, continuai a fissare il soffitto tutta la notte e al mattino ero ridotto uno straccio. Insomma il mio triathlon palermitano durò appena una manciata di minuti: qualche centinaio di metri di bracciate annaspanti in quel gelido mare e mi accorsi che mi erano rimaste solo le forze per alzare il braccio in segno di aiuto. Mi tirarono a bordo di una delle imbarcazioni d’appoggio e tornai a riva imbacuccato dalle coperte manco fossimo al circolo polare artico. Che roba ragazzi. Inutile aggiungere che la mia carriera nel triplice sport finì con quella ingloriosa figuraccia. Ebbi però il tempo, mentre mi sdraiavo sulla sabbia, per gli altri infuocata ma che io percepivo appena tiepida, di vedere Paolo che usciva baldanzoso dalle onde e si dirigeva alla zona cambio per la prova in bici: sembrava fresco come una rosa, altra tempra la sua evidentemente.

Il rapporto tra me e Paolo comincia a incrinarsi agli inizi degli anni novanta. Qualche discussione, come quasi sempre succede nei rapporti di amicizia anche più collaudati; incomprensioni che si ingigantiscono al di là delle intenzioni di entrambi. Fatto sta che a un certo punto, insieme a Ernesto, Rodolfo, Antonio, Domenico, Raffaele, Sandro e altri diamo vita alla “Biochem”, un nuovo gruppo podistico che per qualche tempo figurerà ai vertici dell’atletica laziale. Durerà comunque solo sette anni, poi della “Biochem” rimarrà traccia solo negli annuari della Fidal laziale e nelle riviste che, pionieri in questo campo, redigevamo e distribuivamo sui campi di gara.

Paolo invece sempre lì, con la sua creatura che non si è mai sognato di abbandonare: “Vedi Nando” – mi diceva nei nostri incontri nelle più svariate occasioni, sportive e non – “Dividerci così è stata una sconfitta per entrambi. Insieme riuscivamo a compensare le carenze l’uno dell’altro”. Aveva ragione, naturalmente. Ma non sarebbe stato facile per nessuno dei due tornare sui propri passi. Posso dire con assoluta certezza che sia io che Paolo abbiamo sofferto per come le cose si sono evolute. E nel profondo dell’animo siamo rimasti sempre molto legati. Quando ho saputo della sua scomparsa, qualche giorno fa, ho sentito che qualcosa si rompeva anche dentro di me.

Carissimo Paolo: ti ringrazio per essermi stato amico. Questo nostro paese, Monterotondo, non sarà mai più lo stesso senza di te. Ciao. Nando

Fonte: tiburno.tv

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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