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«Intimidito e zittito dalla Bestia di Matteo Salvini: una storia per niente a lieto fine»


«Intimidito e zittito dalla Bestia di Matteo Salvini: una storia per niente a lieto fine»

Interloquisco con Matteo Salvini da 22 anni, da quando cioè curava la rubrica della posta sulla Padania in quello che, ad oggi, risulta essere l’unico lavoro da lui svolto.
Era il periodo in cui guidava i comunisti leghisti. Che è come guidare “vegani per la tagliata di vitello”. Ne scrissi, coglionandolo, quello spesso faccio, su Specchio della Stampa. Mi rispose polemico ma gioviale sul suo giornale: “Troviamoci a bere un bicchiere. Di rosso, naturalmente”.
Memore di quel periodo, non mi ha mai ispirato un timore reale. Vero è che, come dimostrano Trump e suoi predecessori in orbace, il mitomane che comincia a crederci diventa pericoloso. Ma continuo a pensare, a distanza di anni, che Salvini reciti.
In privato è pacato, persino spiritoso. Questo mi dice chi ha occasione di incrociarlo lontano dai social. Non dico colto, ma ha fatto il Classico.
Secondo me, quando organizza i collegamenti su Facebook, si mette dietro un pannello volutamente orribile con una libreria vuota. Perché, questo è forse il dato meno commendevole, disprezza profondamente i propri elettori. Dunque crede che per essere come loro ci si debba presentare con un look shabby chic. Principalmente shabby. Chic è solo lo stipendio.

Con gli anni, Matteo e io abbiamo avuto altri incroci. Meno pacati, meno paritari. Nel frattempo era diventato più potente, andava già in tv a parlare di casus belli dicendo che “bello o no, io guardo ai fatti”. Per posa, naturalmente: il latino lo ha pure studiato. Magari un po’ ad minchiam.
Un giorno, ero ancora al Corriere, fece una battuta neanche brutta su un giocatore nero del Milan, per cui tifa. Balotelli. Qualcosa sull’accompagnarlo alla frontiera. L’avesse detta chiunque altro, sarebbe stata quasi divertente. Ma da uno che cavalcava la xenofobia, ecco…

All’epoca non uscivo mai dal recinto sportivo. Ma l’online di via Solferino ospitò un ilare corsivetto in cui gli spiegavo che non doveva, che era un potere, che c’è una cosa che si chiama senso dell’opportunità. Fu molto, molto condiviso. Risultato: gogna sui suoi social, insulti, eccetera.
Nel periodo di Repubblica, e ringrazio Mario Calabresi e Carlo Verdelli che non se ne diedero pensiero, il Caporale mi additò nuovamente ai fan. Altre minacce, altre contumelie. Diciamo che non gli sto simpatico, ecco. Anche se era persino venuto. ospite in campagna elettorale, durante la mia breve parentesi a Radio Deejay. Era il periodo in cui per qualche voto faceva il gigione anche sull’utilità dei vaccini. Gli proposi un confronto sul tema con Roberto Burioni. Rifiutò. Pretese di essere da solo. In diretta ebbi il tempo di dirgli: “Dopo c’è Burioni che ti spiega perché ti sbagli”.

Ieri accade questo. Anzi: due giorni fa, ché la Bestia è meno pronta in ‘sto periodo. Accade che il capo della Lega twitti un surreale dialogo in cui la di lui piccina, 8 anni, ritratta in un primo piano dell’occhio per aggirare Carta di Treviso e altre minuzie – il Nostro è pur sempre un giornalista – gli chiede alcuni dettagli sul suo processo siculo che neanche Niccolò Ghedini ai bei tempi. Siamo vicini al ratto di minore, ideologicamente. Peraltro è un dejà-vu: la bambina “di Bibbiano” data in pasto alla folla, che poi non era di manco di Bibbiano, il proprio figlio maschio spedito su una moto d’acqua della Polizia per trarne polemiche e indignazione riflessa, quello di Selvaggia Lucarelli dato in pasto agli hater, ragazzine che lo contestavano riprese col telefonino e spacciate sui social…

Lo commento via Tweet: “Urgono assistenti sociali”. A lui. Per farsi spiegare che usare la propria progenie come scudo umano processuale è oggettivamente terribile. L’uomo se ne accorge il giorno successivo, mi addita, tutto contento di regolare i conti con un “giornalista” (virgolette nell’originale) di Repubblica. La manovra genera una shitstorm invero più blanda del solito. Luca Morisi forse era in ferie, non so. Fatto sta che il tweet con cui gli rispondo, nel quale tra l’altro faccio presente che da Repubblica me ne sono andato due mesi fa, raccoglie molti più like. Oltre 5000. E attenzione: non stiamo giocando a chi ce l’ha più lungo, anche perché perderei da chiunque. Ma è quantomeno curioso che un bullizzato raccolga più stima di chi lo bullizza. Oltre ovviamente alla consueta messe di insulti e minacce. Molti dei quali provenienti da bot.

Sembrerebbe finita qui, ma c’è un diversivo forse non intelligente, sicuramente furbo. Al contempo, il mio profilo Facebook viene segnalato in massa da sostenitori di Salvini.

Com’è possibile, se quel post è andato solo su Twitter? Perché chi gestisce i social per mestiere sa quel che fare: va a cercare due vecchi post satirici sui fascisti (un finto tweet di Mussolini che annuncia la Marcia su Roma, uno che usa il logo di Casa Pound) e fa finta che il fascista sia io.

In California, gongolano gli hater, ci sarà certamente un tizio che non capisce la differenza e agirà. Infatti accade: blocco del profilo e impossibilità di postare video per un mese. Nel frattempo, Salvini mi ha condiviso anche su Facebook, per aumentare la portata della “lezione”, e gli hater leghisti hanno avviato una betoniera di letame alla quale non posso rispondere perché mi hanno legato le dita. Mi menano e non posso replicare. Un piccolo linciaggio.
Magari ci hanno provato anche su Twitter, ma lì è andata male. Forse gli si era inceppata la tastiera per colpa delle lacrime di Feltri. Resta la curiosa evenienza per cui un potere si attiva per intimidire su tutta la linea un giornalista (naturalmente non mancano i commenti minacciosi sulla mia collaborazione in Rai, ma quelli li fanno anche da Italia Viva: non è che mi faccia spaventare, o forse sì perché ho una famiglia, ma continuo a dire quel che penso) e che qualcuno dei suoi fan, non ho prove per affermare che ci sia stato un desiderata diretto, si adoperi per zittirlo tout court.
Donald Trump ha dovuto attaccare chiunque a tutti i livelli, cronisti e critici in primis, prima che i social prendessero provvedimenti contro di lui, Libero ha dovuto dare dei negri ai neri per anni perché qualcuno si prendesse la briga di depotenziarne l’odio, e quindi mai e poi mai mi permetterei di consigliare ai miei follower di rendere pan per focaccia al Capitano segnalando il post con cui espone un “nemico” (che mica è tale, peraltro, io sto sul cazzo a un sacco di persone trasversalmente: sono un tizio libero) a violenze verbali reiterate. E a promesse di minacce fisiche.

Mi limiterò invece a segnalare che Facebook ha analizzato le segnalazioni, ha colto la campagna in malafede per zittirmi, mi ha riammesso senza limitazioni al magico mondo dei post. Pure questo. Che probabilmente starete leggendo proprio via Zuckerberg.

Un piccolo passo per l’uomo, un passo ancora più piccino per l’umanità, un passo perché io e Salvini possiamo vederci e bere insieme, finalmente, quel bicchiere di rosso.
Facciamo due chiacchiere sulla democrazia, tra ormai vecchi amici, Matteo, così ti spiego cosa sei diventato.
Bacioni*.

*Questo è il finale di pezzo che avevo preparato, dopo aver ricevuto assistenza invero gentilissima dall’ufficio italiano di Facebook, che si è adoperato per “riabilitarmi” Ma il tizio californiano evidentemente era più tonto del previsto e mi hanno riammesso a pubblicare, ma con limitazioni. Volessi andare in diretta video (l’ho fatto spesso, con ottimi numeri) continuerò a non poterlo fare per 30 giorni. Le Bestie hanno vinto. E io, per aver detto la mia su di un politico che strumentalizza la propria figlia, sono stato zittito. La mia libertà d’espressione, ferita. Del resto il club è questo, le regole le fanno loro. E aggirarle, per un qualunque tizio autoritario, è molto più facile che per un fesso perbene. Amen.

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Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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