Viva Italia

Informazione libera e indipendente

Imparare uno sport è imparare a vivere: a tuffarti nell’ignoto, a passare il testimone, a lanciare idee, sfide, impegni

Ci sono 10.000 chilometri tra Addis Abeba e Milano, 5mila ad andare e 5mila per tornare – e Yemaneberhan Crippa, con al collo le sue medaglie d’oro e bronzo negli ultimi Europei, deve aver pensato che quelle distanze forse erano davvero le sue, quelle che gli aveva dato la vita.

Quando sono arrivata all’orfanotrofio Villaggio Madonna della Vita di Addis Abeba per adottare i miei figli, Yeman (“braccio destro di Dio” in aramaico) aveva già iniziato la sua corsa con la nuova famiglia qualche anno prima. Lì, mi stupì subito, tutti i bambini correvano, correvano sempre – camminare non è il passo della vita. Come cercò di spiegarmi qualche tempo dopo Efrem, mio figlio, per offrire qualche attenuante alle continue note delle maestre per “sfrenatezza motoria”: «Mamma sai, in Etiopia, appena nasci, inizi a correre». Già, come la storia della gazzella e del leone, solo che non lo fai per fuggire da qualcosa che temi ma per precipitarti verso qualcosa di bello che ti aspetta.

Mai come dopo questa estate sportiva, iniziata mestamente con le delusioni ai Mondiali di atletica e poi rianimatasi, e ancor più leggendo le storie di questo numero di Elle – le schiacciate di Paola Egonu (a pag. 52), i salti di Sara Simeoni (a pag. 56) e le discese a rete di Serena Williams (a pag. 60) – lo sport mi è sembrato la metafora più potente della vita. La vita è la tua palestra, il tuo campo di gioco.

alessandra pon

Alessandra Pon, caporedattrice centrale e lifestyle di ELLE, con i due figli.

courtesy

Uno dei ricordi più belli del periodo vissuto in Australia è quando assistevo a scuola – per caso, per volontariato, per mammismo italiano – alle lezioni di educazione fisica, che si tengono, per una o due ore, ogni giorno e – a parte il nuoto, obbligatorio – a rotazione: ogni mese uno sport diverso, dai più comuni atletica, calcio e basket ai minori pallamano, Lacrosse, hockey su prato.

Perché la vita è così: non ti risparmia alcuna disciplina – devi saper correre, saltare ostacoli, dribblare. Ma dico di più – ora che ricominciano le scuole: non bastano le palestre, i corsi in piscina; a scuola si dovrebbe studiare la storia dello sport, dei grandi campioni e delle promesse mancate, degli eterni secondi e dei nobili ultimi. Quanto si capirebbe di più, non solo della follia hitleriana, ma del razzismo americano, leggendo di Jessie Owens; di quanto sia stato spietato il terrorismo negli anni ’70 raccontando le Olimpiadi di Monaco. Se libri e cronache non bastano, facciamo vedere in aula quei meravigliosi saggi in pellicola, da Momenti di gloria a Invictus, a Race.

Imparare uno sport è imparare a vivere: a tuffarti nell’ignoto, a passare il testimone, a lanciare – idee, sfide, impegni. Yeman Crippa ha corso i suoi 10.000 – metri sul campo, chilometri nella vita – e ha vinto. Ma l’importante è ricordarsi sempre, come ripeteva un insegnante australiano su sedia a rotelle (perché, nella famosa rotazione mensile di discipline, si alternano anche istruttori disabili), che non ci si allena mai per la vittoria. Ci si allena per la sconfitta. Perché è quando perdi che hai bisogno di tutta la tua forza.

Fonte: elle.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *