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Il valore costituzionale dello sport: dialogo con Luca Pancalli

Numerosi argomenti, aspetti, sfaccettature del mondo dello sport sono stati al centro del dialogo che abbiamo avuto con Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico (CIP). Adesso che una nuova tappa è stata raggiunta sulla strada che porta al traguardo dell’inserimento dello sport nella Costituzione, abbiamo voluto affrontare con lui vari temi: dal valore costituzionale dello sport, alla necessità di una sua dimensione europea (intesa come tutela dei minori, inclusione sociale, lotta alle partite truccate, al doping, alla corruzione, alla violenza e al razzismo); dall’accessibilità alla sicurezza; dall’esigenza di aprire le porte delle scuole allo sport, alla libera e uguale partecipazione femminile; dall’urgenza di realizzare i grandi eventi sportivi in direzione del green building e del recupero di centri urbani e periferie, senza sprechi di energie all’analisi delle differenze tra i Paesi dell’Unione Europea e, in Italia, tra Nord e Sud; dagli imminenti mondiali per atleti trapiantati e dializzati alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali, passando dai successi del movimento paralimpico italiano a Tokyo alle speranze per il prossimo appuntamento di Parigi.

Luca Pancalli, da una vita nello sport, ha iniziato con il pentathlon moderno, conquistando diversi titoli italiani e un posto in Nazionale Juniores. A Vienna, durante una frazione di gara a cavallo, ha riportato una frattura delle vertebre cervicali, una lesione midollare e la paralisi degli arti inferiori. Dopo un lungo periodo di riabilitazione, è tornato a gareggiare a livello paralimpico nel nuoto, dove ha conquistato 15 medaglie ai Giochi paralimpici, 10 ai Mondiali e 6 agli Europei. Nel 2000 è stato eletto presidente della Federazione italiana sport disabili (FISD) che, tre anni dopo, con legge dello Stato, grazie ad un suo intenso impegno personale, è diventata il Comitato italiano paralimpico dove è stato confermato leader. In Italia ha ricevuto diverse onorificenze, ma è stimato anche fuori dai confini del Bel Paese. Nel 2011 arriva il Paralympic Order, il più alto riconoscimento attribuito dall’IPC (International Paralympic Committee) alle persone che si sono distinte nel mondo dello sport paralimpico. È stato anche vicepresidente del CONI, commissario straordinario della Federazione italiana giuoco calcio e segretario generale dello European Paralympic Committee. È membro del Governing dell’International Paralympic Committee, primo italiano a ricoprire questo incarico. Nel 2021 è stato confermato alla presidenza del Comitato italiano paralimpico. Nello stesso anno, su iniziativa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stato nominato Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Il 14 giugno 2022 la Camera, con 365 voti favorevoli, 2 contrari e 14 astenuti, ha approvato il testo di modifica dell’art. 33 della Costituzione in materia di attività sportiva e già approvato il 23 marzo, in prima deliberazione, dal Senato. Siamo partiti da qui, in questo lungo viaggio, per declinare il diritto allo sport che inizia con l’affidamento esplicito alla Repubblica del compito di promuovere e diffondere l’attività sportiva quale essenziale strumento formativo e di crescita individuale. L’idea di inserire lo sport all’interno della nostra Carta costituzionale aveva fatto capolino nel 2009 con la proposta di legge dell’on. Manuela Di Centa, già sciatrice di fondo, alle spalle cinque edizioni dei Giochi olimpici invernali con sei medaglie conquistate. Successivamente, nel 2013, venne presentata una nuova proposta di legge dall’attuale sottosegretario, con delega allo sport, Valentina Vezzali, ex schermitrice, grande protagonista del fioretto internazionale, pluridecorata ai Giochi olimpici ad Atlanta, Sydney, Atene, Pechino e Londra. Attualmente, nella Costituzione italiana l’unico riferimento allo sport è presente all’art. 117 che inserisce l’ordinamento sportivo tra le materie di legislazione concorrente. La legge più importante del Paese, quella che stabilisce ciò che ciascuno di noi può essere, non annovera alcun riferimento specifico all’attività sportiva o allo sport in generale.

 

Presidente, è in corso il percorso di approvazione della riforma per l’inserimento dello sport in Costituzione. Il testo del disegno di legge costituzionale prevede un solo articolo che va a modificare l’art. 33 della Carta costituzionale con l’aggiunta del seguente comma: «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme». Come tutte le proposte di riforma costituzionale, l’iter prevede una doppia lettura e quindi il testo, dopo le prime due approvazioni, ritornerà alla Camera e poi ancora al Senato, per la seconda lettura e votazione. Pensa che nonostante la crisi di governo e le nuove elezioni alle porte lo sport riuscirà ad unire ancora la politica alla Camera ed al Senato?

Ne sono assolutamente certo perché il dibattito che si è innescato e che ha portato all’approvazione della modifica della nostra Costituzione ha dimostrato come ci sia una totale convergenza da parte delle forze politiche in campo sull’importanza della valenza dello sport sotto il profilo educativo, sociale e del benessere psicofisico. Quindi ritengo che lo sport riuscirà ancora una volta ad unire la politica. Inserire lo sport in questa declinazione molto ampia significa finalmente attribuirgli la capacità di essere strumento politico per intervenire sulla vita dei cittadini e per metterli nelle condizioni di costruire quei percorsi di benessere che sono fondamentali all’interno di un sistema, molto più ampio, socio-sanitario e di welfare. Una sola critica. Avrei aggiunto, tra i valori dello sport, quello culturale. Secondo me è una grave carenza perché lo sport aiuta anche a produrre cultura. Si pensi al tema che è stato innescato, grazie anche allo sport, sullo ius soli piuttosto che sullo ius scholae. Oggi è evidente, molti atleti che vestono la maglia azzurra hanno storie di provenienza molto diverse rispetto al passato. Quindi lo sport è un forte strumento di identità culturale.

L’accessibilità dello sport ha più significati. Da un lato, i match e lo spettacolo non possono rivolgersi solo ad una élite, ma bisogna dare la possibilità concreta a giovani, studenti e famiglie di poter ammirare le prestazioni sportive, insieme alla buona governance degli eventi. Dall’altro, occorre incoraggiare l’attività fisica per tutti, attribuendo un ruolo speciale a scuole, associazioni sportive, allenatori, enti culturali, organi di informazione, permettendo ai giovani di studiare anche l’attività agonistica con scambi tra Paesi dell’Unione Europea. Ha visto iniziative in programma su questi due fronti? Cosa si potrebbe fare di più?

C’è un tema di accessibilità allo ‘spettacolo sportivo’ e un tema di accessibilità che riguarda la possibilità di avvalersi dello strumento sport in quei percorsi che io definisco di riconoscimento dei diritti di cittadinanza, all’interno dei quali lo sport può avere un valore importante. Sulla prima questione ci sono sicuramente degli esempi in Europa di approcci che tendono a rendere sempre più accessibili gli spettacoli sportivi perché sono spazi di socialità. Viviamo in un mondo che sta profondamente cambiando e ci ha posto di fronte a sfide che non avremmo mai immaginato di dover affrontare con tale velocità. Penso alla pandemia. Oggi noi stiamo interloquendo attraverso uno schermo che è diventato un fatto normale nella quotidianità del nostro lavoro e che ci ha regalato un’opportunità in più, alla quale saremmo comunque arrivati. Ma ci ha indotto ad una accelerazione. Si pensi, sotto il profilo giuslavoristico, allo smart working. Però tutto questo ha indotto anche ad una profonda riflessione sul fatto di riuscire a mantenere sempre grande attenzione agli spazi di socialità di cui l’essere umano, i cittadini hanno bisogno. Questi spazi di socialità, che si chiamino sport, cultura, cinema, teatro, sono indispensabili, e quello che noi abbiamo vissuto nel post-lockdown lo dimostra. Ad andare in crisi, per ciò di cui mi occupo, nel momento in cui si è bloccato tutto, è l’azione, la funzione sociale dell’associazionismo sportivo nel territorio che, all’improvviso, non ha più potuto assolvere alla gestione di quei momenti nei quali la gente si incontrava, si abbracciava, parlava. Questo mi porta a dire che, inevitabilmente, c’è la necessità di favorire questi spazi di comunità.

Per l’accessibilità, in senso più lato, gli scambi tra Paesi esistono da sempre. Il mondo sportivo organizzato credo che sotto questo profilo sia molto avanti, noi viviamo di scambi tra i vari Paesi che spesso sono formalizzati in protocolli. C’è una spinta spontanea da parte di tutto il mondo sportivo per ricercare questi scambi perché il mondo dello sport cresce nel confronto. Non è un confronto inteso in senso squisitamente agonistico, ma si è aperto a spazi di comprensione dello sport in senso molto più ampio. Quello che noi stiamo facendo per il mondo che rappresento viene oggi studiato all’estero. Parlo del movimento paralimpico. Viene studiato perché stanno tentando di fare altrettanto per aprire spazi di rispetto del diritto allo sport. Io penso che sotto questo profilo ci sia un orizzonte maggiormente positivo rispetto al passato, ma il tutto è frutto di quello che abbiamo vissuto negli ultimi 3 o 4 anni.

Il dibattito seguito allo scoppio della pandemia sugli stop e le ripartenze dello sport professionistico ha evidenziato limiti, lacune e non poche contraddizioni. I dati dei contagi da Covid sono troppo alti malgrado le temperature estive, in Italia come nel resto d’Europa, e non sappiamo cosa potrà riservarci l’autunno alle porte. Come si possono organizzare gli eventi sportivi in sicurezza e come si può evitare che questa nuova fase di speranza non si trasformi in un nuovo incubo?

Sul tema della speranza devo dire che lo sport, forse più di qualsiasi altra cosa, se non altro per il ritorno di immagine che ha, è sempre stato visto nel periodo più duro, un po’ perché coincideva con il rinvio dei Giochi olimpici e Paralimpici, come la luce in fondo al tunnel. Per cui la ripresa dello sport ha coinciso con la speranza. Non è che dobbiamo caricare lo sport come unico elemento di speranza. Noi abbiamo vissuto un momento in cui abbiamo lavorato in emergenza, come in tutti i settori. Certamente qualcosa non è stato fatto benissimo, come tutte le cose che possono essere perfettibili, rese migliori. Però oggi siamo forti di quell’esperienza. Sono convinto, nella speranza di non dover rivivere più periodi tristi come quelli che abbiamo vissuto, ma non potendo escluderlo aprioristicamente – non sono un ricercatore, né un medico, né uno scienziato –, che questa esperienza possa aiutarci a comprendere come e in che modo intervenire. E secondo me lo sport può essere organizzato, sempre ovviamente con la priorità della tutela della salute delle persone, garantendo delle forme tali da non determinare una chiusura totale. Basta organizzarsi, basta disciplinare. Paradossalmente, è molto più semplice organizzare la riapertura di una palestra piuttosto che una piscina perché si è abituati a rispettare un regolamento, a rispettare degli orari. Lo sport su questo oggettivamente può affrontare in maniera molto più appropriata quelle che sono eventuali regole e limitazioni.

L’idea di una “Dimensione europea dello sport” (introdotta dall’Unione Europea nel 2007 con il “Libro Bianco” intitolato a Pierre de Coubertin e perfezionata nel 2011 con la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle Regioni), finalizzata alla tutela dei minori, all’inclusione sociale, alla lotta alle partite truccate, al doping, alla corruzione, alla violenza ed al razzismo, non è stata mai efficacemente perseguita. Che ruolo sta svolgendo l’Europa in questa direzione? Quali sono i Paesi attrezzati meglio e perché?

È evidente che la nostra Europa unita è molto vasta e ci sono delle forme di organizzazione differenti tra Paesi. Io credo che quello su cui deve sforzarsi l’Unione Europea sia lavorare su una visione strategica, attribuire in maniera chiara e inequivocabile un ruolo allo sport, una sorta di linea guida rispetto a quello che lo sport può e deve fare per partecipare alla costruzione di un sistema politico, sociale ed economico condiviso. Mentre, a mio modo di vedere, abbiamo degli approcci e delle visioni diversi, nel senso che nei singoli Paesi tutti siamo d’accordo sui valori dello sport, ma ferma restando ovviamente la sovranità delle scelte, magari andiamo in direzioni che, dal punto di vista organizzativo o dal punto di vista operativo, possono determinare delle differenze. Io credo che invece ci debba essere una linea comune. L’Europa unita non è solo quella delle economie, quella che riesce ad affrontare le crisi, come abbiamo affrontato e stiamo affrontando le diverse crisi dal 2020, ma è anche quella che scommette su un’Europa sociale costruita attraverso tanti strumenti, anche attraverso lo sport. Io sarò un fanatico e un malato, però attribuisco allo sport un forte valore di costruzione di un sistema sociale, perché non si tratta soltanto della partita, del campionato, delle Olimpiadi o delle Paralimpiadi. Lo sport è quello che porta i nostri giovani in un campo di atletica o in una palestra, che garantisce quel momento in termini di prossimità territoriale di condivisione e di comunità. Noi abbiamo bisogno di questo per costruire un’Europa migliore oltre che Paesi migliori. L’importante è che ci si chiarisca sull’importanza dello sport come strumento politico per partecipare alla crescita dei nostri giovani e per garantire percorsi di riconoscimento dei diritti di cittadinanza.

Il valore costituzionale dello sport si misura innanzitutto a scuola. Le scuole aperte allo sport dovrebbero essere la normalità: con pomeriggi sportivi, corsi gratuiti per gli studenti nelle palestre, insieme alle associazioni sportive ed alle federazioni sportive, con kit di attrezzature tecniche e di sicurezza disponibili per tutti, con percorsi insieme a testimonial sportivi, campioni di “fair play”, protagonisti di eventi sul territorio con l’obiettivo di diffondere il gioco corretto. E, invece, sappiamo che non è così. Ci sono differenze tra Sud e Nord? In questa direzione i Comuni e le Regioni sono chiamati ad assumere un ruolo di primo piano per supportare il più possibile le attività di promozione sportiva. Ritiene che ci sia sufficiente consapevolezza e attenzione? Il CIP ha progetti in campo per la ripresa delle attività scolastiche?

Che ci siano delle differenze tra Nord e Sud non è soltanto nel nostro settore sportivo, ma lo è purtroppo in tutti quelli del nostro vivere quotidiano. Noi stiamo tentando di lavorare ed intervenire maggiormente dove riteniamo che occorra intervenire. E questo non significa non occuparsi più del Nord perché abbiamo dei problemi al Sud, o di un territorio piuttosto che di un altro. Significa prendere atto di una situazione, avere una visione di quello che secondo noi va fatto, per garantire un diritto. Cominciamo ad utilizzare i termini giusti, lo sport è un diritto, ancor più se abbiamo un riconoscimento costituzionale di questo valore politico. E se è un diritto bisogna creare gli strumenti affinché questo diritto sia esercitabile. Non è sufficiente inserire un diritto in Costituzione, perché altrimenti lavoreremmo tutti, non avremmo disoccupazione. Per garantire questo diritto stiamo tentando di innescare meccanismi virtuosi che aiutino a coinvolgere gli enti locali che hanno dei loro ruoli ben specifici e delineati, favorire un dialogo sempre maggiore con lo sport organizzato e, soprattutto, tener presente, in quella declinazione che tu ricordavi, che se lo sport è un diritto va reso accessibile a tutti. Oggi stiamo vivendo in una situazione economica in cui il potere d’acquisto, il valore economico delle retribuzioni, ha perso molto rispetto al passato e purtroppo le famiglie si vedono costrette a sacrificare quello che non è considerato prioritario. Spesso tra le non priorità c’è lo sport. Per questo ritengo importante lo sport nella scuola, perché è quello che supera il limite economico che escluderebbe qualcuno. E lo sport non può mai essere esclusivo, deve essere inclusivo il più possibile. Partire dalla scuola di ogni ordine e grado, passando dall’università, dove esistono tantissimi studenti disabili ai quali noi stiamo tentando di fornire un’offerta sportiva, in accordo con gli atenei, spesso avvalendoci anche dei centri sportivi universitari. Anche dove, magari, ci sono tante potenzialità che sono rimaste però inespresse e non sfruttate. Stiamo tentando di farlo con la Sapienza a Roma, che è uno degli atenei più grandi d’Europa, ma anche con tanti atenei italiani. Naturalmente facciamo quello che possiamo, però abbiamo una visione che è quella che parte dal concetto del diritto. Non è ammissibile che una persona disabile possa praticare sport al Nord perché ci sono più risposte, più associazioni, più organizzazioni e, quella stessa persona disabile, al Sud del nostro Paese, non riesca nemmeno ad entrare in una piscina o in una palestra perché inaccessibili. A mio modo di vedere, la politica dovrebbe comprendere quanto è importante ‒ se è vero come è vero che stanno votando tutti quanti unanimemente l’inserimento in Costituzione ‒ creare gli strumenti perché quelle declinazioni valoriali trovino un’applicazione concreta. Altrimenti sarebbe un fallimento. Allora mi chiedo, il nostro Paese come tanti altri Paesi, ha veramente nella sua visione dello sport la consapevolezza di quanto esso possa essere importante nella vita di un giovane o di un anziano? Oggi il prolungamento della vita media ci pone delle sfide di sostenibilità del nostro sistema di welfare di tipo tradizionale che non avevamo fino a 20-30 anni fa. E lo sport può essere quello strumento che, anche per le persone anziane, può partecipare alla costruzione di benessere e di risparmio sui servizi del sistema socio-sanitario. Quindi bisogna riuscire a elaborare una visione strategica sulla quale porre in essere concretamente dei percorsi operativi che vanno in questa direzione.

Attribuire allo sport un valore costituzionale significa anche promuovere come priorità assoluta la concreta, libera e uguale partecipazione femminile. Solo sulla carta le donne possono praticare tutti gli sport ai massimi livelli agonistici, un diritto fondamentale che risulta più formale che sostanziale, vista la disparità tra uomini e donne sia nell’accesso alle discipline sportive, sia per le opportunità economiche, sia in materia di notorietà e di sostegni all’attività sportiva. Cosa fare per sanare questa disparità?

Nell’agenda delle politiche sportive, mi riferisco allo sport organizzato, la partecipazione femminile è una priorità. Negli ultimi interventi anche della politica con la P maiuscola l’indicazione della direzione si sta vedendo. Basti pensare ad alcune discipline sportive che fino ad un po’ di tempo fa erano quasi ascrivibili soltanto al mondo maschile e che, invece, oggi si stanno sdoganando giustamente e legittimamente nei confronti del modo femminile. È chiaro che su questo non bisogna mai consentire cali di attenzione. Perché oggettivamente, parlo del mio mondo, registro, numeri alla mano, che la partecipazione femminile è sempre inferiore a quella maschile. Allora c’è qualcosa che evidentemente va corretto e su cui bisogna impegnarsi in maniera molto più seria di quanto abbiamo fatto nel passato.

Torino è dal 2021 la “casa dello sport”: Finals Nation League di volley, Europei di baseball, Final Four di Nations League, le ATP Finals che si giocano a fine stagione, per cinque anni consecutivi. Dopo le quattro prove del Grande Slam, sono considerate il torneo di tennis più importante dell’anno. La città è stata selezionata tra una fortissima concorrenza internazionale per ospitare l’evento. Si può fare già un primo bilancio, cosa hanno lasciato e cosa lasceranno questi eventi a Torino? Cosa si può fare perché la città rimanga la casa dello sport anche alla fine di queste competizioni?

Su Torino non ho seguito le fasi organizzative. Però so darti una risposta per quello che ritengo che i grandi eventi possano rappresentare per il territorio che li ospita. Anche qui, bisogna avere una visione, bisogna comprendere che organizzare un grande evento non significa soltanto avere l’opportunità di ospitarlo. Ma bisogna riuscire a costruire la fase più importante, che è quella che viene dopo. Mi riferisco, ad esempio, al più grande degli eventi che noi abbiamo: Olimpiadi e Paralimpiadi. Noi diciamo che una paralimpiade non è il più grande evento per il mondo paralimpico, ma il più importante per il futuro. Perché sulla costruzione dell’evento paralimpico noi tentiamo di operare affinché la sua eredità possa incidere fortemente sulla crescita culturale e di attenzione del Paese che lo ospita nei confronti delle persone disabili. Perché un grande evento incide nel nostro caso sulla necessità di superamento delle barriere architettoniche e sensoriali nell’impiantistica, ma anche nelle città. Adesso stiamo vivendo quello che sarà il più grande evento che ospiteremo da qui al 2026, le Olimpiadi e Paralimpiadi invernali. Non significa soltanto poter assistere allo spettacolo dei grandi campioni che fanno la libera, snowboard, hockey su ghiaccio o qualsiasi altra disciplina. Significa pensare che in quei giorni verranno turisti da tutto il mondo. Tanti di loro sono disabili e devono poter prendere un autobus, entrare in un ristorante, in un teatro, in un albergo. Per cui il grande evento, se gestito in un certo modo, può sempre lasciare qualcosa di positivo, un’importante eredità per il Paese.

Puntare su tecnologia e innovazione degli eventi sportivi significa ridurre al minimo l’impatto delle attività nei territori sia per quanto riguarda l’energia usata, sia in termini di mobilità e flussi di traffico, sia promuovendo un cambio culturale che consenta di puntare ad uno sviluppo centrato su rigenerazioni sostenibili in direzione del green building e dell’accessibilità, recuperando centri urbani e periferie, riqualificando le aree degradate. Per i prossimi eventi sportivi si può puntare su una certificazione di sostenibilità anche nello sport?

Più che pensarlo questo oramai è un ‘must’ nel senso che bisogna realizzare qualsiasi organizzazione di grande evento evitando sprechi, ma soprattutto pensando alla sfida per il futuro che sta coinvolgendo tutti, non solo il mondo dello sport, quella delle rinnovabili, quella delle fonti energetiche. Per cui io credo che non si può puntare, ma si deve puntare sulla certificazione di sostenibilità nello sport. Tra le priorità che si è posto lo sport organizzato, ma che si stanno ponendo i Paesi, c’è anche e soprattutto questo: eventi che sempre più siano sostenibili in termini economici, ambientali e sociali. Queste sono le linee guida che devono sottendere alla organizzazione di qualsiasi grande evento. Laddove c’è la necessità, riuscire a recuperare aree urbane degradate, a impatto zero sotto il profilo ambientale.

Ad aprile 2023, in Australia, ci saranno i Mondiali degli atleti trapiantati e dializzati. Lo scopo dei giochi è quello di contribuire a diffondere la cultura della donazione di organi e del trapianto. Intorno a questi eventi sportivi internazionali sono nate e continuano a nascere bellissime storie umane e sportive, dal Sud al Nord del Paese. Il Covid-19 ha interrotto questo cammino virtuoso e ha portato alla cancellazione dei Mondiali del 2021 a Houston. La Nazionale italiana ha già fatto il pieno di medaglie e di emozioni a Newcastle e la cultura delle donazioni ne è uscita rafforzata. Tuttavia, lo stop imposto dalla pandemia impone uno sforzo maggiore per riprendere il ritmo giusto. Non sarà facile ripetersi, occorrerà impegnarsi, tutti quanti, per continuare a sostenere la combinazione vincente tra sport e donazione. I Mondiali del post-Covid ci diranno se il tema della salute sarà considerato ancora in termini emergenziali o se, invece, sia diventato un argomento fondamentale che mette al centro prevenzione e welfare, eguaglianza e diritti, la salute legata allo sport. Cosa si può fare per sostenere la partecipazione degli atleti trapiantati e dializzati senza che tutto il peso debba ricadere su di loro e sulle loro famiglie? Lei ha incontrato il movimento sportivo per trapiantati e dializzati anche per affrontare alcuni argomenti cari al mondo paralimpico: i prossimi Giochi, le misure per il sostegno degli organismi sportivi colpiti dalla crisi e più in generale gli strumenti necessari a offrire risposte alla crescente domanda di sport in ambito paralimpico. E ha comunicato con gioia a Giuseppe Vanacore, presidente ANED (Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto, ndr) , un’importante conquista: “Il riconoscimento dell’ANED quale Associazione benemerita paralimpica”. Una decisione simbolica e significativa. Pensa che questi “atleti fragili”, “campioni coraggiosi”, possano concretamente prendere parte alle Olimpiadi paralimpiche?

Premetto che non merito nulla per aver attenzionato questo aspetto in seno al CIP. È soltanto il frutto della mia visione del diritto ad uno sport che sia sempre più inclusivo e meno esclusivo. Quindi, nel momento in cui ho intercettato un mondo sportivo che a me non è che non fosse noto, ho capito che pian piano stava ponendo sul tavolo delle questioni importanti e che aveva però grandi difficoltà, perché si è trovato in una via di mezzo, in una terra di nessuno, con da un lato quegli atleti che rappresenta e che non potevano entrare all’interno del mondo CONI per problemi legati all’idoneità medico-sportiva e, dall’altro, non sono considerati disabili sotto il profilo del nostro ordinamento giuridico a meno che non ci sia una certificazione. Io, in qualche modo, consentimi il termine, “fregandomene” delle norme, li ho voluti abbracciare, accogliere. Non li chiamo “campioni coraggiosi” o “atleti fragili” perché la loro fragilità è pari a quella di qualsiasi altro atleta paralimpico, io li chiamo atleti, punto. Sono persone portatrici sane di un diritto allo sport come chiunque altro. Quindi ho tentato di aiutare loro e sto continuando ad aiutarli non solo per la partecipazione ai World Transplant Games perché naturalmente c’è un problema economico, soprattutto adesso per andare in Australia; l’ultima volta la trasferta è stata a Newcastle, in Inghilterra, ed è costata molto meno. Ho voluto avviare questo percorso di riconoscimento di benemerita per l’ANED, però, per aiutarli a iniziare un percorso che deve attendere e portare alla creazione di una federazione sportiva per atleti trapiantati e dializzati che sia costruita all’interno di un mondo dello sport e non di un’associazione. Ma non perché io abbia nulla contro le associazioni, peraltro le rappresento e ne rappresento di importanti. Ma perché il mondo dello sport e gli atleti hanno bisogno di federazioni, di riconoscersi in un’organizzazione sportiva, perché è lì che si costruisce la dignità di un atleta. Noi aiuteremo anche questa volta e contribuiremo alla partecipazione degli atleti ai mondiali in Australia, ma è importante che a un certo punto si trovi la capacità di costruire un contenitore, sotto il profilo organizzativo, sportivo. Dopo di che, naturalmente, da qui alle Paralimpiadi ne passa di acqua. Oggi, la paralimpiade è esplosa nel senso che anche io che vengo da molto lontano ‒ con i miei (ahimè) 41 anni di esperienza come persona disabile ‒ so perfettamente, avendo vissuto il passaggio dal bianco e nero ai vari tipi di colore degli anni Ottanta all’hd di oggi, al 4k, all’8k, per fare una metafora, che oggi le aspettative di tutti coloro che hanno una patologia sono tante. Il mondo paralimpico nasce per dare una risposta a tutti coloro che hanno, per qualsiasi motivo, sia esso una patologia o un trauma, qualunque sia l’origine, un’opportunità di un contenitore di altissimo livello, laddove quella patologia determina un limite funzionale. Io posso avere una patologia che non mi determina alcun limite funzionale e posso gareggiare anche con quelli che vengono definiti normodotati. Credo che, al di là di questo e della partecipazione ad una paralimpiade, l’importante è che tutti i Paesi vadano nella direzione nella quale sta andando l’Italia. Sono orgoglioso del fatto che l’Italia oggi rappresenti un esempio di best practice nei confronti di tante realtà. Si pensi che nei comitati paralimpici di tutto il mondo gli atleti sordi non sono ricompresi. Noi li abbiamo voluti dentro. Perché io faccio del CIP il contenitore che deve lavorare per tentare di dare una risposta a tutti. Per cui sono molto fiducioso perché dall’inizio di questo percorso con ANED, con il presidente Giuseppe Vanacore, con i delegati di ANED sport, ho detto loro: non affidatevi, ma fidatevi, seguite i consigli e riusciremo ad arrivare dove dobbiamo arrivare. A fronte di questo, però, loro hanno la necessità di trovare un punto di equilibrio fra tutte le organizzazioni di trapiantati e dializzati, perché non si possono riconoscere 50 organizzazioni di trapiantati e dializzati che fanno sport. Tu sai che il CONI come il CIP riconosce una federazione sportiva. Occorre che trovino i loro equilibri, l’importante è che si trovi una realtà che rappresenti la sintesi di tutte le istanze.

Nelle Paralimpiadi di Tokyo 2020 la spedizione azzurra ha confezionato un medagliere da record, secondo solo a Roma 1960: record di partecipazione (113 atleti), la più ampia di sempre, la delegazione femminile (61) che, per la prima volta, supera quella maschile, 11 discipline con 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi conquistati, con il nuoto a fare oltre metà bottino, Bebe Vio più trascinatrice che mai e l’atletica leggera a chiudere con le medaglie nei 100 metri femminile. A mente fredda, cosa lasciare e cosa portare in valigia dopo il nostro “au revoir” a Tokyo 2020 per dare il migliore “bonjour” a Paris 2024?

Assolutamente tutto. La dimostrazione che avevamo una visione strategica sulla quale abbiamo cominciato a lavorare nei primi anni del 2000. All’epoca eravamo una piccolissima federazione del CONI: la federazione italiana della sciatteria terminologica, che rispecchia poi l’arretratezza culturale del tempo; si parlava di federazione italiana sport handicappati, poi federazione italiana sport disabili. Una scelta che all’epoca spaventò molto è stata quella di uscire dal CONI, ma io ero consapevole di quello che facevo. Abbiamo dato dignità ad un movimento, avevamo una visione strategica, abbiamo coinvolto le federazioni olimpiche che automaticamente si sono sentite responsabili della gestione anche di atleti paralimpici, quindi allargando la corresponsabilità della gestione della politica sportiva che prima era un po’ delegata. Sei disabile? Allora occupatene. Non è più così, oggi noi stiamo aiutando il Paese, non il mondo dello sport in quella che ho definito, in un’occasione al Quirinale, una silenziosa rivoluzione culturale. Quindi porto tutto in valigia, porto la consapevolezza che avevamo una visione che si è dimostrata vincente. Tutto il mondo si interroga su come abbia fatto l’Italia in così poco tempo a raggiungere risultati così importanti. E ora stanno tentando di copiarci. Noi siamo avanti, per la prima volta, e io sono orgoglioso, non a titolo personale (poi certo un po’ di massaggino dell’ego ci sta, consentitemelo da vecchio atleta). Quindi porto tutto in valigia perché abbiamo intrapreso la strada giusta e, quando tu ricordi giustamente che per la prima volta le donne superano come percentuale di presenze gli uomini, significa che anche su quel tema stiamo lavorando bene. Per cui porto tutto in valigia, sperando che tutto questo non rappresenti qualcosa su cui sedersi, non significhi cullarsi sugli allori e riconoscimenti, ma sia soltanto il punto da cui ripartire per crescere sempre di più. Insieme a Massimo Bray abbiamo pure portato alla modifica del Vocabolario della Treccani con l’inserimento del termine paralimpico. Questa cosa avrebbe meritato i titoli del telegiornale. Perché purtroppo non si comprendono dei passaggi che aiutano a cambiare un Paese. Dimmi chi in questo Paese oggi parla più atleti disabili invece che di atleti paralimpici? Si parla di atleti paralimpici. Così abbiamo dato dignità non ad un movimento, ma a delle persone.

 

 

Immagine di copertina: Gli atleti italiani sfilano durante la cerimonia di apertura dei Giochi paralimpici di Tokyo 2020. I portabandiera sono Bebe Vio e Federico Morlacchi, Tokyo, Giappone (25 agosto 2021). Crediti: Marco Ciccolella / Shutterstock.com

Fonte: treccani.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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