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Il rischio effetto domino e i paletti del Quirinale: dopo Draghi solo le urne

Non ha perso la pazienza, ci mancherebbe. Ma certamente – sintetizza chi lo conosce bene – ieri «non era in modalità-banchiere centrale». Nella sua replica alla Camera, infatti, Mario Draghi mette da parte il consueto aplomb istituzionale. E con più trasporto del solito tira le somme di un dibattito parlamentare che non dovrebbe lasciare spazio ad ambiguità, a differenza di quanto è invece accaduto nelle ultime 48 ore. E lo fa con una sintesi delle posizioni in campo che è piuttosto eloquente. Ci sono, dice, «due punti di vista». Il primo, spiega, «è il mio»: è che «l’Ucraina si deve difendere» e «le sanzioni e l’invio di armi servono proprio a questo». Il secondo, invece, «è diverso»: è che «l’Ucraina non si deve difendere, non servono sanzioni e non serve l’invio di armi», perché «la Russia è troppo forte». E quindi «perché combatterla?», meglio «lasciare che entri e che l’Ucraina si sottometta», dopotutto «cosa vogliono questi ucraini?». Insomma, o con o contro Kiev, tertium non datur. Perché in un quadro simile è evidente che qualsiasi distinguo non fa che legittimare l’invasione decisa unilateralmente da Mosca e indebolire la linea scelta da Unione europea e Nato (non solo d’accordo nel sostenere l’Ucraina, ma anche determinate su sanzioni e invio di armi).

Quella di Draghi, insomma, è una presa di posizione netta. Con la quale il premier va all’incasso del via libera del Parlamento alla vigilia del Consiglio Ue di Bruxelles in programma oggi e domani (a seguire tutto in una settimana G7 in Baviera e vertice Nato a Madrid). Con buona pace della scissione che si è consumata nel M5s e delle minacce di guerriglia che arrivano dai fedelissimi di Giuseppe Conte. Tra loro c’è chi teorizza che rompere sulla guerra sarebbe un autogol e legittimerebbe lo strappo di Luigi Di Maio (argomento difficile da contestare), ma durante la giornata sono tanti in Transatlantico quelli che auspicano scenari da ultimi giorni di Pompei. C’è chi ipotizza di rompere subito, chi di farlo sul decreto Aiuti (nello specifico sul termovalorizzatore a Roma) o magari aspettare settembre. Ci pensa Conte nel tardo pomeriggio a calmare le acque: l’appoggio al governo non è in discussione e nessuno chiederà le dimissioni di Di Maio da ministro degli Esteri.

Tregua, dunque. Tanto che a Palazzo Chigi si respira un certo ottimismo. Ma, ovviamente, nella consapevolezza che il quadro politico non è mai stato così instabile. E che l’effetto domino è a un passo. Il tema non è solo quanto reggerà Conte prima di iniziare a cannoneggiare il governo in pieno stile Papeete, ma anche come si modificheranno gli equilibri all’interno della maggioranza. Il cosiddetto «campo largo» di Enrico Letta, per dire, non è mai stato così stretto. Ed è evidente che questo rischia di avere ripercussioni sulla tenuta complessiva del quadro, visto che la campagna elettorale per le politiche del 2023 è di fatto già iniziata. Draghi lo sa bene e la sua principale preoccupazione è per la tenuta dei mercati, che da 48 ore guardano all’Italia con particolare apprensione. Una questione che – tra le altre sul tavolo – è stata affrontata ieri al Quirinale, durante la tradizionale colazione di lavoro che precede il Consiglio Ue tra premier e capo dello Stato. Erano presenti anche i ministri di Economia (Daniele Franco), Difesa (Lorenzo Guerini) e Sviluppo economico (Giancarlo Giorgetti) per confrontarsi su Ucraina e riforma dei trattati Ue. Nessun accenno, ovviamente, alle fibrillazioni nel M5s. Anche se sul punto la linea del Colle è chiara: l’unica alternativa al governo Draghi è il voto.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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