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Il paternalismo autoritario ormai domina la politica

Leggi le parole di politici e scienziati, corresponsabili nella gestione della crisi, e scopri che l’alternativa è tra lockdown e coprifuoco, tra lanciafiamme e multe, tra delazioni e controlli. Diventa sempre più difficile rintracciare le misure di salute pubblica nel linguaggio che le veicolano, dando loro un significato che eccede a prima vista la stretta necessità sanitaria.

Allo scoppiare della pandemia globale, un grande storico del Medioevo e della storia militare, Yuval Noah Harari, scrisse sul Financial Times che la risposta del mondo avrebbe oscillato tra due diversi approcci: da una parte la sorveglianza totalitaria e dall’altra la responsabilizzazione dei cittadini. L’Italia ha dato fin qui la sensazione di preferire la prima alla seconda. Non tanto e non solo per aver adottato il lockdown più rigido d’Europa, ma soprattutto per le modalità con cui le singole misure sono state introdotte e raccontate al Paese. Non a caso in Germania, Francia e Spagna le limitazioni della libertà sono nate da proposte normative avanzate dal governo e approvate con un iter parlamentare assai rapido, mentre qui hanno avuto la loro immediata esecutività con gli ormai consueti “dippicciemme” del premier, editti di cui il Parlamento ha potuto prendere atto solo a posteriori. Non a caso, ancora, quelli che a Roma sono “divieti” a Berlino si chiamano “sconsigli”.

L’intero racconto della strategia sanitaria denuncia una sindrome dell’emergenzialismo, malattia che affligge le democrazie fragili di fronte all’aggressione di un nemico esterno, come la pandemia. Il loro sistema immunitario reagisce in maniera abnorme e attiva anticorpi che, anziché colpire il virus, aggrediscono le parti sane dell’organismo, quelle su cui fare affidamento per sostenere le funzioni vitali. È lo specchio, a livello pubblico, di ciò che accade su un piano clinico: molti pazienti hanno perso la vita non per effetto della polmonite interstiziale indotta dal Covid, ma perché la loro reazione autoimmune è andata fuori controllo, tant’è vero che il farmaco con cui vengono trattati i casi più gravi è un immunosoppressore, cioè una molecola che riduce la risposta immunitaria.

L’anticorpo fuori controllo della democrazia italiana è il paternalismo moralista e autoritario. “Proveremo a incidere su alcuni pezzi della vita delle persone che consideriamo non essenziali”, annuncia in tivù il ministro della Salute, Roberto Speranza, aggiungendo di aver proposto al governo di vietare tutte le feste e di fare affidamento, non solo sui controlli, ma soprattutto sulle segnalazioni dei cittadini. Se in tutte le gaffe c’è un riflesso freudiano, l’infortunio televisivo di Speranza non si sottrae a questa evidenza. L’idea di discriminare ciò che è essenziale e ciò che è irrilevante nella vita sociale di una comunità, e perfino nelle sue relazioni private, ha una matrice chiaramente totalitaria. L’idea di affidarsi alle delazioni attinge invece a una logica securitaria. Non è la prima volta che il ministro regala al Paese queste perle di saggezza, se è vero che nei giorni scorsi – da un pulpito del tutto improprio – ha censurato il fatto che “si parli troppo di sport”. Beccandosi perfino lo schiaffo di Roberto Mancini. Il cittì degli Azzurri gli ha ricordato che il diritto allo sport è parte di quel diritto costituzionale alla salute che lui per primo dovrebbe trattare con sacro rispetto.

Questo lessico dell’emergenza, travestito di senso comune, definisce la qualità dell’offerta politica e, di riflesso, le reazioni dei cittadini. Se diventa la lingua dell’autorità, la democrazia somiglia ai regimi. Che nascondono la verità dietro a granate di panico.

La verità occultata della democrazia italiana è una cattiva coscienza condivisa tra politici e scienziati. Proviamo a spiegarla con i numeri. Quelli dei posti letto di terapia intensiva sono i più indicativi. All’inizio della pandemia in Italia sono 5.179. Il 13 maggio scorso il ministro della Salute annuncia che con i tre miliardi del decreto Rilancio diventano 11.091. Mentre scriviamo i pazienti Covid ne occupano 683, poco più del 6 per cento. Perché allora tanto allarme? Perché nel frattempo i posti censiti dal governo sono ad oggi 6.628, e quel 6 per cento è già diventato il 10. Il commissario Domenico Arcuri accusa le Regioni di ritardi nell’implementazione dell’offerta. È strano però che finora nessuno si sia preoccupato di verificare che agli annunci di Speranza seguissero i fatti. Si aggiunga che la distribuzione dei posti letto rianimatori non coincide con la nuova geografia del virus, che non risparmia regioni meridionali come la Campania. E si capisce perché un’evoluzione della pandemia spaventa un sistema sanitario e politico che, sotto sotto, sa di non avere una capacità di reazione diversa da quella che tra marzo e aprile è costata al Paese una prima Caporetto.

Se poi dai numeri ci spostiamo alle immagini, le più eloquenti sono quelle delle file di auto che sostano per otto-dieci ore davanti agli ambulatori ospedalieri dove si praticano i tamponi. Per chi volesse oggi nel Lazio rivolgersi a una struttura privata, la prima disponibilità offerta a chi scrive è fissata per il 24 novembre prossimo. La medicina di territorio è un colabrodo e i medici di base si sono tenuti alla larga dall’emergenza: in gran parte hanno disertato il “tamponamento” dei docenti e in gran parte si rifiutano di visitare i pazienti con sintomi influenzali. Si limitano a passargli dalla fessura della porta la prescrizione di una visita specialistica con un otorino.

Allo scoppiare della pandemia si era detto: ne usciremo trasformati e migliori. Oggi sappiamo di non essere cambiati per niente. Non è cambiata la sanità. Non è cambiata la scuola, ancora in attesa degli inutili banchi a rotelle, incapace di contrattare con i sindacati dei docenti i doppi turni per decongestionare le aule, impreparata di fronte all’ipotesi sempre più concreta della didattica a distanza, e alla vigilia di un concorso che quasi tutti, dal Pd alla Lega, vogliono rinviare per perpetuare il ricorso al bacino elettorale dei precari. Non sono cambiati i trasporti urbani, prima vera fonte del contagio, se è vero che gli scuolabus scoppiano mentre il governo paga la cassa integrazione agli autisti di 22mila bus turistici inutilizzati, perché nessun sindaco, nessun prefetto, nessun presidente di Regione, nessun commissario, nessun ministro e nessun premier hanno pensato finora di precettarli.

Il corporativismo che ingabbia il Paese in una postura immobile è l’altra faccia del paternalismo autoritario, che lo spaventa con allarmi e censure per nascondere la sua inadeguatezza. A tenere in piedi le bugie della politica è la resistenza al cambiamento della società. Per archiviare i divieti, le censure e i sussidi, bisogna riscoprire le responsabilità, le libertà, le riconversioni. In un grande romanzo di Albert Camus, la Peste cessa quando si smette di usarla per trarne vantaggio e si accetta di affrontarla mettendosi in gioco. La nostra peste non cesserà con un racconto diverso, ma un racconto diverso la renderebbe “men dura”.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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