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Il pallottoliere dei partiti per l’operazione Quirinale. Lega: pronti a votare Silvio

Passati i ballottaggi, in cima al tavolo della politica ora c’è il dossier Quirinale. I primi a calare una carta, nella lunga partita di poker che si svolgerà di qui a febbraio, sono stati i leader del centrodestra che, nel summit di mercoledì sotto la regia berlusconiana, hanno annunciato solennemente che l’alleanza «intende muoversi compatta e per tempo per preparare i prossimi appuntamenti», a cominciare dall’elezione del futuro presidente della Repubblica».

Per tempo, e da una posizione di vantaggio, tiene a sottolineare Matteo Salvini: «Siamo uniti, e dopo varie volte in cui eravamo minoranza stavolta il pallino lo abbiamo noi». Constatazione che più volte, dal centrosinistra, ha fatto anche Matteo Renzi: «Nel 2022, per la prima volta, la destra avrà la maggioranza relativa dei Grandi Elettori», dunque Pd e alleati devono evitare di fare i conti senza l’oste. E tenendo conto che i 45 parlamentari renziani possono essere l’ago della bilancia, e lavorare a una candidatura che rompa i poli prendendo voti a destra e a sinistra, assicuri la durata della legislatura e blindi Draghi al governo: uno dei principali indiziati è Pierferdinando Casini, da diverse settimane insolitamente silenzioso.

Centrodestra «unito», ma su che nome? «Se Berlusconi decidesse di scendere in campo, come leader di un partito del centrodestra avrebbe tutto il nostro sostegno», dice il leader leghista. Il diretto interessato si schermisce: «Quirinale? Non ho idee al riguardo», dice il Cavaliere da Bruxelles. Se comunque la coalizione rimanesse compatta sul nome dell’ex premier, i conti sono presto fatti: gli elettori (deputati, senatori, delegati regionali) sono 1009. Dopo i primi tre scrutini che richiedono una maggioranza dei due terzi (672 voti), dal quarto si passa alla metà più uno dei voti: ne servono 505. Il centrodestra ne controlla – sulla carta – 454: gliene mancano una cinquantina. Sarebbe necessario un accordo con un pezzo di centrosinistra sul nome di Berlusconi. «Se si candidasse, avrebbe l’80% di possibilità di farcela», dice l’azzurro Elio Vito, mentre Gianfranco Rotondi assicura che dal Pd e persino dalle caotiche truppe parlamentari M5s, potrebbero arrivare voti nel segreto dell’urna.

Dal Nazareno si butta subito acqua sul fuoco: la candidatura di Berlusconi? «È solo un gioco delle parti», fanno filtrare dalla segreteria. «Dopo la batosta elettorale serviva una photo-opportunity per sembrare uniti, ma è un modo per prendere tempo». Quanto al Pd, Enrico Letta continua a ripetere e far ripetere dai suoi che «si apre un dossier alla volta, e quello del Quirinale si aprirà a febbraio, non prima: ora il Paese ha bisogno di una legge di stabilità che segni l’avvio della ricostruzione post Covd». Il leader del Pd, uscito vittorioso dalle Amministrative, vuole entrare da regista nella partita del Colle, tenendo coperte le carte. Ripete che Mario Draghi deve restare a Palazzo Chigi come «garanzia per l’Italia nel mondo», ma molti – anche nel suo partito – temono che invece voglia giocare la carta Draghi e candidarsi a Palazzo Chigi. Così suonava come un avvertimento a lui, ieri, l’intervista in cui Pierluigi Bersani – rivolgendosi ufficialmente a Salvini – diceva «occhio a non combinare disastri» invitando a non obbligare il parlamento a «una scelta irrituale» tra il bis di Mattarella e «un presidente del Consiglio che di fatto si auto-rassegna le dimissioni». Ma anche se Draghi venisse eletto «non si tornerà alle urne», assicura Salvini.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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